Il convitato di pietra dello stato italiano? Senz’alcun dubbio, il debito pubblico!
E vediamo perché, con riguardo ad alcune cifre, oltremodo significative, che servono a tracciare un bilancio dell’ultimo quinquennio. Fonte MEF, da febbraio 2011 a dicembre 2015, la misura del debito pubblico è aumentata del 15,76%, passando da un valore di € 1875,91 miliardi a un valore di € 2171,67 miliardi. Nell’arco del quinquennio, cosiddetto di austerity (ma così non appare!), un aumento quindi in valore nominale di € 295,76 miliardi.
A confronto, i dati del PIL per il medesimo quinquennio registrano un incremento del 5,6% passando da un valore di € 1548,81 miliardi a fine 2010 a un valore di € 1636,37 miliardi a fine 2015. Nell’arco del quinquennio, un aumento in valore nominale di € 87,56 miliardi, e quindi, in definitiva, un dato di produzione complessiva equivalente: in valore nominale, a meno di un terzo del debito pubblico; in valore percentuale, in crescita, e tendenziale a poco più di 1/3 del dato di crescita del debito pubblico. Semplificando, un’economia che cresce a debito, ma il debito (attualmente, al 132,7% del PIL) cresce circa tre volte tanto.
Al 31/12/2015, sempre fonte MEF, il debito pubblico dello stato si compone per circa l’84% di titoli di stato in circolazione, per un valore nominale approssimativo di oltre € 1800 miliardi, suddiviso in quote di possesso, per approssimazione, così ripartite: investitori stranieri 39%; assicurazioni e fondi pensione 17,5%; banche 16%; famiglie 9%; Banca d’Italia 8%; fondi 7,5%; imprese 3%.
In vista di una non ancora completata integrazione economica e monetaria a livello Ue, emerge dunque il dato che soltanto 1/4 del debito pubblico nazionale è nelle mani degli istituti bancari pubblico (8%) e privati (16%) corrispondenti. E tuttavia un dato ritenuto eccessivo dall’Uem, in quanto il rischio di debito, finora concentrato nelle mani della politica statale, risulterebbe in effetti ancora piuttosto elevato: per un ammontare complessivo di titoli di debito pubblico superiore a circa € 450 miliardi, di cui oltre i 2/3 in possesso delle banche private, per un ammontare complessivo di crediti compreso tra 300 e 400 miliardi di euro. Pur rappresentando la misura, in termini di attivi bancari, e in media, l’11,3% (fonte R&S Mediobanca) del totale degli attivi delle prime otto banche nazionali. E tuttavia un dato ritenuto ancora eccessivo dall’Uem, che intende ridurne il peso, forse anche in percentuale ma comunque in termini di valore effettivo.
In conclusione, ritengo che i numeri dimostrino a sufficienza quanto sia inutile e soprattutto pericoloso alimentare ancora l’illusione di una prospettiva di governo degli stati nazionali, contro la prospettiva viceversa dell’Uem; e in particolare per uno stato il cui peso è in effetti così ridotto, come il nostro.

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