
Con la zampata del leone, la maggioranza ha approvato definitivamente la nuova legge elettorale.
Una zampata poderosa, di quelle che lasciano poco spazio a chi si trova dall’altra parte del recinto. Ora, archiviato il passaggio parlamentare, arriverà il momento della Corte costituzionale.
Toccherà ai giudici verificare, punto per punto, se nella costruzione della nuova legge sia stato rispettato tutto ciò che doveva essere rispettato: scrupolo, rigore e, soprattutto, le regole. Ma prima ancora del giudizio della Corte ce n’è un altro, meno solenne e assai più rumoroso: quello della politica. E il giudizio delle opposizioni è già arrivato. Le accuse sono pesanti. Una legge costruita dalla maggioranza per la maggioranza.
Un meccanismo destinato, secondo i suoi critici, a favorire i partiti più grandi e a relegare ai margini quelli più piccoli. È il vecchio dilemma di ogni democrazia che decide di cambiare le proprie regole: chi tiene in mano la palla tende inevitabilmente a sostenere che il campo sia stato tracciato nel modo migliore possibile. Gli altri, naturalmente, lo guardano da un’altra prospettiva. Per i piccoli partiti, la soglia, il collegio, il criterio di assegnazione dei seggi non sono dettagli tecnici da lasciare agli specialisti.
Sono la differenza tra entrare in Parlamento e restarne fuori. Tra avere una voce nelle istituzioni e affidare le proprie idee al microfono di una conferenza stampa. Ed è proprio qui che la questione diventa più seria di quanto possa sembrare. Perché una legge elettorale non stabilisce soltanto chi avrà più seggi. Stabilisce, prima ancora, quali voti riusciranno a trasformarsi in rappresentanza e quali, invece, rischieranno di rimanere fuori dal recinto.
I partiti maggiori hanno una risposta pronta: una democrazia ha bisogno di governabilità. Ha bisogno di maggioranze solide, di governi capaci di durare, di una politica che non sia condannata alla fragilità permanente. È un’obiezione tutt’altro che peregrina. Ma la governabilità non può diventare una parola magica da pronunciare ogni volta che qualcuno solleva il problema della rappresentanza. Perché anche la rappresentanza è democrazia.
E una democrazia che governa meglio, ma rappresenta peggio, rischia prima o poi di pagare un prezzo. La domanda, allora, è inevitabile: quanti voti possono essere sacrificati sull’altare della stabilità prima che il sistema cominci a perdere pezzi di consenso? Qui entra in gioco un paradosso della politica italiana. I piccoli partiti vengono spesso accusati di essere irrilevanti. Salvo diventare improvvisamente indispensabili quando servono i loro voti per costruire una maggioranza, approvare una legge o spostare un equilibrio. Sono piccoli quando parlano. Diventano grandi quando servono.
Per questo la protesta delle opposizioni non dovrebbe essere liquidata semplicemente come il lamento di chi teme di perdere qualche seggio. È evidente che, dietro ogni battaglia sulle regole elettorali, esista anche un problema di sopravvivenza politica. Sarebbe ingenuo fingere il contrario. Ma c’è una questione più grande, che riguarda tutti e non soltanto chi oggi rischia di essere escluso. Che cosa deve essere, esattamente, il Parlamento? Lo specchio, per quanto imperfetto, della pluralità del Paese? Oppure uno strumento costruito soprattutto per produrre maggioranze e garantire governi stabili? Le due esigenze non sono necessariamente incompatibili. Ma nemmeno coincidono. Se il primo obiettivo è rappresentare, allora anche il voto di chi sceglie una formazione piccola deve conservare un peso politico. Se invece l’obiettivo principale è governare, la selezione sarà inevitabilmente più severa e qualcuno resterà fuori.
È il prezzo della scelta. Il problema nasce quando si pretende di far passare quella scelta per una verità assoluta, come se governabilità e rappresentanza fossero la stessa cosa. Non lo sono. E allora attenzione al leone. Perché nella savana politica gli animali più piccoli possono sembrare destinati a scomparire, ma non sempre è così. A volte fanno rumore. A volte si alleano. A volte diventano decisivi. E qualche volta, proprio quando tutti li considerano già fuori dalla partita, riescono a sopravvivere. Adesso la parola passa alla Corte costituzionale. Saranno i giudici a verificare se il recinto è stato costruito secondo le regole. Ma alla politica spetta una domanda diversa, forse più semplice e proprio per questo più scomoda: quanto è grande il recinto che abbiamo deciso di costruire?
Abbastanza da contenere la complessità del Paese? Perché vincere le elezioni è una cosa. Governare è un’altra. Rappresentare una democrazia è ancora un’altra. E il leone, per quanto forte sia, dovrebbe ricordare una regola antica della savana: il potere può decidere chi comanda. Non può decidere, da solo, chi merita di essere ascoltato.
Angelo Santoro

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