E dunque siamo arrivati al capolinea: la resa dei conti tra Berlusconi e Fini segna, a nostro parere, la fine del bipolarismo all’italiana perché esula dal contrasto personale, dalle beghe di partito, dai correntismi e dalle aspirazioni alla leadership, che sono nient’altro che sintomi di una malattia ormai cronicizzata che ha colpito il nostro sistema democratico sedici anni fa e che giunge ora alla sua ultima crisi, quella fatale. Non raccontiamoci storie, qualunque cosa accada da ora in poi, un dato è certo: il bipolarismo fasullo, partitocratico e conservatore, basato su coalizioni nate solo per raccogliere voti ma prive di ogni comune progetto di governo – e non parliamo di ideali, che quelli li abbiamo definitivamente seppelliti con il Novecento – è fallito e tale va dichiarato, non per volontà velleitaria di Fini, ma per la sua stessa inconsistente natura. La disgregazione del Pdl corre di pari passo con quella del Pd, poiché l’un polo ha sin qui sostenuto l’altro in una sorta di equilibrio di ragioni d’essere che poteva funzionare solo se calibrato sulla effettiva, per quanto relativa, esistenza di entrambe le coalizioni; la irreversibile discesa agli inferi del centrodestra è pari a quella del centrosinistra ed il fantasma dell’identità rinnegata aleggia su Berlusconi, Fini e Bersani come l’ombra del padre di Amleto: uccidere il padre, e ci dispiace per Freud, non sempre paga, soprattutto in politica. Chi ci legge sa che da gran tempo scriviamo in questi termini, dunque oggi non è gioco facile, il nostro, dire che avevamo ragione, quanto piuttosto una amara presa d’atto di una conclusiva stagione che avevamo vista annunciarsi dalla nascita stessa del bipolarismo italiano, e non perché ci sia facile leggere nel futuro, ma più modestamente perché di solito preferiamo guardare la luna piuttosto che farci sviare dal dito che la indica. Ci stupisce peraltro oggi, leggendo gli editoriali politici di questi giorni, scoprire come all’improvviso tutti si dichiarino convinti del fallimento di un sistema fino a ieri sostenuto oltre ogni lecita possibilità per mere ragioni di lobbies, né concordiamo con analisi come quella di Panebianco sul Corriere che, pur fotografando con chiarezza la situazione attuale, afferma però che il bipolarismo è il miglior sistema democratico per il governo del nostro paese quando, a nostro parere, il semplice svolgersi degli eventi evidenzia che il nostro paese, che non può né in alcun caso potrebbe avere una autentica cultura bipolare perché estranea alle nostre fondamenta storiche e culturali, patisce la mancanza di un pluralismo che è l’espressione più pragmatica della varietà di posizioni che da sempre appartengono alla nostra storia repubblicana. Non rimpiangiamo la Prima Repubblica, ma di certo rimpiangiamo la mancanza di forze laiche e riformiste che riescano a mediare le estreme ed a garantire una vera rappresentanza politica ed istituzionale a chi, come noi, non ha mai potuto, per pura onestà intellettuale, riconoscersi nell’uno o nell’altro polo e che oggi, invece di perdere tempo a vagheggiare di governi istituzionali, larghe intese, nuove elezioni o rimpasti governativi, si chiede semplicemente quanto tempo impiegherà la Lega, vera trionfatrice di questo scontro di fasulle coalizioni in virtù della propria forte identità, a diventare la prima forza politica del paese e, dunque, a decidere delle nostre sorti.
Ecco, questa è la riflessione – forse non piccola – con cui vi lasciamo alle vostre vacanze: invece di guardare il dito, ovvero la varietà di ipotesi che abbiamo elencato sopra, del tutto velleitarie ed affatto interessanti da un punto di vista del cambiamento, proviamo a guardare la luna, ovvero l’irreversibile degrado del sistema bipolare, e chiediamoci se questa crisi possa diventare una preziosa opportunità di ripensamento di un intero modello politico e sociale, di una volontà di riforme profonde ma soprattutto reali ed incisive, di un riappropriarsi da parte dei cittadini di tutto ciò che ci è stato tolto, prima che si apra una stagione leghista che, lo confessiamo, ci inquieta parecchio. Un tempo dicevamo di non voler morire democristiani, oggi pensiamo che non ci piacerebbe morire leghisti – sarà che la camicia verde non ci dona, e a voi?
ChiBo

te, Puccina, non perdi mai l’occasione di tacere.
A parte lo sconveniente eloqio di Paulette ,non credo sia solo una questione di colore delle camicette ; io non ho nessuna intenzione di baciare l’anello del Trota .E se questo è lo spirito che anima e sorregge i leghisti ,come pare purtroppo ,ci sarebbe veramente poco spazio per i cittadini ,di riappropiarsi di alcunchè. Salvo il tornare(grandiosità delle riforme ) alla suddivisione sociale tra Vassalli ,Valvassori e Valvassini. Soggetti qualunque resi signorotti ,per il controllo del popolino. In pieno “federalismo” comunale…
Comunque vada a finire, sarà un insuccesso!
Questo metodo ha dimostrato i suoi limiti, un ritorno al passato con 100 partiti che raccolgono consensi pari al 2 di briscola, non sistemerà le cose.
In Italia ci vuole una rottura totale col passato, le palle ormai son rotte, ma alla fine non cambia nulla.
Ci vogliono altri cervelli, altre persone, altri progetti.
Ma si può davvero credere che la fine d’un bipolarismo mai nato faccia ritrovare l’anda ai piccoli, ai liberali, ai socialisti, ai repubblicani, in un tempo in cui le élites sono più massificate delle masse? Ritengo che si apriranno altri itinerari, e abbastanza triti.