A Desio c’era l’Autobianchi, ad Arese l’Alfa Romeo, a Lambrate l’Innocenti, ora è rimasta solo la Fiat. Il Pil dell’Italia aveva superato la Francia, prima di incominciare a perdere terreno. Per comprendere il declino dell’industria italiana, basta fare l’analisi del settore delle automobili.
In queste ultime settimane siamo stati sommersi dalle notizie riguardanti i cosiddetti parametri positivi. Gli esponenti del governo mettono in evidenza l’incremento dell’occupazione, della crescita industriale, l’aumento dei consumi e la ripresa della fiducia per il futuro, evidenziata dai sondaggi. Sono dati che fanno molto piacere; segnano un’inversione di tendenza. Ma non c’è da essere euforici, se si considera che questi dati hanno lo “0” davanti, rispetto al 20% di prodotto interno lordo perduto negli ultimi sette anni di crisi. Il Pil dell’Italia aveva superato la Francia, prima di incominciare a perdere terreno. Per comprendere il declino dell’industria italiana, basta fare l’analisi del settore delle automobili. Fino agli anni ’80 avevamo la presenza di marchi prestigiosi, che si facevano concorrenza nella tecnologia dei motori e dello stile. A Desio c’era l’Autobianchi, ad Arese l’Alfa Romeo, a Milano Lambrate la Innocenti, a Torino la Lancia, in Emilia la Lamborghini e la Ferrari. Di tutto questo è rimasta la Fiat che non è più italiana. Non solo la Fiat non è più italiana, ma la sua forza occupazionale si è drasticamente ridotta. In uno stabilimento Fiat di Torino lavoravano 70.000 persone, ai nostri giorni gli operai sono 15.000. L’industria automobilistica italiana non esiste più; rimane solo qualche stabilimento di “case” che hanno la loro sede all’estero. Che tristezza! Un panorama di geniale e plurale presenza si è dissolto; è stato dissipato. Tedeschi e giapponesi, non avendo le nostre capacità creative, si sono accaparrati i nostri stilisti. I marchi mitici come Bertone, Pininfarina e Giugiaro lavorano per l’industria automobilistica estera; un vero peccato. Quando si percorrevano le autostrade italiane, dagli anni ’60 agli ’80, e ci si divertiva con i bambini a contare le marche delle vetture, sette su dieci erano italiane. Se rifacciamo la stessa operazione ai nostri giorni, ci accorgiamo che il rapporto si è invertito: sette macchine sono straniere e solo tre italiane. Se si va in Germania, sette macchine sono tedesche; idem in Francia. Le macchine italiane erano le più belle. Il declino dell’industria italiana non tocca solo il settore automobilistico. Abbiamo appreso con rammarico i dati riguardati la Saipem, l’azienda fondata da Enrico Mattei, il mitico presidente che non conosceva la parola licenziare. Al di là della crisi della Saipem, che denuncia un esubero 8.800 lavoratori, ci chiediamo, ma è possibile che l’Eni, il grande gruppo petrolifero che fattura miliardi, non riesca ad assorbire gli occupati in esubero della Saipem, nelle decine di aziende collegate? Fatte tutte queste premesse, chi dobbiamo “ringraziare” per tutto quanto sta accadendo con questo inarrestabile declino? Sicuramente per individuare i responsabili dello scempio, bisogna risalire ai governi Dc-Psi degli anni ’80, che hanno dato il via all’espansione fuori misura del debito pubblico, all’azione di “Mani pulite” che ha azzerato una classe politica preparata, sostituita con i “movimenti” come Forza Italia e Lega e dai governi presieduti da Romano Prodi e Silvio Berlusconi, entrambi responsabili della disastrosa operazione d’ingresso nell’euro. Non rifaremo la storia dell’euro, già proposta ai nostri lettori in passato (tutti gli editoriali sono consultabili sul nostro sito, cliccando su archivio). Romano Prodi ha sbagliato a farci entrare nell’euro (tutte le nazioni che ne sono rimaste fuori stanno meglio di noi; Inghilterra, Danimarca, Svezia e Norvegia) rinunciando alla sovranità nazionale in materia monetaria. Silvio Berlusconi ha la colpa di non aver saputo porre argine a tutti gli imbrogli successivi all’entrata in circolazione dell’euro. Per concludere con una doverosa nota positiva, speriamo di essere arrivati a un punto di ripartenza, dopo tanti disastri.

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