La soluzione più facile – e perché no, la più vigliacca – sarebbe girare la faccia dall’altra parte e fingere di non vedere, per non affrontare un tema che non è solo tremendamente difficile da sviscerare ma persino da prendere in considerazione, perché ci pone di fronte ad interrogativi che risultano angoscianti per ogni essere umano. Uno in particolare: quando si muore davvero? Da cui ne discende un altro, altrettanto inquietante: quando si comincia a morire? Sì, sarebbe più facile ignorare la sentenza definitiva della Corte di Cassazione che riconosce al signor Englaro il diritto di porre fine all’esistenza di sua figlia Eluana, inchiodata da quasi diciassette anni ad un coma profondo che appare senza speranza di ripresa. Sarebbe facile anche perché, come sempre, nel nostro incivile, incivilissimo paese, prevale la rissa gridata, il commento urlato, l’affermazione ideologica o dogmatica senza contraddittorio, il tutto condito da una stupefacente arroganza che tutti o quasi tutti – preti, politici, giornalisti, intellettuali di ogni risma – si sono concessi, ovvero quella di ergersi a giudici delle scelte del signor Englaro senza minimamente tener conto del suo calvario personale e della sua ostinata volontà di perseguire la via della legge. Già, la legge, questo totem granitico che poniamo ad ogni crocevia della nostra esistenza come fosse la più alta e la più nobile delle nostre conquiste: dov’è la legge, in questo caso?! La legge non c’è perché non esiste, non è mai stata fatta e dunque costringe la Corte di Cassazione a pronunciarsi. Il giornale della famiglia Berlusconi scrive in prima pagina che “i magistrati hanno scavalcato il Parlamento” ma se questo è avvenuto – e non è in ogni caso il corretto resoconto di questa vicenda – non è da farne colpa ai magistrati bensì al Parlamento, a tutta quella pletora di deputati infingardi che praticano la politica dello struzzo e che per molti anni hanno preferito farsi ricattare dal fantasma sempre aleggiante – ma sinora mai manifestatosi, per cui deve essere una leggenda metropolitana – del voto cattolico piuttosto che affrontare con coscienza e spirito costruttivo un problema che esiste per tutti coloro, e sono tanti, che si trovano a doverci fare i conti. Dunque la legge non c’è, ed allora possiamo solo tentare di ragionare tra di noi, per definire con i nostri limitati mezzi un argomento che fa tremare i polsi. Lo diciamo subito: è sbagliato fare paragoni con il caso Welby. Pier Giorgio Welby sapeva con certezza di dover morire, sapeva anche con la stessa certezza che la sua trentennale lotta con la malattia che lo ha divorato era giunta alla fine, sapeva anche con atroce certezza che la terribile conclusione della sua malattia è la morte per soffocamento, quando anche la macchina che ti tiene in vita non basta più a farti respirare. Indro Montanelli una volta scrisse: “Ogni uomo dovrebbe poter scegliere come morire” – questo ha fatto Welby, non ha scelto quando morire, perché la sua fine era certa, ma ha scelto COME morire, ovvero senza dover subire l’ultimo e più tragico assalto della sua malattia. Il caso Englaro è molto diverso, e verrebbe da aggiungere purtroppo, perché si misura su un confine assolutamente imponderabile di cui gli stessi medici ammettono di non sapere nulla. Il coma profondo è, a tutt’oggi, un autentico mistero, non esiste scienziato al mondo che possa affermare di essere in grado di spiegarlo né tantomeno di misurare il livello di coscienza della persona che vive questo stato. L’unica cosa che sappiamo dai racconti di chi si è risvegliato è che il corpo diventa una prigione inevadibile per la mente, che registra tutto ciò che accade ma non può interagire con il mondo esterno. Di Eluana sappiamo che è viva, perché respira autonomamente, dorme e si sveglia, viene aiutata a nutrirsi, ma non può comunicare. Sappiamo anche, come hanno ripetutamente testimoniato suo padre ed i suoi amici – sulla cui buonafede non poniamo il minimo dubbio – che rimase sconvolta dello stato di infermità grave riportato da un suo caro amico dopo un incidente tanto da