
In Francia, il mondo della scuola, presidi, professori e studenti, è in rivolta e chiede più insegnanti, classi meno numerose e la ristrutturazione degli edifici scolastici, nonché una riforma del sistema di assegnazione dei posti universitari. Tutto ciò richiede denaro che è difficile da reperire, dato che la Francia sta cercando di contenere il suo enorme deficit di bilancio senza fare riforme espansive ma solo restrittive. Sebbene le proteste, anche con episodi di violenza, non siano rare in Francia, questa protesta si sta rivelando particolarmente scomoda per il governo. I “gilet gialli” hanno preavvisato che senza un intervento del governo sul costo dei carburanti “si faranno giustizia da soli”. I lavoratori delle raffinerie gestite da Total hanno indetto uno sciopero per l’8 ottobre, i dipendenti dei porti minacciano un’astensione dal lavoro di 24 ore il 30 ottobre e cinque sindacati francesi hanno invitato i lavoratori ad aderire agli scioperi nazionali del 5 novembre a sostegno di salari più alti, servizi pubblici migliori e più posti di lavoro.
In tutto l’Occidente le proteste aumentano
In Spagna scoppiano proteste contrapposte: di sinistra, a favore di politiche di maggiore controllo sulla destinazione degli immobili, di destra, per la libertà di destinare gli immobili secondo gli interessi del proprietario. A seguito di questa azione politica è caduto il governo socialista di Sánchez. A Berlino vincono i comunisti della Linke con lo slogan “ Espropriare gli immobili detenuti dalle multinazionali” , acquistati a migliaia, dopo la caduta del Muro, da società immobiliari a prezzo bassissimo. Nell’ex Germania Est stravince l’AfD anche per l’incombente pericolo di disoccupazione a causa della deindustrializzazione dell’economia tedesca. In Portogallo si verificano blocchi stradali e proteste violente per il caro carburanti. In Gran Bretagna il governo di Keir Starmer è caduto, nonostante una solida maggioranza, sul generale malcontento per l’aumento dei costi dell’assistenza sociale e il mancato adeguamento delle pensioni. In Italia, con un debito pubblico al 138%, succede poco in quanto l’evasione fiscale, il lavoro nero e la corruzione fanno da ammortizzatori fra le dinamiche del mercato e le esigenze dei cittadini. Resta sempre valida la citazione di Flaiano: “L’italiano non è mai stato rivoluzionario perché non è disposto a sacrificare i propri mobili per fare le barricate. Li deve ancora finire di pagare”.
Gli Stati Uniti sono un discorso a parte perché si sommano fattori economici , fattori di politica fiscale, fattori geostrategici, fattori di sicurezza interna. Il tutto mantecato dal caos trumpiano.
I paesi del G7 sono quasi tutti con il debito pubblico oltre il PIL
L’aumento dei debiti statali genera un aumento dei tassi di interesse sui prestiti alle imprese, ai consumatori e per l’acquisto di beni di consumo durevoli, nonché sui mutui e sulle carte di credito. La minaccia di prestiti insostenibili, che ora incombe sull’economia globale, proviene maggiormente da quasi tutti i paesi più ricchi: Stati Uniti , Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone, che minacciano di ostacolare la crescita e seminare instabilità finanziaria in tutto il mondo, favorendo quasi ovunque partiti e movimenti di protesta elettorale di destra. Al 31/12/2025 il debito globale, pubblico più privato , ha raggiunto 356.000 miliardi di dollari mentre la crescita del PIL globale è stata di 346.000 miliardi di dollari. L’indebitamento pubblico, quando l’economia è forte e i tassi di interesse sono bassi, può sostenere la crescita e, in periodi di difficoltà, contribuire a incrementare la spesa. Il ciclo di indebitamento accelerato è iniziato con la crisi finanziaria e la recessione del 2008, quando i governi si sono affrettati a fornire assistenza alle famiglie in difficoltà pur in presenza di entrate fiscali diminuite. Poi è arrivato il Covid-19 , con la chiusura delle economie e l’impennata dei costi sanitari, che hanno ulteriormente incrementato i livelli di debito, in un contesto di tassi di interesse in aumento che superano la crescita. Ora, in sei dei paesi del G7,il debito pubblico è pari o superiore al prodotto interno lordo annuo, secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2008 erano solo due su sette, dopo il Covid, tre su sette.
