Nicosia parte da sé stesso, e ne parla come di un’anima inquieta, sempre alla ricerca di un difficile equilibrio tra le varie forme di “libertarismo” o di “anarchismo” esistenti, con le quali non ha mai cessato di confrontarsi e di trarne insegnamenti. Del resto, come nota Nicosia, lo stesso anarco capitalismo, affidando la difesa delle proprietà ad agenzie di protezione implica il proprio reciproco, e cioè l’anarco sindacalismo, dato che i lavoratori e i disoccupati non avrebbero meno diritto di organizzarsi per difendere i propri interessi.
Nicosia, infatti, si dice libertario “per inclinazione”, ossia la “vocazione” di chi non vuole né comandare né essere comandato, e contrappone tale elemento dello spirito a quello opposto, l’inclinazione “autoritaria”, propria di chi vorrebbe comandare e di chi, non riuscendovi, si adatta a essere comandato: l’animo dello schiavo, direbbe Nietzsche.
Nicosia perciò muove da una premessa pessimistica: i veri libertari sono pochi e non ci sono molte chance che la pedagogia possa cavare uomini libertari da una corteccia, che appare prevalente, autoritaria, fondata sull’invocazione di organizzazioni pleonastiche e divieti proibizionisti un po’ su tutti gli argomenti.
Nondimeno, l’autore non ne ricava la conseguenza che sia vano descrivere, anche con cenni autobiografici, i principi di una società anarchica o libertaria (compreso il problema della transizione), pur consapevole del punto debole della sua teoria: dove e quanti sono i libertari nella nostra società?
Altre teorie, come quella di Rothbard, partono dal presupposto che la natura umana sarebbe libertaria, ma è evidente che qui le carte vengono truccate, dato che lo spettacolo che ci si offre è di segno esattamente opposto.
Il fatto è che, per Nicosia, l’essere libertario è proprio delle persone intelligenti, quelle che sanno comprendere, in un’ipotetica situazione originaria alla Rawls, che costituire da zero uno Stato è impresa o impossibile o stupidamente costosa.
S’intravede qui un elemento elitista nella prospettazione di Nicosia, dato che qualcuno potrebbe pensare alla sua “dittatura” libertaria come a un governo dei migliori. C’è del vero in tale considerazione, tuttavia Nicosia ritiene che una società libertaria, fondata sul libero mercato (ci verremo), andrebbe a vantaggio di tutti, anzitutto a tutela delle minoranze, che non sarebbero mai schiacciate da decisioni collettive vincolanti per tutti, dato che, in un mercato veramente libero, tutte le “nicchie” verrebbero rispettate; non opererebbe mai, infatti, nel mercato un 50%+1 che imporrebbe regole al 49, il che fa del mercato un ordinamento più democratico della più democratica tra le democrazie liberali.
A questo punto va precisato che, per Nicosia, per mercato si intende non solo il mercato dei beni di consumo, come di solito banalmente si ritiene. Per Nicosia il mercato è un ordine politico-giuridico a tutto tondo che riguarda tutte le azioni umane in quanto tali, secondo un modello che affonda la sua radice in studi come quelli di Gary Becker o di Bruno Leoni.
Ma c’è di più. Nicosia è perfettamente consapevole del fatto che, sic stantibus rebus, un mercato completamente lasciato a sé stesso sarebbe un mercato per soli ricchi e rischierebbe di creare disuguaglianze addirittura ulteriori e monopoli, il tutto sostenuto dallo Stato, il quale detiene, oltre al monopolio della forza, quello monetario.
Nicosia si preoccupa allora –e in questo egli è forse il primo autore ad averlo fatto- di dare un fondamento libertario e non statalista alla previsione di un reddito di cittadinanza, che lui chiama rendita di esistenza, a ogni cittadino del mondo.
L’autore segue infatti il seguente ragionamento, riprendendo uno spunto del marxista analitico G. Cohen.
Secondo Cohen, i libertari di destra errano a vedere solo gli impedimenti alla libertà “negativa” determinati dallo Stato, laddove impedimenti alla libertà derivano anche dalla proprietà privata. Infatti, vale il fatto che un proprietario fondiario può impedire agli altri il passaggio o lo sfruttamento dello stesso suolo, il che, al di là di ogni giudizio di valore sul fondamento di quella proprietà, costituisce palesemente un elemento impediente per la libertà negativa dei terzi.
Tuttavia la proprietà privata è utile per numerose ragioni, sicchè Nicosia non propone di abolirla tout court.
Egli semplicemente ne trae il corollario che, da un punto di vista libertario, la Terra sia una res communis e non una res nullius, come ritengono gli anarcocapitalisti. Ne deriva che chi vuole impossessarsi di porzioni di suolo può farlo, ma deve o compensare gli altri, ovvero lasciare abbastanza terra fruttuosa per tutti, in ossequio al cosiddetto “proviso di Locke”.
