“Dal 1970 al 2000 tra le 7 più grandi economie mondiali, il famoso G7, quattro erano europee, Italia inclusa. Nel 2050 di europeo non rimarrà nessuno. Anche la Germania verrà superata dall’Indonesia”.

Purtroppo, in questi giorni si torna a parlare con insistenza della crisi della Grecia, dopo la chiusura della tv pubblica ed il contestuale licenziamento di 2700 lavoratori, un tasso di disoccupazione cresciuto a dismisura a circa il 27% ed un debito pubblico addirittura al 175%; dal 148% di soli tre anni fa, quando è iniziato il piano di rientro predisposto dal governo ellenico con UE, BCE e FMI. Cosa avrebbe potuto o dovrebbe pur fare la Grecia, altrimenti?
In proposito, gli euroscettici non hanno dubbi. Uscendo dall’euro, avrebbe potuto e dovuto – ancora oggi e comunque prima della fine dell’estate, quando occorrerà provvedere presumibilmente ed auspicabilmente alla ristrutturazione del debito – ritornare all’antica moneta e – come tutti noi occidentali, soprattutto europei, indistintamente, forti dell’esperienza solida e rassicurante del passato di ogni singolo stato-nazione moderno – avviare l’unico processo negoziale possibile di svalutazione della stessa. Con uno sguardo fondamentalmente rivolto al passato, si dice anche che nel mercato globale il reale problema sia in effetti quello della competitività internazionale. E, in proposito, è quasi una banalità ricordare quanta generale e scarsa considerazione, anche nel nostro paese, è stata riversata su fenomeni quali la delocalizzazione produttiva, prima, e l’import-export di paesi a basso costo produttivo, poi.
E tuttavia, se riportata in siffatti termini, è come se la realtà venisse sottoposta ad un fenomeno di rifrazione tale da produrre una deviazione, nel caso una deformazione di quel che è, ma così non appare. Fuor di metafora, la deviazione consiste nell’interpretazione falsa di una realtà che in primo luogo non può e non deve essere rappresentata in termini esclusivi o essenziali di mercato. E questo, perché è di tutta evidenza che il mercato, per essere globale, presuppone necessariamente una comunità, che sia globale, nel quale è possibile esercitare, più o meno liberamente, lo scambio di beni e servizi. In secondo luogo, ne consegue anche che il fenomeno della competitività è presupposto in termini negativi e quindi finisce con il rappresentare pur sempre undisvalore. Cosa che, sappiamo bene, non è affatto.
Prendendo a riferimento, o fosse anche pretesto, il Big Mac Index (http://en.wikipedia.org/wiki/Big_Mac_Index), in ordine alla situazione odierna della Grecia, l’Economist sintetizza: “L’austerity di Atene? E’ come svalutare”. Né più né meno. Qualcosa, che è poi lo stesso di quello che, secondo gli euroscettici, avrebbe potuto o dovrebbe ancora fare oggi il paese, ma uscendo dall’euro. Da solo, e non in compagnia degli altri 27 paesi dell’Unione o 16 paesi dell’area euro.
E questo, senza ad esempio considerare quanto asserisce Vittorio Grilli, nostro precedente ministro dell’Economia e delle Finanze, oggi stesso sul Corriere della Sera: “Dal 1970 al 2000 tra le 7 più grandi economie mondiali, il famoso G7, quattro erano europee, Italia inclusa. Nel 2010 sono scese a 3, Italia esclusa. Secondo le proiezioni più autorevoli, nel 2020 scenderanno a 2, e nel 2030 di Europa rimarrà solo la Germania. E, forse sorprendentemente, nel 2050 di europeo non rimarrà nessuno. Anche la Germania verrà superata dall’Indonesia”.
E inoltre e soprattutto, cancellando in un sol colpo mille e più mille anni di storia, di civiltà e progresso dell’uomo.

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