
Trump e Putin se la ridono alle nostre spalle mentre noi continuiamo a crederci. L’ultimo atto della commedia geopolitica va in scena con il sequestro da parte americana di due petroliere russe: più che navi strategiche due bagnarole del mare, relitti galleggianti buoni per i titoli a effetto e poco altro. Un tempo per risultare credibili e per stringere accordi sottobanco con il nemico si arrivava perfino a fare la guerra. Guerre vere, con morti veri, cercando almeno di limitare i danni collaterali. Era l’unico modo per non destare sospetti: se ti combatti davvero nessuno può pensare che tu stia recitando. Oggi nell’era dei social media e dell’informazione istantanea basta molto meno. Due sequestri simbolici, qualche fotografia sgranata e una manciata di dichiarazioni roboanti.
E noi, uomini digitali convinti di non farci più ingannare da nulla, dovremmo credere che il tycoon abbia deciso di dare un sonoro ceffone allo zar. Un avvertimento in stile mafioso: “Fai come dico io o la storia finisce male”. In realtà l’operazione ricorda più i metodi dei taglieggiatori della New York di fine Ottocento, quando le bande si contendevano quartieri a colpi di messaggi dimostrativi, non certo di guerre aperte. I titoli dei giornali intanto gridano alla svolta: Trump ferma Putin, gli Stati Uniti difendono i trattati. Ma dietro la scenografia i due leader si muovono come il gatto e la volpe, intenti a spartirsi le aree di influenza con un occhio fisso sulla vera variabile che conta: la Cina.
Perché in Asia di furbate non se ne fanno. L’America è presente stabilmente nella regione dalla guerra di Corea, e prima ancora ha imposto il proprio dominio con la sconfitta del Giappone culminata nell’uso delle uniche due bombe atomiche mai sganciate in un conflitto. All’epoca la Cina di Mao era schiacciata da problemi interni e priva della credibilità internazionale che oggi Pechino ostenta senza complessi. La Russia, dal canto suo, con la sua smisurata estensione territoriale guarda all’Asia da secoli. Oggi però si muove con estrema cautela nei confronti dei cinesi, ai quali probabilmente lascerà mano libera su Taiwan limitandosi a un silenzio complice. Magari replicando la farsa delle due petroliere da rottamare rispedite altrove come simboli di forza che non c’è. Intanto Putin e Trump ridono. Ridono con i nostri soldi, con la complicità di una classe dirigente europea sempre più irrilevante, incapace di visione e ridotta a gestire l’oggi. A tavola, forse, ricordano i bei tempi in cui erano loro – o meglio i loro nonni – a decidere le sorti del mondo. Oggi governano ancora, ma lo fanno travestendo la politica internazionale da spettacolo di provincia.
Angelo Santoro

Caro Santoro, l’uso distorto delle parole è cosa da evitare. Convengo che non sei solo ma confondere il significato storico, artistico e sociale della “sceneggiata” sa di mancato approfondimento. Se il giornale me ne darà l’opportunità ne farò un articolo. Rimane il fatto, e purtroppo non sei il solo, che usa parole di cui ignora il significato. Un saluto