
Dopo il bellissimo Detroit della Bigelow. ambientato nel 1967 in piena era della predicazione di Martin Luther King che guidava la battaglia degli afroamericani per i diritti civili, segue “Il diritto di opporsi”, ambientato negli anni ’90 in Alabama. In originale il film s’intitola semplicemente JUST MERCY, come il libro di Stevenson che racconta nella sua autobigrafia una storia vera di giustizia e redenzione.
Il film sviluppa la vicenda drammatica di un nero in Alabama, Walter McMillian (Jamie Foxx) ingiustamente accusato di aver assassinato una diciottenne bianca. Le accuse inventate e le procedure inquisitorie da definirsi barbare, fanno del soggetto il colpevole ideale: nero come tanti in Alabama, ma perfetto più di altri individui simili a lui: ha avuto l’ardire di avere una storia con una donna bianca. E’ il colpevole perfetto: nero in uno stato razzista e per di più fedifrago, a quale santo può votarsi? Gli avvocati si defilano; il suo comportamento lo ha screditato anche agli occhi della sua famiglia e dei suoi figli, che comunque sono certi della sua innocenza, ma la sedia elettrica è la sicura fine del “reo”.
Bryan Stevenson (Michael B. Jordan) brillante studente della prestigiosa Università di Harvard, durante il tirocinio, incontra il suo primo condannato a morte. L’incntro gli cambierà la vita.
Entrambi neri, la loro vita imbocca strade diverse. uno finisce nel braccio della morte e riceve la “Più bella notizia” quando scopre che la condanna non sarà effettiva per tutto l’anno in corso, così può far arrivare la famiglia a trovarlo. L’altro, una volta conseguita la laurea e l’abilitazione di avvocato, anche nello stato dell’Alabama, nonostante lui provenga dal Delaware, fonda un’associazione che offre assistenza legale a chi non può permettersela o è ingiustamente condannato a morte, coordinata da un’eroica legale bianca, interpretata da Brie Larson.
Dopo una accorata discussione con la madre preoccupata: ha cresciuto un figlio nero che, ottenuti i massimi voti ad Harvard avrebbe tutte le strade aperte per un’ottima carriera, teme, non a torto, la sua scelta, Stevenson si trasferisce in Alabama, dove nessuno è mai uscito dal braccio della morte.
L’inizio non è dei più incoraggianti. Il proprietario che aveva promesso loro la sede in affitto si rimangia la parola quando scopre a chi i due intendono dare assistenza ad un condannato a morte.
Una vota arrivato in quel crogiolo di razzisti che è l’Alabama Stevenson nonostante le minacce sempre più pesanti si prende a cuore non solo la vicenda di McMillian ma anche di altri disgraziati. Certo non può vincere tutte le cause e solo dopo una dozzina di anni la giustizia riporterà le cose a posto, ma a quale prezzo!
Menzione speciale la merita l’interpretazione del testimone, bianco, fasullo e coartato dall’accusa: si tratta di Tim Blake Nelson. Interpretazione un po’ manierata ma comunque notevole.
La struttura di questo legal drama è ben sorretta dalla forza degli attori, da una sceneggiatura senza punti morti e magari anche da una regia lineare, senza particolari pregi né guizzi: insomma una regia corretta e niente più che comunque dà alla vicenda un ritmo scorrevole che, in un lavoro della durata di 130 minuti non è davvero poca cosa.
Prima di chiudere una piccola annotazione: il testimone coartato chiede all’avvocato del nero estraneo alla vicenda, un’aranciata e la ottiene, ma sicuramente la nota lattina non ha versato neanche uncentesimo di dollaro: il contenitore di alluminio resta volutamente fuori fuoco. Tutto inutile: la marca è comunque riconoscibilissima!
l regista Destin Daniel Cretton prosegue il suo sodalizio artistico con Brie Larson, che qui ha il ruolo di un’avvocatessa locale, per raccontare una storia di ingiustizia e pregiudizio che, come molti film di questo periodo, raffigura l’umiliazione rituale degli afroamericani partendo dal più comune degli abusi della polizia yankee: il fermo ingiustificato, spesso accompagnato da mortificanti perquisizioni.
E quando alla mancanza di giustizia si unisce la perdita della speranza all’accusato resta solo un’attesa più o meno lunga prima dell’esecuzione della sentenza di morte, o un miracolo di nome Stevensson e la sua Equal Justice Initiative.
Maria Rita Monaco

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