
Il 9 settembre 2001 sempre a Venezia Mira Nair vinceva il Leone d’Oro per il film Monson Wedding. Fra queste due date quella fatidica dell’ 11 settembre 2001 . Il crollo delle torri gemelle fa da spartiacque.
C’è il prima e c’è il dopo. C’è la gioia di Mira Nair che parte con il suo Leone d’oro per il Festival di Toronto e pensa già alla distribuzione del film negli Stati Uniti, dove abita, e ci sono l’angoscia, lo sgomento, la paura, due giorni dopo. C’è la difficoltà di raggiungere New York e la famiglia e c’è la consapevolezza improvvisa e bruciante di essere declassata a cittadina se non indesiderata, almeno guardata con sospetto.
Ci sono la paura e la rabbia davanti all’assioma pachistano = terrorista. E tutto questo c’è già nell’episodio da lei diretto nel film collettivo sull’11 settembre in cui la Nair parla (è una storia vera) di un pachistano sparito dopo l’attentato e sospettato di essere un complice se non addirittura uno dei responsabili. Sarà trovato qualche giorno dopo sotto le macerie. Si era fermato a prestare aiuto alle vittime, ma non aveva fatto in tempo a salvare se stesso.
E c’è ancora un dopo fondamentale ed è l’incontro con il libro di Mohsin Hamid “Il fondamentalista riluttante”(Einaudi ed.).
Dalla collaborazione tra Hamid e Nair nasce la sceneggiatura : è la storia di Changez, giovane pachistano rampante nel mondo della finanza, ottimo analista a Wall Street che dopo l’11 settembre diventa un sospettato, un indesiderato, un individuo che si può fermare e perquisire per strada, bloccare all’aeroporto, mettere in galera, una persona priva di diritti.
E così Mira Nair torna a parlare di integralismo in tutte le sue sfaccettature, non parla solo di integralismo islamico cioè di terrorismo ma lo raffronta con l’integralismo finanziario, il potere del Corano e quello del denaro; la contrapposizione tra due diversi modi di concepire il mondo.
Saranno l’incontro con il colto editore turco la cui attività Changez dovrebbe mettere in liquidazione (per scarsa produttività) e il suo racconto sui giannizzeri(rapiti bambini ed inviati da adulti ad uccidere i loro stesi familiari) a risvegliare in lui la sua appartenenza, a riscoprire la sua identità.
Changez abbandona il paese che ama, torna nella sua terra, diventa professore.
“Il film chiede di parlarsi, sentirsi, ascoltarsi per rimanere umani nonostante le tensioni” afferma la regista che ha sentito la necessità di introdurre nel film la figura del giornalista reclutato dalla Cia, quale specchio del protagonista.
Con un montaggio incrociato di campo e controcampo nel lungo dialogo/confessione, davanti ai bicchieri di the, il dialogo serrato fra due “alieni” nella terra cui vorrebbero appartenere, è un dialogo tra culture diverse, lo scontro/incontro tra oriente e occidente (Changez/Bobby) è un tentativo di guarigione attraverso il dialogo, nonostante il filo di un vigile sospetto dei due protagonisti che rappresentano magnificamente quel sospetto con cui si guardano l’America e il mondo mussulmano.
La regista rilette su quanto sia difficile superare i pregiudizi che ci contaminano e spera che il film possa essere un ponte tra le due culture, che apra finalmente ad una vera discussione lontana dal muro contro muro politico, dal “…o con me o contro di me” di Bushiana memoria.
Nella lunga “confessione” di Changez: si susseguono parole che potrebbero sembrare sia in contraddizione “…amo l’America … il piacere di vedere l’arroganza in ginocchio, Davide che sconfigge Golia…ho provato un senso do orgoglio per il loro coraggio…” sia provocatorie, ma “questo è il mondo in cui viviamo.”
Anche la musica del film è un continuo intreccio tra vecchio e nuovo: alle canzoni tradizionali pakistane si affiancano poesie messe in musica, rap e musica sufi.
Il film ha impegnato la regista per circa sei anni, nonostante il cast stellare (da Kiefer Sutherland a Kate Hudson) è stato difficile trovare finanziatori e il film non ha ancora un distributore americano.

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