affermare che non avrebbe mai voluto subire la stessa sorte. Ma chi di noi vorrebbe subirla, soprattutto quando si hanno vent’anni e la vita ci si distende davanti come una grande cavalcata da affrontare con coraggio ed anche con un po’ di sana baldanza?! E può bastare una frase pronunciata a vent’anni in un momento di sconforto e di dolore per affermare che quella costituisce una scelta definitiva per tracciare il confine tra la propria vita e la propria morte?! Questo ci chiediamo con sgomento, perché in realtà non sappiamo risponderci. E d’altra parte, è vita quella di Eluana?! Ma chi può dire cosa si cela dietro il suo sguardo impenetrabile – ammettiamo che senta, ma non possa parlare, come possiamo stabilire con certezza quale sia, oggi, diciassette anni dopo, la sua opinione sulla propria vita e sul proprio destino?! Alla fine, la vera tragedia sta tutta qui: ci si è appellati alla libertà di scelta dell’individuo in un caso in cui l’unica parziale testimonianza di questa scelta è lontanissima nel tempo e risale ad una fase dell’esistenza in cui a tutto si pensa fuorché alla morte. E certo si può solo chinare il capo di fronte al calvario di un uomo come Englaro, che ha perso tutto – moglie, figlia, lavoro, affetti, speranze – e che per diciassette anni ha portato avanti una battaglia che probabilmente è stata l’unica cosa che gli ha impedito di impazzire, convinto di fare qualcosa di giusto per sua figlia, ovvero lottare per far rispettare quella sua giovanile espressione di sconforto e di rifiuto dell’infermità. Nessuno, in nome di nessun credo, può permettersi di giudicare quest’uomo, e chi lo fa rende un pessimo servizio solo a se stesso ed alla dottrina di cui vuole farsi sostenitore, qualunque essa sia, religiosa o politica o semplicemente vigliacca tout court. Ma ammettiamo anche, in piena umiltà, che questo caso e questa sentenza ci tormentano. Perché c’è un “se” che la nostra coscienza ci sussurra e non riusciamo ad ignorarlo: se Eluana può sentire, se ha uno stato di coscienza, se è prigioniera del coma e non può parlare ed invece volesse disperatamente farlo?! A questo “se” non c’è risposta, purtroppo, come ad oggi non c’è soluzione. Per questo, vigliaccamente, pensiamo che mai vorremmo essere al posto di Englaro, non solo per il calvario che ha sopportato, ma perché forse quello peggiore deve ancora viverlo. E’quel “se” a cui sta appesa la nostra coscienza, quella di tutti coloro che senza urlare, senza voler fare del dolore altrui strumento di vile propaganda, senza ergersi a giudici di nulla e di nessuno, si chiedono quando si inizia davvero a morire, sapendo che non c’è una risposta certa. Su questo, crediamo, dovremmo veramente e finalmente accettare di confrontarci, senza sterili barriere ideologiche ma con la consapevolezza che è nel nostro destino di esseri umani, dunque limitati, quantomeno tentare di trovare risposte dignitose da dare a chi le chiede con disperazione. Almeno questo, Eluana e suo padre dovrebbero potercelo insegnare.
ChiBo

Approvo l’articolo di Chiara perché non pretende di dare risposte e sottolinea il vero dilemma. M.S.
Caro amico, l’articolo non è stato scritto per cercare soluzioni ma solo per esprimere delle riflessioni personali e permettere ad altri, come a te, di farlo. Credo che questo ccaso ci scuota tutti, e i porti a confrontarci con cose che, senza dubbio, sono più grandi di noi.
Molte volte l’uomo è di fronte a cose superiori a lui, credere che tutto l’universo sia governato dal “caso” mi spaventa, come credo spaventi molti.
L’articolo, come tutti i commenti dei giornali e della televisione, sono come da giovane, io ed i miei compagni definivamo la Filosofia, Una cosa con la quale o senza la quale tutto quanto è tale e quale ” !
Nessuno di noi se la sente di credere di essere nel giusto e nel vero; ed allora, perchè non lasciare le cose come sono e lasciar fare a quelle povere suore quello che desiderano, senza dare fastidio a nessuno ? Il padre di Eluana farebbe bene a lasciarla in pace non intromettendosi in cose superiori alla sua volontà ed alla sua comprensione.