
C’è un termine che sta rimbalzando tra i corridoi di Palazzo Chigi con l’insistenza di un’eco fastidiosa: “filotto”. Non è quello fortunato di un giocatore di biliardo esperto, ma quello rovinoso di chi ha puntato tutto su cavalli che, nel giro di ventiquattro ore, hanno azzoppato ambizioni, alleanze e reputazione internazionale. La strategia diplomatica di Giorgia Meloni, costruita sul delicato e forse impossibile equilibrismo di fare da “ponte” tra l’isolazionismo radicale di matrice trumpiana e l’establishment di Bruxelles, sembra essere colata a picco sotto il peso di tre eventi simultanei: il crollo di Orbán, le minacce di Trump sulla stabilità energetica mondiale e gli “urti” israeliani contro le basi UNIFIL in Libano. Un allineamento astrale negativo che mette a nudo la fragilità di una postura estera basata più sulle affinità ideologiche che sulla tutela pragmatica degli interessi nazionali.
La notizia più fragorosa, che scuote le fondamenta della destra conservatrice europea, arriva dall’Ungheria. Viktor Orbán, il teorico della “democrazia illiberale” e storico punto di riferimento per la destra meloniana, è uscito pesantemente sconfitto dalle urne. Per la Presidente del Consiglio italiana non si tratta solo della perdita di un alleato tattico nel Consiglio Europeo, ma di un enorme danno d’immagine. Meloni, solo poche settimane fa, non aveva esitato a esporsi in prima persona con un videomessaggio di sostegno elettorale, un gesto che rompe la consuetudine diplomatica secondo cui un capo di governo non interferisce nelle consultazioni di un altro Stato membro. Essersi schierata apertamente con quello che a Bruxelles viene considerato il principale “cavallo di Troia” di Vladimir Putin in Europa, proprio nel momento della sua caduta, ricolloca l’Italia in quell’angolo buio del sovranismo isolato da cui la premier aveva faticosamente cercato di uscire. La liberazione celebrata da Ursula von der Leyen suona oggi come un atto d’accusa verso chi, a Roma, sperava di scardinare l’Unione dall’interno.
Il pilastro portante dell’intera architettura meloniana è sempre stato il rapporto privilegiato con Donald Trump, considerato l’assicurazione sulla vita per una proiezione di potenza italiana sganciata dai vincoli franco-tedeschi. L’idea ambiziosa era quella di accreditarsi come l’unica interlocutrice europea capace di tradurre le istanze del “MAGA” nel linguaggio delle istituzioni continentali. Tuttavia, la realtà della dottrina “America First” si è palesata in tutta la sua spietata indifferenza verso gli alleati. La minaccia di Trump di chiudere lo stretto di Hormuz — un passaggio vitale dove transita circa il 20% del petrolio mondiale — è un proiettile puntato dritto al cuore di un’Italia che ancora lotta con i morsi dell’inflazione. Un eventuale blocco farebbe schizzare i costi energetici a livelli insostenibili per le nostre imprese. Qui emerge il paradosso: come può Meloni proporsi come “ponte” verso un’amministrazione che agisce attivamente contro gli interessi economici diretti dell’Italia e che non nasconde il desiderio di vedere implodere l’Unione Europea?
Mentre a Roma il Ministro Tajani si spingeva a garantire che l’Italia non avrebbe dato seguito al mandato di cattura della Corte Penale Internazionale contro Benjamin Netanyahu — una mossa che ha sollevato forti dubbi sulla tenuta del nostro ordinamento rispetto agli obblighi internazionali — sul campo la realtà mandava un segnale di brutale ingratitudine. I carri armati israeliani che “urtano” i mezzi e le postazioni della missione UNIFIL in Libano, dove i soldati italiani operano con mandato ONU, rappresentano uno schiaffo diplomatico e militare senza precedenti. L’appoggio incondizionato garantito al governo Netanyahu non sembra aver prodotto né rispetto per la nostra bandiera, né una reale influenza sulle decisioni belliche di Tel Aviv. L’Italia si ritrova nell’umiliante posizione di chi continua a offrire copertura politica a un alleato che, nei fatti, mette fisicamente a rischio la vita dei propri militari e ignora deliberatamente i canali di coordinamento.
Fino a ieri, il sostegno granitico all’Ucraina era l’unico porto sicuro, il “bollino di garanzia” che permetteva a Meloni di sedere ai tavoli che contano senza essere guardata con sospetto. Ma anche questa certezza sta mostrando preoccupanti crepe interne. Le recenti dichiarazioni dei vertici dell’Eni presso la scuola di formazione della Lega, riguardo alla necessità di tornare ad acquistare gas russo per garantire la competitività industriale, non sono un semplice parere tecnico. Sono il segnale politico di un logoramento interno alla maggioranza, dove la linea dura contro Mosca inizia a essere percepita come un peso elettorale ed economico. Se cade anche l’atlantismo ortodosso, cosa resta della politica estera di questo governo? Il “talento” diplomatico spesso attribuito alla Presidente appare oggi come una scommessa azzardata su un ordine mondiale che non ha alcuna intenzione di fare sconti all’Italia. Il rischio è che, a forza di voler stare con tutti i “nemici dell’Europa”, l’Italia finisca per ritrovarsi sola quando l’Europa deciderà il suo futuro.
Antonio Laraia

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