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Il DEF è bugiardo, elettorale e deludente (come sempre) ma la scommessa Renzi va vinta ad ogni costo

di Terza Repubblica | 13 Aprile 2014

Non facciamo i finti tonti: il Def è un documento politico, usato (da tutti) con logiche politiche. E siccome negli ultimi vent’anni la politica è stata ridotta a mera comunicazione, il Def è alla fin fine uno strumento di marketing e comunicazione politica.

renzi_defInutile nasconderlo, finora Renzi è stato deludente, e il renzismo ancora di più. Sì, il “rivoluzionario” capo del Pd e presidente del Consiglio sta contribuendo ad abbattere molti tabù, a infrangere molti miti che la sinistra comunista e sindacale, così come quella radical-chic, aveva coltivato nel corso dei decenni. E non è certo cosa da poco. Ma tutto questo deve riuscire a trasformarsi nella nascita di una vera sinistra pragmatica, che soppianti quella ideologica e di conseguenza spinga la destra a fare un altrettanto indispensabile salto di qualità programmatica. Invece, il populismo che Renzi e suoi maneggiano (anche se (parzialmente) giustificato dalla necessità di fronteggiare Grillo in vista delle elezioni europee) va in tutt’altra direzione.

Prendete il Def: il documento previsionale del governo indica numeri non credibili. Mentre i dati sulla produzione industriale ci dicono che la crescita manifatturiera nel primo trimestre sarà di mezzo punto e quindi ancora meno sarà quella del pil, tanto che le rilevazioni anticipatrici Ocse indicano un profilo piatto del prodotto lordo a metà anno, il Def mette nero su bianco ipotesi di crescita dell’economia irrealistiche: lo 0,8% di quest’anno è di almeno 2-3 decimi di punto sopra tutte le previsioni, nazionali e internazionali, con uno scarto in eccesso tra il 25% e il 37%, mentre l’1,3% indicato per il 2015 è poco giudicabile per le troppe variabili che influiscono (l’1,9% previsto dal Def nel 2018 è addirittura un numero al lotto) ma comunque appare anch’esso sovrastimato se confrontato con altre previsioni. Differenze, queste, che ovviamente incidono sul rapporto che misura il pil raffrontato al deficit (sul 2,6% non ci giurerei proprio, tanto che l’Fmi già dice 2,7% senza aver scontato gli effetti della manovra di Renzi) su cui può aprirsi il contenzioso con l’Ue. Nello specifico, Renzi prevede una manovra strutturale (il taglio delle tasse) coperta (si fa per dire) in misura consistente da una tantum (le entrate Iva derivanti dal pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni, che non rappresentano nuove risorse, e la tassa a carico delle banche per la plusvalenza sulla cessione delle azioni di Bankitalia da loro possedute) che producono un equivalente ammanco nei prossimi esercizi, e per il resto da tagli di spesa in parte del tutto ipotetici e per 3 miliardi (sui 10 complessivi degli sgravi Irpef) relativi a risparmi già impegnati nell’ultima manovra del governo Letta. Il tutto per mettere in tasca i famosi 80 euro a qualche milione di italiani (ma non a tutti quelli indicati, se si considera l’incidenza degli interventi sulle detrazioni) che neppure sappiamo se li spenderanno (a beneficio dell’economia) o li risparmieranno (a beneficio loro).

Detto questo, però, che a criticare il Def della ditta Renzi&Padoan, per di più con parole sprezzanti, siano gli estensori di quelli precedenti (compreso quando si chiamava Dpef) che alla prova dei fatti si sono rivelati tutti straordinariamente fallaci, sia per eccesso (crescita pil) che per difetto (rapporto deficit-pil e debito-pil), beh è un po’ troppo. Non facciamo i finti tonti: il Def è un documento politico, usato (da tutti) con logiche politiche. E siccome negli ultimi vent’anni la politica è stata ridotta a mera comunicazione, il Def è alla fin fine uno strumento di marketing e comunicazione politica. È stato così con i governi di centro-destra e centro-sinistra che si sono alternati (facendosi la guerra ma mantenendo la stessa cifra comportamentale) ed è stato così persino con l’esecutivo del tecnico Monti e quello di grande coalizione di Enrico Letta. E pure Renzi il rottamatore in questo passaggio non compie alcuna rivoluzione: il Def resta il libro dei sogni, che è sempre stato. Anzi, Renzi il gran comunicatore ne accentua ancora di più l’elemento immaginifico.

Come si vede, si tratta di una politica “continuista” con quelle precedenti. Dunque tacciano coloro che hanno posto la firma o lasciato le loro impronte digitali sui documenti programmatici e sulle manovre di bilancio del passato. Ma nello stesso tempo si eviti di far passare per rivoluzionario ciò che tale proprio non è. Altrimenti, se Renzi avesse messo in campo un intervento strutturale sul debito usando il patrimonio pubblico e chiedendo a quello privato di concorrere (come gli è stato suggerito, al pari di Monti e Letta, da molti autorevoli economisti e opinionisti, oltre che più modestamente dal sottoscritto, purtroppo tutti fin qui inascoltati) allora come avremmo dovuto definire quella manovra, sovversiva? Abbassiamo tutti i toni, e riportiamo le cose nel loro alveo. Renzi ha messo in campo un intervento che a voler essere positivi è pensato per risollevare il morale alla truppa (e Dio solo sa quanto il Paese abbia bisogno di ritrovare la fiducia e tornare a crederci) e a voler essere malevoli (nel senso andreottiano del termine, si fa peccato ma ci si azzecca) è di carattere elettorale. Sia per il merito della manovra (diamo agli italiani che ne hanno più bisogno, togliamo a banche e grandi burocrati, tagliamo sprechi e privilegi), sia per il modo (non strutturale) con cui è stata costruita, sia per la “narrazione” (copyright Vendola) che la circonda, essa appare (vistosamente, anche) un modo per arginare con ampio uso di anti-politica la forza elettorale di Grillo ed evitare che le elezioni europee siano la bara della prova di forza renzista. Poi, superato lo scoglio elettorale, tutto tornerà in discussione, contando sulla proverbiale memoria corta degli italiani.

Ma, attenzione: messa così può suonare come una condanna senza appello del populista (buono) Renzi. In realtà, la necessità che il gioco del giovin fiorentino riesca è assoluta, e deve indurre anche i più scettici a valutare il tutto inforcando occhiali politici spessi. Perché se l’operazione dovesse fallire, magari per la saldatura tra i frustrati del Pd e i pentastellati, o per un risultato alle europee deludente, allora sì che si aprirebbe una fase drammatica, al cui confronto le forzature furbine di Renzi finirebbero con l’essere decisamente il male minore.

Pubblicato in : Editoriale

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