Non c’era notte che il mio sonno non fosse reso turbinoso da quel che avrei desiderato si avverasse o da quel che, inevitabilmente, si sarebbe avverato.
Gioco tra i sensi e la morte. Gli uni volti alla immortalità, l’altra ad un assurdo di vita eterna. Un crudo, feroce, dispendio di emozioni. Un assillo inquietante tra sgomento e sconcerto. Ansie e ribellioni; poi, dubbi verso la costrizione sensoriale che, mi andavo accorgendo, era stati sedati in sapienze codificate.
Mi risolsi nel tempo, affrontando il terrifico disagio dell’osservarsi da sé, a indagare e scrutare la decomposizione del mio corpo, quale ne sarebbe stata. Per distillare la miscela incestuosa di desideri e di possibilità, di vanità e di solitudini.
Ad essa ancora ritorno quando la accozzaglia umana – in un complesso connubio tra appropriazioni e tremori – magnifica se stessa nelle onorificenze delle idiozie e nelle accademie degli stermini; tra esecrazioni sorridenti e tra giustifiche schernenti. Le beatitudini della vita eterna o la resurrezione destinata ad una rinnovata concupiscenza.
Sottomissioni dell’umano. Dell’umano vivente.
Ma cosa è il vivente se non la evenienza e la destinazione al decomporsi, quindi trasformarsi? E il decadimento delle molecole, per cui i minerali si sono attratti, non è anch’esso un trasformarsi? Non è il vivente?
Le sapienze codificate raccontano di istinti e di coscienza, dell’anima concessa alla sensualità del vivente, alla coazione della sopravvivenza.
Ma non è illimitata qualità dell’anima il ricordo dell’espiazione, della redenzione, dell’eroismo, del perdono? I campi di caccia, le armi incrociate, le montagne paradisiache, i colloqui amorevoli con le ombre? E, non è nella memoria il marchio della funzione/prerogativa dell’anima?
E, non si annida nelle particelle la facoltà della memoria?
Il vivente si decompone e decade nelle sue parti/essenzialità e in un altrove, del vago universo noto, le particelle migrano la facoltà della memoria. L’essere stato che si rinnova in un essere diverso, in un multi-vivente.
Solo il vivente – la facoltà della memoria – è l’unico a percepire se stesso come ente di una alterità indefinita e casuale.
L’ente “è” perché “è” nella funzione d’onda della particella e per i momenti evidenziati dalle decoerenze (momenti delle rivelazioni e delle resurrezioni).
E, il dio? Il dio misericordioso della sua onniscienza. Il dio delle scritture narrative, enfatiche, prescrittive. Il dio nel profetismo, nel figurativismo, nel didascalismo. Il dio che si propone (più ancora: proposto) come tutore dell’obbedienza. Concessivo, supplice e despota. Sugello di opportunità in bilico tra la convenienza e la rinuncia. Il dio che scansiona riferimenti, ammonimenti, esclusioni, per la compressione verso sè.
E, se il nostro vago universo tremulasse in un bagliore di fiamma? In un cerino che si accende. E, come la fiamma, espandersi e, poi, contrarsi per estinguersi. E, se il momento del bagliore e lo spegnimento siano stati – e siano – il calore della inflazione primaria e il freddo assoluto della implosione. E, se l’altrove, dove si accese il cerino, sia il luogo di un universo altrove; in una indefinita, impercettibile, sequenza di matrioske? E, se, diversamente, le particelle si contraessero o si espandessero e, nel tempo del loro contrarsi ed espandersi, concludessero ogni stato transitorio in spazi/specchi concentrici del pregresso?
E, se? E, se? E, se?
E, nel se, il dio giace sconfitto.
Adagiato nel suono tra la cresta e il cavo dell’onda. Della particella.

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