Ha la mano tremolante mentre caccia fuori il foglione da cinque. Lo strofina tra le dita (piano piano. Con cautela), ad essere sicuro il destino non faccia lo scherzo d’appiccicarne uno sull’altro. Poi apre la vecchia scatoletta tonda in pelle (bella consunta). Le dita s’intrufolano dentro (ratte e nervose) alla ricerca della monetuzza perduta. Quella vigliacchetta che si nasconde (sempre) nell’angolo più remoto.
Mette quei costosissimi sei euro e cinquanta sul piattino di plastica come un’offerta preziosa ad un dio poco generoso. Poi chiappa tra le mani i suoi sudati giornali della settimana e saluta con un bel sorriso.
All’inforcare della porta del giornalaio, solitamente, sorride anche alla “bella compratrice di giornali stranieri” quando lei ha la fortuna d’incontrarlo (io, me).
Ha le mani strette e le ossa larghe. Anche i pantaloni sono larghi (di vita e di zampa). Porta le camice chiuse sino all’ultimo bottone, eppure, ci si potrebbe cacciare bene bene dentro un’intera spanna. Anche quelle sono larghe.
In strada non alza i piedi: li accompagna lentamente avanti, uno alla volta, alla ricerca del selciato. Tutto alla sua velocità.
Per amico ha un non vedente. Un’amicizia scorbutica. Il suo amico dev’essere l’unico cieco al mondo che trascina (e non segue) il suo bel cane guida. Trattasi di una bella bestia gentile, mansueta, dal pelo nero, ma riottosa. Evidentemente, stufa di fare da guida ma che forse è troppo amata per essere rispedita all’addestratore a rendersi utile (anziché guardarsi intorno mentre il padrone si fa largo da solo nel buio con la sua asticella bianca).
Quando il buon vecchio incontra il cieco, è festa. Dico festa, ma in realtà fioccano piccoli insulti e qualche sfottò. Iniziano così. Poi, il vecchio dai vestiti larghi lo prende sottobraccio ed il cane segue di malavoglia al guinzaglio.
È una carovana inevitabilmente lenta. Eppure dalla profonda stabilità.
Immagino che, per il vecchio, nulla sia più appagante che passare le giornate nel tinello a sfogliar giornali. Forse non comprerebbe della carne per risparmiare sulla pensione, ma non rinuncerebbe mai al suo sapere.
Il cieco, a occhio e croce, ha tre cose: il suo inutile amato (pigro) canone, le sue amate sigarette (che si prepara con gran cura), la sua passeggiata.
Una volta, la “bella compratrice di giornali esteri” (che è una gran ficcanaso) improvvisò una finta telefonata per attardarsi ad origliare alle spalle di quelle tre Formula uno. Intuì solo gli sfottò che si regalavano l’uno con l’altro ed un arditissimo piano per raggiungere il bar d’angolo.
Si gira il mondo, cambiano ministri, cadano le teste degli amministratori delegati. Loro sempre lì.
Anche una stronzetta arrivista pensa a loro e ricorda, dai tempi del liceo, una delle più belle poesie sulle mani febbrili con cui l’uomo crede allargarsi i beni (e da cui escono senza fine che limiti). Poche righe che fanno il paio con la più bella, in cui siamo trafitti da un raggio di sole (ma è già sera).
Beh, pensando a loro, a quello spedito terzetto all’opera tra un marciapiede e l’altro, ci si sente rincuorate. In certi giorni, tutto aiuta. Si è in giro per altri fusi orari, si è sommerse dalle carte ma non si può fare a meno di guardare la ministra degli esteri d’Europa e sentirsi vicino a lei. Si è sommerse tra le carte ma non si può fare a meno di gocciolarci sopra (naturalmente di nascosto)
Good night, and good luck
Gocciole
Quando il buon vecchio incontra il cieco, è festa. Dico festa, ma in realtà fioccano piccoli insulti e qualche sfottò. Iniziano così. Poi, il vecchio dai vestiti larghi lo prende sottobraccio ed il cane segue di malavoglia al guinzaglio.

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