
C’è una frase, ascoltata qualche giorno fa durante una puntata di Otto e Mezzo, che merita una riflessione: “Chi ha l’aria condizionata è un privilegiato”. Probabilmente era un modo per richiamare l’attenzione sulla povertà energetica, un problema reale che coinvolge milioni di famiglie italiane.
Ma proprio perché il tema è serio andrebbe affrontato senza ricorrere a immagini che finiscono per deformare la realtà. L’aria condizionata non è più da molti anni un simbolo di benessere. Basta alzare lo sguardo nelle nostre città: le unità esterne dei climatizzatori punteggiano le facciate dei condomini popolari, delle periferie e dei quartieri costruiti tra gli anni Sessanta e Novanta.
Sono entrati nelle case di operai, impiegati, pensionati, piccoli artigiani. Molti li hanno acquistati approfittando di offerte, altri li hanno pagati a rate. Non perché fossero ricchi, ma perché le estati italiane sono diventate sempre più torride e, in molti casi, il climatizzatore ha smesso di essere un lusso per diventare una necessità. La vera linea di demarcazione oggi non è tra chi possiede un condizionatore e chi no. È tra chi può permettersi di accenderlo senza pensarci e chi, ogni volta che preme quel pulsante, pensa alla bolletta che arriverà a fine mese. È qui che si misura la povertà energetica: non nel possesso di un elettrodomestico, ma nella difficoltà di utilizzarlo.
Ed è qui che dovrebbe concentrarsi il dibattito pubblico: sul costo dell’energia, su salari che da troppo tempo non tengono il passo dell’inflazione, su pensioni che perdono potere d’acquisto, sulle tante famiglie che, pur lavorando, faticano a mantenere uno standard di vita dignitoso. Le parole, soprattutto in politica, non sono mai neutrali.
Quando si lascia intendere che possedere un condizionatore significhi appartenere alla categoria dei privilegiati, si finisce per raccontare un Paese che esiste più nelle categorie ideologiche che nella vita quotidiana. Si costruisce una contrapposizione artificiale tra persone che, in realtà, condividono la stessa vulnerabilità economica. È un errore che la sinistra dovrebbe evitare.
Le elezioni del 2022 hanno mostrato quanto una parte consistente del lavoro dipendente e del ceto medio impoverito abbia smesso di sentirsi rappresentata. Non perché sia diventata improvvisamente benestante, ma perché ha avuto l’impressione che il proprio disagio venisse interpretato attraverso categorie ormai inadeguate. Definire “privilegiato” chi possiede un’utilitaria, una casa acquistata con trent’anni di mutuo o un condizionatore installato dieci anni fa significa non cogliere la trasformazione sociale degli ultimi decenni.
Molti italiani conservano beni acquistati quando il loro reddito lo consentiva; ciò che è cambiato è la possibilità di mantenerli, utilizzarli e, quando necessario, sostituirli. È questa la nuova vulnerabilità economica, non l’elenco degli oggetti presenti nelle abitazioni. La politica dovrebbe diffidare dei simboli e tornare a misurarsi con i problemi concreti. Le disuguaglianze reali passano per salari insufficienti, bollette sempre più pesanti, lavoro precario, difficoltà di accesso a cure tempestive e un potere d’acquisto che continua a ridursi. Il condizionatore, paradossalmente, è il simbolo di tutto questo.
Non divide i privilegiati dagli altri: divide chi può ancora vivere con serenità del proprio reddito da chi, pur lavorando o dopo una vita di lavoro, è costretto ogni mese a scegliere a cosa rinunciare.
Angelo Santoro

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