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IL GIOCO DEI RICATTI INCROCIATI

Le elezioni passano ma chi si cura dell’immagine dell’Italia all’estero? Di Elio Di Caprio

di Elio Di Caprio | 1 Marzo 2010

Da popolo di eroi, di santi, di navigatori siamo diventati (o ci siamo ridotti ad essere) un popolo di guardoni, ormai assuefatti dalle armi di “distrazione di massa” a guardare soltanto senza dare un grande peso neppure al crescendo degli scandali che stanno diventando ordinaria amministrazione propagandistica. Da una parte c’è chi guarda – dal buco della serratura è ancora più intrigante- ed è bombardato continuamente dalle notizie di scandali a puntate , dall’altra c’è chi controlla, chi sa o dovrebbe sapere tutto ma si riserva di farcelo conoscere a scadenza o a scoppio ritardato, magari quando il reato è stato consumato.

Tutti possono essere controllati dai tanti controllori appostati a intercettare con la solita rete a strascico che mischia fatti pubblici e privati da rivelare al momento opportuno. In un’Italia dove è veramente inusuale che un segreto venga mantenuto per più di un giorno scopriamo che da mesi o da anni i magistrati, i ROS dei carabinieri, i servizi segreti civili o della Guardia di Finanza seguono filoni d’indagine delicatissimi e nulla trapela all’esterno. Poi arriva l’alluvione delle notizie sui giornali e iniziano i processi mediatici, gli unici che producono effetti concreti.

Non viviamo in uno Stato di polizia – gli anatemi recentemente lanciati in proposito dal Presidente del Consiglio contro lo Stato ( di polizia) che egli stesso rappresenta non sarebbero neppure immaginabili in un altro Paese europeo – dove il controllo è così capillare da prevenire il compiersi del reato, ma si ricatta piuttosto a cose fatte in un gioco al massacro in cui si scopre che i ricattabili e i ricattati sono tanti, più di quelli che si sarebbe mai immaginato.

Nel pieno di una campagna elettorale senza esclusione di colpi si giocano ormai tutte le cartucce. Non ci sono più pulpiti puri da cui è lecito aspettarsi un messaggio rassicurante che dalla melma si può uscire- non è vero che coinvolga tutto e tutti- il futuro sarà diverso, gli anticorpi contro la corruzione e il malaffare verranno messi in moto con la collaborazione bipartisan tra maggioranza ed opposizione.

Ma chi ci crede che basti una legge affrettata di difesa contro la corruzione (improvvisa?) per risolvere il problema e porre fine ai reciproci ricatti se i partiti si sono sempre rifiutati di mettere paletti e regole precise per le candidature, rimettendo le decisioni finali al capo di turno cui spetta il potere di nomina? Non ci si può poi lamentare delle presunte “sorprese” smascherate da magistratura e giornali sulle malefatte dei singoli deputati sempre e comunque difesi, come il caso Di Girolamo insegna, dalla casta parlamentare di appartenenza.

Come ora proclama “La Repubblica” con titoloni da prima pagina la ndrangheta sta in Parlamento attraverso il senatore Di Girolamo del PDL di cui si è chiesto l’arresto. Facile l’associazione mentale successiva che il PDL è il partito della ndrangheta, quello che ha al meglio le caratteristiche per ospitare esponenti della criminalità organizzata. Anzi, secondo il giornale di Scalfari, per “par condicio” è giusto che in Parlamento entri anche la ‘ndrangheta, visto che ci sono già la mafia e la camorra. Ce lo diciamo da soli, impietosamente e con qualche esagerazione, che siamo arrivati ad un punto limite e poi ci irritiamo per critiche ben più blande che vengono dalla stampa estera.

Ma non ci hanno insinuato da mesi il messaggio che, grazie ad un Ministro leghista del Nord come Roberto Maroni, sono stati inferti colpi durissimi e quasi definitivi alla criminalità organizzata? Si è colpita la manovalanza senza avere il coraggio di fare pulizia nelle istituzioni? Questo governo – ce lo hanno ripetuto in mille spot- ha fatto più di tutti gli altri nella lotta alla mafia con risultati visibili, dagli arresti dei latitanti alla confisca dei beni di mafiosi e camorristi.

E perché gli altri no? A nessuno viene il legittimo e malizioso interrogativo perché solo ora e non prima, perché è stato fatto poco o nulla per combattere la criminalità nel corso dei quindici anni di questa “nuova” stagione della seconda repubblica che ha visto alternarsi regolarmente governi di destra e di sinistra.

Forse era l’UDC di Casini nella precedente maggioranza di centro destra che ci ha governato per cinque anni filati, prima del biennio prodiano, l’impedimento ad una lotta più efficiente alla mafia? Siamo veramente al punto di prima o peggio se, come dice Repubblica, la mala vita organizzata trova spazio persino nel Parlamento dei nominati, con candidati scelti dai partiti, dove sono stati banditi i voti di preferenza che, si diceva, avrebbero inquinato il risultato elettorale con il voto di scambio.

Sembra che non siano passati venti anni da quando lo stesso giornale di Scalfari accusava nei suoi titoloni Giulio Andreotti di collusione con la mafia, lasciando intendere che la mafia era presente in Parlamento attraverso la DC, il partito di Andreotti. Adesso è il turno del PDL e dei suoi esponenti e forse per questo solo ora la Chiesa trova il coraggio attraverso i suoi vescovi di denunciare la commistione tra mafia e politica. Ma è troppo facile partecipare al gioco delle denunce a posteriori.

La serie di convulsi e confusi avvenimenti che sta precedendo l’ultimo mese di campagna elettorale per le regionali non preannuncia nulla di buono. Con una situazione politica così slabbrata ed in presenza di una perdurante crisi economica chi ci scommette che tutto vada liscio fino all’esaurimento naturale della legislatura fra tre anni?.

Quando saranno concluse le elezioni regionali raccoglieremo i cocci della devastazione morale di cui siamo testimoni da più di un anno. Comunque vada rimarrà sul terreno una classe politica prostrata e sempre più sconfessata dalle logiche deteriori di potere che la mantengono in vita. Ma a rimetterci -quello che è molto più grave- è la stessa immagine all’estero del nostro Paese che a venti anni da Tangentopoli non riesce a trovare una via d’uscita, la sua “exit strategy” da un sistema che si arrotola su se stesso. Il PD è in crisi profonda e il PDL si affida ora al marketing inventandosi un altro schema di attacco, quello dei “promotori della libertà” per smerciare porta a porta il nuovo (?) prodotto del partito del predellino. Se non siamo al tramonto di un’epoca ci siamo molto vicini.

Elio Di Caprio ( da Terza Repubblica quotidiano on line di Società Aperta )

Pubblicato in : Primo piano

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