
Alle famiglie italiane il costo dell’energia può crescere di 1.200 euro l’anno a causa della guerra.
Ci sarà un impatto anche che sulla crescita economica già ridotta allo zero virgola. Per l’occupazione le stime parlano di una perdita di oltre 200mila posti di lavoro e, in generale, di un aumento del lavoro povero, mentre l’inflazione mangerà ancor più i salari.
L’attacco iraniano all’impianto di gas di Ras Laffan nel Qatar e il blocco dello Stretto di Hormuz hanno paralizzato il cuore energetico del mondo. Dalle 128 navi al giorno a quasi zero in 24 ore: un collasso logistico che spinge il petrolio verso i 150 dollari al barile.
Il paradosso americano e la fine del Green Deal
In questa situazione l’Europa affoga e gli Stati Uniti consolidano il primato. È il trionfo del fracking e della dottrina Trump e la fine del green deal. Grazie alla tecnologia estrattiva che ha trasformato gli USA da importatori a primo esportatore mondiale di GNL, Washington è oggi l’unico “porto sicuro”. Un vantaggio competitivo brutale: le aziende europee, strozzate da costi energetici insostenibili saranno spinte a decollazare negli USA: in Texas, dove il gas costa una frazione rispetto al costo stabilito per l’Europa dalla borsa di Amsterdam.
Dietro i pretesti etici o religiosi del conflitto in Medio Oriente emerge una contabilità spietata. La guerra conviene a chi controlla i flussi di GNL. L’Europa ha scambiato la dipendenza dai tubi russi con quella dalle navi americane, pagando un premio di guerra altissimo.
Il governo “monitora”, ma la realtà è che senza un intervento shock sul costo dell’energia e sui salari e senza la costruzione di una vera autonomia energetica (rinnovabili, non altro gas), le famiglie italiane e i lavoratori continueranno a finanziare, di tasca propria, il disordine mondiale e le guerre.
In questo scenario, il governo Meloni tace, dopo aver risposto con la propaganda.
Il “Decreto Bollette”, infatti, non è uno scudo per i cittadini, ma un’operazione politica per abbattere il Green Deal. Invece di accelerare sulle rinnovabili – con 1.200 impianti ancora prigionieri della burocrazia – si è scelto di sussidiare il sistema del gas, esentando i grandi inquinatori dalla tassa sul carbonio (ETS).
Intanto,i prezzi alla pompa esplodono: 2,20 euro per la benzina in Francia e Germania, punte di 2,60 euro per il gasolio nelle città italiane. Il governo punta il dito contro i piccoli distributori, ma la realtà è “a monte”: nei grandi gruppi che decidono i prezzi e realizzano enormi guadagni.
Il taglio delle accise e della tassazione degli extraprofitti restano un tabù.
Meloni e il suo governo hanno una posizione attendista, sperano che la guerra finisca presto e intanto prendono in giro gli italiani dicendo di monitorare la situazione.
Il governo Draghi – bisogna riconoscerlo – intervenne con una strategia di “urgenza e massicce risorse”, stanziando complessivamente circa 90 miliardi di euro per attutire l’impatto della crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina.
Il taglio delle accise e dell’IVA (La “Sterilizzazione”)
furono la misura più visibile e immediata. Draghi introdusse lo sconto di circa 30,5 centesimi al litro su benzina e gasolio, finanziato attraverso l’extra-gettito IVA derivante dall’aumento dei prezzi stessi.
Fu una linea politica che resse l’urto della crisi energetica del 2022 ed evitò che il prezzo del carburante raggiungesse la cifra di due euro al litro e che molte piccole e medie imprese fallissero con conseguenti licenziamenti.
Ma il governo Meloni è incapace di scelte coraggiose e strategiche, i suoi ministri sono i competenti e non hanno il coraggio di decidere e assumersi responsabilità importanti.
Abbiamo tra due settimane, il 22 e il 23, la possibilità di mandare a questi improvvisati governanti due segnali importanti: il primo è che la Costituzione non si tocca; il secondo è che comincino a preparare le valige perché di danni agli italiani ne hanno già fatti troppi.
Enrico Rossi

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