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Il degrado italico con una giustizia morta e sepolta

È facile perché basta accendere la tv per rendersene conto. L’amara vicenda di Garlasco è giunta ad una forma di spettacolarizzazione indegna per un paese che osa definirsi liberale e democratico. D’altronde un paese che da 30 anni è guidato, alternativamente, dagli eredi diretti delle due “religioni” del XX secolo ovverosia comunisti e fascisti a cosa può aspirare se non all’imbarbarimento totale?

di Raffaele Romano | 1 Giugno 2025

È facile comprendere il degrado dell’Italia del XXI secolo con una giustizia morta e sepolta.

È facile perché basta accendere la tv per rendersene conto. L’amara vicenda di Garlasco è giunta ad una forma di spettacolarizzazione indegna per un paese che osa definirsi liberale e democratico. D’altronde un paese che da 30 anni è guidato, alternativamente, dagli eredi diretti delle due “religioni” del XX secolo ovverosia comunisti e fascisti a cosa può aspirare se non all’imbarbarimento totale?

Avverto ai deboli di democrazia che le prossime righe potrebbero fargli aumentare la pressione con effetti letali.

Veniamo al dunque il condannato per l’omicidio Alberto Stasi venne assolto in primo e secondo grado sostanzialmente perché, all’epoca, furono raccolti solo indizi contro di lui. In soccorso ai colpevolisti arrivò una dura ed incomprensibile sentenza della Cassazione con la quale stabilì che fosse, a proprio giudizio, difficile «pervenire a un risultato, di assoluzione o di condanna, contrassegnato da coerenza, credibilità e ragionevolezza» e quindi «impossibile condannare o assolvere Alberto Stasi», preferendo però non confermare l’assoluzione.

Un totale ed incomprensibile ghirigori di parole molto difficile da comprendere agli umani. Se a queste parole si aggiunge la richiesta del procuratore della Cassazione di annullare la condanna (per chi non lo sapesse il procuratore rappresenta l’accusa) il quadro è completo. Quindi Stasi fu condannato solo sulla base di indizi che, tanto per dirla chiaramente, nel resto del mondo non si sarebbe potuto nemmeno andare a processo solo su un quadro indiziario.

In tale quadro d’insieme sono emerse tutte le aberranti deformazioni della giustizia in Italia ma, non contenti di tutto ciò, gli italioti vengono quotidianamente dopati dalla più selvaggia spettacolarizzazione con l’apertura delle ultime nuove indagini. E qui le uniche cose certe sono il corto circuito totale della giustizia. In poche parole si assiste impotenti al fatto che la magistratura di oggi attacca quella di ieri e i carabinieri di oggi fanno altrettanto. Oggi hanno realizzato ed attuato l’allestimento di “un’aula mediatica” con la contestuale celebrazione di un “processo sociale” che contaminerà molto probabilmente quello penale.

Il confine fra il “diritto all’informazione e la spettacolarizzazione” non c’è più o se c’è si sposta continuamente in una perenne oscillazione.

Assistiamo impotenti alla replicazione del processo in sede mediatica affiancato da modalità, a dir poco, morbose. In tutti gli studi televisivi che dalla mattina alla notte vedono alternarsi presunti competenti che sciorinano proprie valutazioni giuridiche o penali c’è il grande assente “IL DUBBIO”.

Non esiste perché sono tutti certi dell’innocenza o della colpevolezza di questo o di quello, sapendo che chi li segue dai teleschermi diventeranno loro allievi nel condannare o assolvere a prescindere.

Tutto ciò porta alla ricerca di capri espiatori al grido di manzoniana memoria “dagli all’untore!” di turno aggiungerei.

Quando l’Italia si dotò di una Costituzione dopo la fine del secondo conflitto mondiale in essa vi furono inseriti i dettami del pensiero occidentale e liberale. Per tali principi la condanna di un imputato deve avvenire solo “sopra ogni ragionevole dubbio” ma se la stessa Cassazione lo evita ignorando letteralmente la richiesta del suo Procuratore figurarsi i tribunali televisivi.

Il fallimento è totale ormai, il ragionevole dubbio in Italia marcia di pari passo con i guerriglieri mujaheddin del medio oriente. 

Raffaele Romano

Pubblicato in : Editoriale

Info Raffaele Romano

Raffaele Romano è laureato ed è iscritto all’Albo dei Giornalisti del Lazio.
Ha fatto studi storici e filosofici.
Da giornalista si occupa di Storia Contemporanea quindi, per inerzia, si deve occupare di geopolitica e di economia e finanza avvalendosi di 15 anni di esperienze in banca.
Non disdegna, ogni tanto, di scrivere articoli sul “Cinema ed il Teatro”.
Ovviamente tifa per il Napoli da sempre.
Ha collaborato con molte testate a partire dal glorioso “Avanti” dove ha imparato il mestiere.
Attualmente collabora con alcune testate on line e, dal 2016, svolge l’attività di volontario per il Messico della Onlus N.P.H. USA (Nuestros Pequenos Hermanos).
Più altre cose.
L’autunno scorso ha pubblicato “Andreotti, Craxi e Moro visti dalla CIA” con documentazione desecretata presso la Centrale di Intelligence statunitense e dal Dipartimento di Stato.
A fine settembre uscirà il sequel che si occupa del movimento sindacale italiano dagli anni ’30 agli ’80 del XX secolo.

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