Se peraltro, come nella prima ipotesi, gl’impossessamenti devono compensare gli altri “comunisti”, ne deriva che anche tutti gli odierni diseredati dovranno ricevere una somma a titolo di rendita, che Nicosia chiama “di esistenza”, proprio perché vale per tutti gli abitanti del mondo per il solo fatto di esistere.
Nicosia chiama tutto ciò “comunismo di mercato”, nell’auspicio che la formula possa far fare la pace ad anarco-capitalisti e anarco-comunisti, fondendo finalmente libertà ed eguaglianza dei punti di partenza, che è stato l’obiettivo, perseguito ma mai soddisfacemente raggiunto di tutti i pensatori democratici e libertari.
Dopo aver munito la proprietà di un fondamento di mercato, Nicosia lo stesso fa con la realizzazione dei beni pubblici, che oggi sono oggetto di un imposizione unilaterale dall’alto, mentre queste scelte collettive potrebbero essere tranquillamente sostituite da un voto “monetario” (ricordiamoci che siamo in regime di rendita di esistenza) con il quale misurare l’intensità delle preferenze di tutti, non solo cioè come oggi dei costruttori e dello Stato, ma anche dei cittadini dissidenti: si pensi alla TAV o alle centrali nucleari.
Ma oltre alla costruzione teorica, Nicosia fornisce una prima proposta concreta e pratica per addivenire un domani a tale obiettivo ed è la proposta di contabilizzare nel bilancio dello Stato e degli altri enti pubblici dei beni demaniali di loro proprietà.
Nicosia dà quindi vita a una polemica nei confronti del modo di redigere oggi i bilanci pubblici, che non tengono in alcun conto quei beni ricchissimi, alimentando la credenza che noi si viva oggi a cospetto di una “voragine” dei conti pubblici, che è resa tale esclusivamente dalla finzione di considerare privi di valore alcuno non solo spiagge, coste, fiumi, laghi, patrimonio storico e artistico, ma anche le cospicue riserve auree che lo Stato detiene. Iscrivendo in bilancio i beni pubblici saremmo tutti più ricchi, l’imposizione fiscale crollerebbe, i sacrifici per i lavoratori e i disoccupati verrebbero meno, e si getterebbero le basi per il free-coinage, dato che Nicosia si ricollega a questa tradizione proudhoniana e tuckeriana, di contestazione del monopolio monetario da parte dello Stato.
Infine, Nicosia non si nasconde dietro un dito e prende per le corna la tradizione astensionistica alle elezioni da parte degli anarchici classici. In realtà anarchici “votaioli” sono sempre esisti, ma, per Nicosia, non è questo il punto. Anche la public choice ha messo in luce i limiti della partecipazione elettorale, il peso di un voto su 40 milioni di elettori è davvero insignificante. Quindi il problema da valutare è quello di presentarsi “organizzati” e di puntare francamente a un governo libertario. Nicosia propone quindi un modello di transizione tra la situazione attuale e quella del mercato perfettamente libero, attraverso l’assunzione da parte degli anarchici di responsabilità di governo.
Nicosia comprende che tale sua proposta lo renderà destinatario di molte critiche, anche dure, da parte di quel mondo, e tuttavia egli non ritiene adeguate all’oggi le antiche proposte “rivoluzionarie”, che per Bakunin avrebbero dovuto scatenare appassionate forze distruttive, dato che ciò che va oggi distrutta è una credenza costitutiva della mente (lo Stato) più che non palazzi o vetrine. Tale posizione, si potrebbe ritenere, avvicina Nicosia ai marxisti nazionalizzatori e traghettatori, più che agli anarchici classici, dato anche la sua vicinanza al mondo dei marxisti analitici.
Tuttavia c’è una differenza profonda tra la sua proposta e quella, ad esempio, leniniana. Lenin sosteneva infatti che i comunisti avrebbero dovuto rafforzare lo Stato sino a determinarne l’estinzione, mentre Nicosia non vuole nazionalizzare nulla (semmai vuole fare emergere in bilancio le ricchezze statuali già esistenti) e non vuole rinforzare lo Stato, ma guidarlo per un processo di deperimento, che potrebbe durare anche all’infinito: teniamo sempre conto, infatti, di quanto si è detto sopra, e cioè che la maggior parte delle persone appalesa un’inclinazione autoritaria e non libertaria. Se tale situazione, per qualsiasi ragione, dovesse modificarsi, il processo di transizione subirà un’accelerazione, e Nicosia sarebbe il primo a esserne soddisfatto.
Domenico Letizia

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