
Se il comunismo avrebbe dovuto realizzare il sogno dell’ eguaglianza nella patria dei lavoratori e invece si rivelò una dittatura asfissiante e feroce, con la caduta del muro di Berlino si è creduto che avrebbero potuto affermarsi la libertà e il benessere e si è avuto invece il dominio assoluto del mercato e del profitto su ogni altro valore sociale a ambientale.
Il fallimento della globalizzazione capitalista è sotto gli occhi di tutti, come a suo tempo lo è stato il comunismo.
Ma questo non fermerà l’impegno degli uomini e delle donne nella lotta per la ricerca di una società che contempli sia la giustizia sociale sia le libertà individuale, e che promuova uno sviluppo sostenibile a tutela delle generazioni future.
Un giovane Antonio Gramsci scriveva:
“È davvero meravigliosa la lotta che l’umanità combatte da tempo immemorabile; lotta incessante, con cui essa tenta di strappare e lacerare tutti i vincoli che la libidine di dominio di un solo, di una classe, o anche di un intero popolo, tentano di imporle. È questa una epopea che ha avuto innumerevoli eroi ed è stata scritta dagli storici di tutto il mondo. L’uomo, che ad un certo tempo si sente forte, con la coscienza della propria responsabilità e del proprio valore, non vuole che alcun altro gli imponga la sua volontà e pretenda di controllare le sue azioni e il suo pensiero”.
È con questa fiducia nella lotta degli uomini che è bello ricordare con gioia la caduta del muro di Berlino il 9 novembre del 1989 e salutare oggi con partecipazione la lotta di milioni di lavoratrici e lavoratori tessili del Bangladesh che non si piegano a salari da fame e che stanno mettendo in crisi il loro governo e tutta l’industria della moda mondiale che si arricchisce sfruttandoli.
Forse non c’è più un sol dell’avvenire in cui credere, ma ci sono però tante buone cause per cui lottare e tante lotte, anche lontane, da sostenere con speranza.
Enrico Rossi

Non dimenticherei che l’attuale è frutto del precedente ed il mondo è un divenire di cui tutti si vogliono fare padri, ma nessuno assume le colpe