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Il feticcio del socialismo europeo

di Vincenzo Caciulli | 1 Maggio 2013

Purtroppo, non esiste un socialismo europeo con tanto di protocollo doc che assicuri la qualità del prodotto.

socialismoCome un feticcio, ogni qual volta la disastrata sinistra italiana richiede un resettaggio, compare sulla scena il socialismo europeo. Fu così negli anni Novanta del Novecento con il PDS prima e i DS poi. E’ così oggi nelle sparute e residuali pattuglie dei naufraghi di quello che fu il Partito Socialista italiano, nella parte sinistra(ta) del Partito Democratico, in Sinistra e Libertà del favoliere delle Puglie Vendola. Come tutti i feticci che si rispettano il socialismo europeo avrebbe in sé il potere magico di rendere moderna e competitiva quella sinistra italiana capace di perdere ripetutamente elezioni apparentemente già vinte, considerata dagli italiani non adatta a governare il paese. Purtroppo, almeno a giudicare dalla situazione politica dei paesi europei (Francia esclusa per quanto un recente sondaggio indica che la maggioranza dei francesi vorrebbe un governo di larghe intese), le virtù del feticcio non appaiono così universali e comprovate. Purtroppo, non esiste un socialismo europeo con tanto di protocollo doc che assicuri la qualità del prodotto. Esistono tanti socialismi nazionali che condividono alcune ispirazioni e alcuni valori fondamentali e che dibattono vivacemente, al loro interno, su scelte diverse di politica economica e finanziaria, di welfare, di crisi delle democrazie parlamentari e linee di politica estera nazionali e comunitarie. Da oltre trent’anni, nei diversi partiti socialisti europei si contrappongono sostanzialmente due visioni che, per comodità di esemplificazione, visualizzeremo con i nomi dei leader che le hanno rappresentate: Da una parte c’è il socialismo di Tony Blair e di Schröder, dall’altra quello di Lionel Jospin.  Il primo ha i caratteri di massimo pragmatismo, guarda all’insieme della società e non solo ai corpi sociali di riferimento, predica diritti e doveri, integrazione tra iniziativa pubblica e privata, punta a garantire, in una cornice di regole, libera iniziativa economica e concorrenza. Declina il proprio riformismo nelle condizioni date del paese nel quale opera. Il secondo è sensibile a un approccio ideologico e sovra nazionale, guarda essenzialmente al proprio popolo come a una comunità chiusa e dai caratteri peculiari e superiori, ritiene un valore assoluto lo stato e il suo interventismo, guarda con diffidenza alle imprese e al mercato.  Pratica la cultura dei diritti ma è meno sensibile a quella della responsabilità individuale e collettiva. Il primo è caratterizzato dall’idea di libertà e da quella della giustizia sociale, delle pari opportunità unite alla valorizzazione del talento e del merito individuale. Il secondo dall’ossessione dell’egualitarismo a tutti i costi compreso quello del livellamento verso il basso.  Il socialismo di Blair e di Schröder ha vinto e ha contribuito a portare Inghilterra e Germania verso un presente più solido di quello degli altri paesi europei. Quello di Jospin ha governato senza incidere nei problemi della Francia e senza indicare prospettive per il  futuro. Nell’Italia del secolo scorso le due visioni erano rappresentate dai due partiti della sinistra: Il PSI e il PCI poi PDS. Il New Labour di Blair trasse ispirazione dalle riflessioni elaborate dal PSI a partire dalla Conferenza di Rimini del 1982. Il PDS prima e i DS poi (e più in generale le correnti ex-PCI) hanno cercato nel pensiero più identitario del socialismo europeo (trasportandole poi nella fuga in avanti nuovista del PD) un rifugio che permettesse loro di non fare i conti con il proprio passato e con la realtà del paese. E senza questa catarsi nessuna sinistra moderna e vincente potrà crearsi in Italia. Un’ultima considerazione. Per quanto portatori di diverse visioni i partiti socialisti europei sono nazionali e, laddove questa è la cornice statuale, repubblicani. Schröder perse le elezioni di un soffio, prese atto dell’impossibilità di governare e aderì alla grande coalizione lasciandone la guida ad Angela Merkel che quelle elezioni per un soffio aveva vinto. Jospin governò la Francia in coabitazione con Chirac. Sconfitto alle presidenziali ed escluso dal ballottaggio, non esitò insieme al PSF a chiedere il voto per Chirac pur di evitare il pericolo populista e fascista di Le Pen.  L’obbiezione per la quale Berlusconi non è né Chirac né la Merkel, è irricevibile.

Pubblicato in : Primo piano

Info Vincenzo Caciulli

Vincenzo Caciulli. Dottore di ricerca in Crisi e trasformazione sociale si è occupato a lungo di ricerca storica e sociale presso università italiane e straniere. E’ stato consigliere regionale e membro dell’Autorità per le Comunicazioni della Toscana. Da oltre dieci anni lavora nella comunicazione con esperienze di amministrazione di società editoriali. Collabora con vari periodici tradizionali e online. Fa parte della Direzione nazionale del PSI.

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