“Il discorso del re” basato su personaggi veri, personaggi che hanno segnato la storia del secolo scorso, con il suo felice superamento di tante difficoltà potrebbe far pensare quasi a una fiaba ma in ogni fiaba, accanto all’eroe buono e ai suoi aiutanti c’è un nemico perfido che incute una paura raggelante. Nel nostro caso il nemico è il microfono. Dallo scontro con questo basandosi sugli insegnamenti di Lionel Logan nascerà il re Giorgio VI.
Significativa la scena con cui si apre il film: al centro del quadro un enorme microfono in primo piano. Il nemico. A seguire i tentativi, i balbettii, le pause lunghissime, il silenzio assordante del Duca di York. La paura nonostante e a causa del padre che non perde occasione per dimostrargli la delusione nei suoi confronti.
Il regista ama presentare le scene come se si trattasse di quadri in cui i protagonisti, all’inizio, sono sempre ripresi non al centro ma lateralmente, quasi fossero i particolari, i personaggi secondari a condurre il gioco, sarà solo alla fine, quando il re avrà finalmente vinto i suoi fantasmi, che Giorgio VI sarà esattamente al centro del quadro.
In pochissime inquadrature all’inizio del film si delineano le differenze fra Giorgio V e il futuro Giorgio VI.
Quanto il primo è freddo e severo, tanto Bernie, Duca di York, è un padre amorevole e affettuoso, un normale padre che trova sempre il tempo per leggere una storia alle figlie, un padre che troverà tempo, anche come re, per ascoltare le figlie, la futura Regina Elisabetta e Margareth, per ascoltare la moglie, Lady Lyon che lo convince a frequentare quel logopedista che lo guarirà.
Sappiamo che Lady Lyon, moglie premurosa e innamorata del duca di York, (una magistrale Helena Bonham Carter) parteciperà alle lezioni del marito, sostenendolo e cercando di smussare quei lati irascibili del suo carattere, sarà tanto partecipe da non riuscire a superare quel dolore neanche molti anni dopo. Quando lo sceneggiatore, a sua volta balbuziente da giovane, chiede alla regina madre di poter leggere il diario di Lionel Logan per
portare sullo schermo la storia di Giorgio VI, l’unico vincolo posto è che non si faccia niente finché lei è viva perché prova ancora troppo dolore.
Due forze si incontrano, si scontrano e si amalgamano magnificamente nel discorso finale del re, discorso che porterà la Gran Bretagna ad opporsi alle forze messe in campo dalla Germania nazista, un discorso che porterà un popolo ad opporsi vittoriosamente alle “forze del male”.
Un Duca di York (Colin Firth) poco amato dal padre, schiacciato da un complesso di inferiorità nei confronti del fratello maggiore, bloccato da una grave forma di balbuzie, quasi immobile davanti alla necessità di essere re e di dover parlare in pubblico.
Un logopedista (Geoffrey Rush) che lo porterà a vincere le sue incertezze, superare le sue paure, cancellare le lunghe pause di silenzio, le sillabe ripetute, fino allo splendido discorso finale.
Il re e il plebeo, l’allievo e il maestro, l’immobilità dell’uno e la forza dell’altro occupano completamente lo schermo, dando luogo a una delle meravigliose simbiosi cui il cinema ci ha abituati quando, come in questo caso, l’interpretazione è ad altissimo livello.
All’inizio il rapporto fra i due è teso, pieno di diffidenza e quasi pervaso di disprezzo, anche perché è difficile essere amici di un re, soprattutto quando questo re è pieno di quel rancore che è contemporaneamente senso di colpa, che cresce nel cuore dei figli trascurati, rimproverati, da un padre che non perde occasione di mortificare e mostrare la preferenza nei confronti del figlio maggiore.
E’ difficile essere amici di un re i cui predecessori hanno mandato i galeotti a popolare l’Australia e australiano è il logopedista, medico per caso che riuscirà a guarire un re “per caso”, un re che sarà tale per l’abdicazione del fratello che preferirà seguire gli impegni del cuore che quelli di governo.
Nel corso del film lo scontro fra i due comincia a dare dei frutti, l’ironia del plebeo, colpisce e sconcerta il duca, la forza dell’uno sconvolge le fragili certezze e l’impotenza dell’altro, la presunzione del Duca colpisce e umilia colui che alla fine riuscirà anche a superare il suo orgoglio nel tentativo di guarire definitivamente un paziente così difficile. E dopo l’ennesima sfuriata l’amicizia fra i due si trasforma in un solido rispetto reciproco; da lì alla definitiva guarigione, da lì allo splendido discorso finale il passo è breve.
Da una storia di dolore a lieto fine un film di sentimenti, di amicizie, di duro lavoro. Il peso delle parole per un re che “dignitosamente” ma con la forza di un titano, si mette in gioco per superarsi e contrapporsi alla forza magnetica delle parole e della plasticità di un Hitler che aveva ben chiara la forza e la potenza del mezzo radio. Solo dopo aver superato anche questa prova Giorgio VI potrà dimostrare al popolo di essere il vero re che si aspettava e sarà insieme al suo popolo, ai suoi consiglieri, ai suoi alleati che affronterà la II guerra mondiale, uscendone vincitore.
Un film da vedere anche per sfatare i risultati del botteghino che mette ai primi posti una serie di film italiani e non di cui non resterà traccia nella storia del cinema, un film che ha vinto il premio del pubblico al festival di Toronto, da poco concluso, un film che il pubblico, grazie a quella vincente pubblicità data dal passaparola potrà vedere, promuovere e amare.
Un film candidato a 12 Oscar che al di là e nonostante i risultati resterà memorabile per l’interpretazione di Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Timothy Spall (quasi identico a Winston Churchill che deve interpretare).
Maria Rita Monaco

Grazie Adalberto, come dimenticare il valore terapeutico della musica? Sotto la sapiente direzione del logopedista Bertie si abitua a seguire il ritmo della musica che sente crescere dentro fino al trionfo del discorso finale. Mi piacerebbe che qualche musicofolo commentasse questo film che apre sempre nuovi fronti al dibattito.
Sì, ha ragione Maria Rita Monaco : un film stupendo, da vedere. Da rivedere, anche: per meglio gustare le battute spiritose, il dialogo di qualità raffinata. E poi c’è da godere ascoltando la colonna sonora che lo accompagna meravigliosamente : il concerto per clarinetto e orchestra di Mozart e, soprattutto, l’Allegretto della Settima di Beethoven ( dolcemente marcato, inizialmente sommesso, gradualmente “ampio”, forte, liberatorio, trionfante ) che accompagna, con una scelta di straordinaria sensibilità ed intensità ,il discorso che finalmente il re riesce a pronunciare, duplice vittoria della volontà individuale e della fede nella libertà.
E infine, a successo ormai ottenuto, il secondo tempo del quinto concerto, l’ ” Imperatore ” appunto, la parte solista del pianoforte. Bello, bellissimo. Voto : nove e mezzo. E ve ne potrà parlare ancora , se vorrà, un prestigioso collaboratore di Pensalibero, che era in sala insieme al…soprascritto e a cari musicisti.