Il governo “Sblocca l’Italia” ma gli imprenditori, Confindustria e la grande azienda automobilistica nazionale credono poco al rilancio del paese stretto nella morsa della burocrazia e di una classe politica più attenta ai privilegi e funzionale a se stessa che ai reali problemi della vita di tutti i giorni. Hanno fatto da controcanto le duplici dichiarazioni di Giorgio Squinzi patron di Mapei il grande colosso mondiale di collanti per l’edilizia e numero uno di Confindustria e di Sergio Marchionne l’amministratore delegato a stelle e strisce e tricolore del gruppo torinese e di Detroit della Fiat nel corso del meeting di Cl di Rimini prima e dopo la conferenza stampa del premier Matteo Renzi al termine della riunione di gabinetto del governo che ha varato il cosidetto provvedimento “Sblocca Italia” che con le sue misure legislative ed economiche dovrebbe far ripartire il Paese avviato su un pericoloso declino di deflazione. Pur formalmente attestando fiducia nell’azione di governo i due grandi manager italiani hanno mostrato freddezza e preoccupazione rispetto alle misure messe in campo dell’esecutivo del sindaco premier che dovrebbero risollevare le sorti del paese. Ma perché questo pessimismo di fondo? Per gli stessi motivi che da mesi se non da anni stiamo sostenendo anche noi qui sulle colonne di Pensalibero. Il problema più grosso che affligge il paese del sole (quest’estate a sprazzi) del mare, della pizza, degli spaghetti e del mandolino è l’asfissiante burocrazia che dalla risorgimentale unità d’Italia avvinghia dalla metà dell’Ottocento l’ordinamento amministrativo del nostro Stato. Stiamo assistendo da anni ad annunci alla Camera, al Senato, e da Palazzo Chigi che in tempi brevi verrà approvata una riforma di grande semplificazione amministrativa che liberi il paese dalla stretta della burocrazia e ci porti a competere con i paesi emergenti non solo occidentali ma anche quelli che una volta si chiamava il “terzo mondo”. Purtroppo, dai ripetuti annunci trionfalistici, la realtà è un’altra, come dicevamo già la scorsa estate, siamo ancora il paese del timbro in ceralacca e del bollo tondo autorizzativo. Abbiamo una classe politica che ama i miliardi di passaggi cartacei per giustificare il proprio peso sul mondo imprenditoriale e della libera professione e peggio ancora per esibire la propria forza muscolare alla testa di una pletora di funzionari (la metà dei quali corretti e onesti, l’altra invece…..) che al posto di agevolare la libera iniziativa la paralizza e la deprime ancor prima di aver prodotto il primo manufatto o aver rilasciato lo scontrino fiscale nel caso del commercio al dettaglio. Come possiamo pensare che Squinzi si entusiasmi per l’approvazione dello “Sblocca Italia” quando un quindicina di anni fa per raddoppiare la linea produttiva del primo suo stabilimento italiano nel milanese ha dovuto aspettare otto anni per ottenere quaranta autorizzazioni rilasciate in serie da comune, provincia, regione, asl, arpa e chi più ne ha più ne metta? E soprattutto quando in 40 giorni nella vicinissima Francia le stesse autorizzazioni per lo stabilimento gemello le ha ottenute da un solo ente e cioè il comune? E come possiamo pensare che Marchionne (lasciamo stare tutti gli aiuti che ben sappiamo la Fiat ha ottenuto in cento anni di storia dall’Italia) debba scontrarsi con le organizzazioni sindacali e le loro rappresentanze per cambiare il contratto di lavoro che non ammettono nessuna modifica verso diritti acquisiti non vedendo che le aziende italiane fuggono all’estero per sopravvivere e la forza lavoro si riduce drasticamente ogni giorno. Non nutriamo simpatia particolare per il manager canado/abruzzese che detesta giacca e cravatta, ma come dargli torto quando sostiene che “in Italia, il paese dei politici col gelato in mano, si fa finta che nulla stia succedendo e niente debba cambiare e che la crisi non esista”. Nelle ultime settimane ricorderete ci siamo occupati della riforma che doveva cancellare le Province italiane. Lo abbiamo detto sin dall’inizio che il problema non era eliminare le indennità di carica dei 110 presidenti, degli assessori e dei consiglieri provinciali per compiacere le folle accecate da una comprensibile rabbia forcaiola contro una classe politica, gozzovigliante incapace e inconcludente. Abbiamo sostenuto invece che il governo dovesse andare al cuore del problema con due mosse fondamentali. La prima una reale riforma che riducesse i passaggi autorizzativi dei procedimenti amministrativi di tutti gli enti pubblici di ogni ordine e grado e il secondo più difficile e più doloroso, la riduzione del personale della pubblica amministrazione che una volta per tutte dalla carta deve passare nell’era informatica delle civilità 2.0 che ha ben attecchito anche nei paesi che mai hanno fatto parte del G 7. Ma è più facile far finta di niente in fondo meglio gustarsi un gelato a due gusti sperando che alla fine morsicando il fondo del cono la parte migliore non finisca per terra come sta facendo il nostro amato Belpaese.
Cesare Mannucci

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