Le spese per il riarmo aggiungono ulteriori deficit ai bilanci degli stati
Contestualmente, il mondo è diventato un posto più pericoloso soprattutto a causa delle caotiche e inconcludenti politiche espansionistiche dell’amministrazione Trump che hanno acuito le tensioni tra Cina e Stati Uniti, ma anche con il Canada e il Messico senza ottenere alcun risultato pratico. L’Europa è impegnata in una guerra in Ucraina voluta da Biden e dai democratici americani e che Trump ha gentilmente deciso di far pagare a noi europei. Le guerre in Medio Oriente colpiscono tutto il mondo per la minore offerta di idrocarburi e fertilizzanti con un’impennata dei prezzi dell’energia. Si parla di riarmo con costi enormi, assolutamente fuori portata rispetto alle finanze e ai bilanci dei maggiori paesi europei. Secondo Draghi, l’Europa dovrebbe varare un progetto di spesa per il riarmo da 800 miliardi di euri(!!) all’anno. Di cui 80 all’anno, a carico dell’Italia, che non ha i soldi nemmeno per rinnovare la riduzione di 6 centesimi sul prezzo del gasolio, per un costo complessivo di 60 milioni di euro per un minore gettito!. Figurati. Si sta attivando una spirale viziosa e pericolosa: gli stati hanno PIL reali tutti più bassi del 2% rispetto a quello previsto per la crescita; per colmare i deficit di bilancio raccolgono finanziamenti sul mercato a tassi sempre crescenti, che creano un ulteriore deficit; non è molto lontano il momento in cui l’ammontare del debito e il costo degli interessi risultano insostenibili per qualsiasi finanza statale. Mi fermo qui. Le ricette per evitare il peggio sono conosciute da tutti: politici, economisti e strateghi, ma nessuno ha la forza per metterci le mani. Ripeto ancora una volta cosa fare. Intanto far pagare le tasse ai ricchi e alle multinazionali nelle nazioni dove i redditi vengono prodotti. Ribaltare le diverse fiscalità fra rendite finanziarie, che in tutto l’Occidente vanno dal 6% al massimo il 26%, rispetto al lavoro che paga dal 27% al 46%.La finanziarizzazione dell’economia iniziata da Reagan e completata dal progressista Clinton ha prodotto il declino dell’industria produttiva e manifatturiera prima negli Stati Uniti, ora anche in Europa. Varare un grande piano per l’edilizia popolare, pagato con il gettito delle rendite immobiliari. In Italia, quando Draghi, non il Co.Min.Form, voleva adeguare le rendite catastali vecchie di 40, 50 o anche 70 anni, ha rischiato la pelle. Un amico di Roma che paga relativamente poco di tasse su una casa a Prati mi ha fatto un’eccezione corretta: “Mi andrebbe bene pagare più tasse sul reale valore della casa se lo Stato mi adegua contestualmente redditi, pensioni, costi sanitari ecc.”. Ha ragione e torniamo sempre al punto di partenza. Aumentare per i cittadini la “percezione della sicurezza”. Esiste una sicurezza di destra fatta di repressione, espulsioni, rimpatri ecc., esercitata soprattutto nelle grandi città, ma esiste una sicurezza di sinistra che va a vantaggio di tutti: accessibilità alle cure sanitarie soprattutto dopo una certa età e per persone particolarmente fragili. Accessibilità allo studio a tutti i livelli scolastici. I cittadini devono essere “sicuri” che non verranno abbandonati a loro stessi quando ne avranno necessità. Politiche di facilitazione alla natalità con misure sia per i genitori che per la prole. Adeguamenti di salari e pensioni al costo della vita. La prima risposta è: “Impossibile, non ci sono le risorse”. La gran parte degli economisti, compresi premi Nobel, come Thomas Piketty, che ha scritto un programma simile per il Nouveau Front Populaire (NFP) in Francia, e Michael Zemmour, ne hanno fissato la fattibilità finanziaria. Alla fine basterebbe tassare la ricchezza e le rendite, ma chi le ha minaccia e ricatta i politici che girano alla larga.
Fulvio Rapanà

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