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Il fallimento politico di Hamas

Il sondaggio di Arab Barometer rivela un declino di fiducia nei confronti di Hamas e Al Fatah. La popolazione palestinese esprime aspirazioni democratiche e favore per una soluzione a due stati.
di Ugo Tramballi

di Istituto Ispi | 23 Novembre 2023

di Ugo Tramballi

Nonostante il nome impegnativo del suo dicastero, quello della Tradizione Ebraica, il ministro di estrema destra Amichai Eliahu, aveva dichiarato che un’atomica su Gaza “sarebbe una delle possibilità”. Bibi Netanyahu, il premier, l’aveva sospeso dall’incarico. Ma Eliahu esprimeva un sentimento diffuso fra gli israeliani: i due milioni e 300mila palestinesi di Gaza sono colpevoli quanto Hamas.

Il numero impressionante dei morti e la brutalità dell’operazione israeliana, sono una prova di quel comune sentire: i gazawi, gli abitanti della striscia, e Hamas sono la stessa cosa. Un giornalista troppo impressionabile e poco documentato li ha definiti “Peggio dei nazisti”. 

Sembrerà dunque strano che il 73% dei palestinesi di Gaza sia invece a favore di un accordo di pace con Israele; e che solo il 20 preferisca la folle soluzione militare perseguita da Hamas. Almeno così stavano le cose fino al 6 ottobre, il giorno prima dell’aggressione islamista ai kibbutz di frontiera e degli oltre 40 giorni di bombardamenti israeliani.

Quel giorno era stato l’ultimo di un sondaggio dagli inaspettati risultati, condotto da Arab Barometer https://www.arabbarometer.org . Il risultato è la prova del fallimento politico di Hamas.

Arab Barometer è un istituto rigoroso. La co-fondatrice, Amaney Jamal, è preside della Princeton School of Public and International Affairs. Il risultato del sondaggio ha avuto risonanza nell’Ezra Klein Show, il podcast sulla piattaforma del New York Times, e su Foreign Affairs, il bimestrale pubblicato dal Council on Foreign Relations, una delle più autorevoli istituzioni atlantiste.

Il sondaggio era stato condotto fra il 28 settembre e il 6 ottobre. Alla domanda su quanto a Gaza la gente abbia fiducia in Hamas, il 67% ha risposto di non averne alcuna (44%) o poca (23). Il 72 pensa che il governo di Hamas nella striscia sia largamente (34) o mediamente (38) corrotto.

A Gaza e nei Territori occupati di Cisgiordania, non si vota da decenni. L’ultima volta era accaduto nel 2006 e Hamas aveva vinto col 44.5%. L’Autorità palestinese di Abu Mazen, Israele e Stati Uniti, ignorarono il risultato. Con un golpe sanguinoso, l’anno successivo Hamas prese il potere a Gaza. Anche questa per gli israeliani è una prova di colpevolezza dei gazawi, ignorando che in 17 anni sia plausibile cambiare idea.

Due anni fa si era finto di convocare finalmente nuove elezioni. Temendo di perdere di nuovo, Abu Mazen spalleggiato da Israele, trovò una scusa e non si votò. Tuttavia, durante la campagna elettorale si fecero dei sondaggi. Il risultato fu che i palestinesi di Gaza non avrebbero votato per Hamas, quelli di Cisgiordania non lo avrebbero fatto per Fatah, il partito di Abu Mazen: entrambi avrebbero votato contro chi li governava. I palestinesi hanno sempre avuto leader mediocri.

Chiesto nel sondaggio di Arab Barometer da quale presidente vorrebbero essere governati oggi, solo il 12% dei palestinesi di Gaza voterebbe per Abu Mazen (il 67 ne vorrebbe le dimissioni); il 24% per Ismail Haniyeh, il leader politico di Hamas; il 32 per Marwan Bargouti, il pragmatico esponente di Fatah, da 20 anni in un carcere israeliano, diventato un eroe per la gente e un problema per chi è al potere a Gaza e Ramallah. E per gli israeliani: temono possa diventare un Mandela palestinese.

Affamati e impoveriti, per i gazawi la causa della loro condizione dovrebbero essere le sanzioni imposte da Israele. Al contrario la maggioranza, il 31%, accusa il governo di Hamas, il 26 l’inflazione e solo il 16% il blocco israeliano. “Dai giorni del sondaggio è possibile che questa percezione possa essere cambiata”, spiega Amaney Jamal su Foreign Affairs. “Israele ha tagliato acqua, cibo, carburante ed elettricità, facendo sprofondare Gaza in una grave crisi umanitaria”. 

Prima che Israele scatenasse l’inferno, il 54% degli abitanti di Gaza era favorevole alla soluzione dei due stati, come previsto dagli accordi di Oslo. Già due anni fa ne era convinto il 58%. Non solo: il 48% ha affermato che “la democrazia è sempre preferibile a ogni altro tipo di governo”. Solo il 26 pensa che “in determinate circostanze sia preferibile un governo non democratico”.  Più o meno la stessa percentuale degli americani, l’anno scorso in un simile sondaggio.

Ugo Tramballi

Senior Advisor, Ispi

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, campagna elettorale, crisi, democrazia, dichiarato, dimissioni, elezioni, fallimento, governo, new york times, percezione, soluzione, stati uniti

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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