
C’è una moda linguistica che negli ultimi anni ha preso il posto del ragionamento: trasformare ogni oppositore in un fascista. Basta dissentire, fare una domanda scomoda, non allinearsi al pensiero dominante, e l’etichetta arriva puntuale. Rapida, comoda, definitiva. Non serve discutere, basta classificare.
Il problema non è soltanto politico. È semantico. Le parole nascono per descrivere la realtà, non per schiacciarla dentro slogan prefabbricati. Quando un termine storico preciso viene usato per qualunque cosa, perde consistenza, smette di spiegare e diventa una clava.
Il fascismo è stato un fenomeno storico reale, collocato in un’epoca precisa, con simboli, struttura, potere e ideologia riconoscibili. Ridurlo a insulto universale significa impoverire il linguaggio e, paradossalmente, anche la memoria storica.
Esiste però un altro equivoco, forse ancora più interessante. Molti immaginano il fascismo come una questione cromatica, quasi fosse proprietà esclusiva di una sola parte politica. In realtà il colore cambia, ma certi meccanismi restano identici.
C’è stato un fascismo nero, evidente, dichiarato, storicamente definito. Ma esiste anche un fascismo rosso, meno appariscente, spesso travestito da superiorità morale. È quello che pretende uniformità, che tollera il dissenso solo fino a quando resta innocuo, che divide il mondo tra autorizzati e non autorizzati a parlare.
Quando un’idea non viene discussa ma automaticamente squalificata, quando la persona conta più dell’argomento, quando si risponde con un’etichetta invece che con una critica, il problema non è più politico. Diventa culturale.
La scorciatoia è semplice: invece di affrontare un pensiero, lo si archivia. Invece di entrare nel merito, si assegna un marchio. È più veloce, più emotivo, più efficace nei social, ma decisamente meno intelligente.
Il paradosso è quasi ironico. Chi si presenta come difensore della libertà spesso utilizza strumenti che con la libertà hanno un rapporto complicato: catalogare, isolare, semplificare, ridurre tutto a tifoseria.
Oggi la politica ama i colori netti, le appartenenze immediate, le divisioni facili. O bianco o nero, o giusto o sbagliato, o progressista o reazionario. Ma la realtà raramente funziona così. Le persone cambiano idea, hanno dubbi, contraddizioni, sensibilità differenti. Non entrano facilmente dentro un’etichetta.
Quando tutto diventa fascismo, il rischio è che il termine perda la propria storica connotazione. E quando le parole perdono peso, smettono di distinguere. Restano solo slogan, automatismi e una grande confusione travestita da certezza.
Da ebreo che ha studiato la storia, e che ha ascoltato i racconti di chi quel periodo lo ha vissuto davvero, vedere il fascismo ridotto a una battaglia dialettica di colori lascia una sensazione amara. I miei genitori me lo hanno raccontato nei dettagli, non come teoria astratta, ma come esperienza concreta, fatta di paura, limitazioni, esclusione. Per questo assistere oggi a un uso superficiale di quel termine, lanciato come una parola passepartout buona per ogni discussione, non provoca soltanto fastidio. Fa quasi arrabbiare. Perché certi pezzi di storia meritano precisione, non improvvisazione.
Forse il vero problema non è che esistano idee opposte. Il problema è che non si ha neanche la voglia di ascoltarle prima di decidere in quale scaffale metterle.
Piero Terracina

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