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Il Concilio Vaticano II 50 anni dopo la sua apertura: bilanci e interpretazioni

di Redazione Pensalibero.it | 21 Ottobre 2012

Il Concilio Vaticano II 50 anni dopo la sua apertura:
bilanci e interpretazioni

Newsletter a cura di Mariavera Speciale


 

Il Volto del Risorto.
Grandezza profetica, spirituale e dottrinale, pastorale e missionaria del Concilio Vaticano II

Marie-Joseph Le Guillou o.p.
Edizione italiana e invito alla lettura di Gabriel Richi Alberti

A cinquant’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II riscopriamo l’opera di uno degli esperti al servizio dei padri conciliari, per comprendere l’essenza di un evento fra i più significativi per la storia ecclesiastica.
Padre Le Guillou scrisse questo libro – pubblicato in Francia nel 1968 e adesso per la prima volta presentato in lingua italiana grazie al lavoro di padre Gabriel Richi Alberti – rispondendo a un invito rivoltogli da alcuni padri conciliari di offrire una sintesi d’insieme del Concilio che potesse aiutare i loro sacerdoti ed i loro laici a conoscere le scoperte fatte durante le sessioni.
Le sue parole nell’introduzione sono di un’attualità sconvolgente: “Una crisi di fede di estrema violenza scuote oggi la Chiesa cattolica […] soltanto una riflessione teologica condotta proprio nel cuore di una Chiesa consapevole dello splendore della Rivelazione, ma allo stesso tempo sensibile verso le istanze culturali contemporanee e capace di manifestare le esigenze concrete di una fede sincera, porterà ai cristiani la luce necessaria per confrontarsi con il mondo”.
Il Concilio nelle sue intenzioni nasceva proprio come risposta a questa crisi, per dare all’apostolato della Chiesa maggiore ampiezza ed efficacia, offrendo apertura ai bisogni e alle necessità dell’uomo contemporaneo. Scrive Le Guillou: “Il Concilio Vaticano II ha inaugurato in tutta la Chiesa l’era del dialogo”. Ma come sappiamo, interpretazioni frettolose e arbitrarie hanno spesso identificato la promozione di una necessaria evoluzione con una rivoluzione esteriore che nega la continuità della vita della Chiesa.
La corretta comprensione di quella svolta decisiva è per i cattolici, oggi come allora, “un’esigenza sia del loro essere cristiani che della loro presenza nel mondo contemporaneo”. Il Concilio è un “avvenimento” il cui significato è possibile scorgere soltanto alla luce dell’incontro con Cristo; è l’occasione per tornare a contemplare con amore il Volto del Risorto. Perché il “volto”? “La rivelazione dell’altro ci è donata attraverso il volto”, attraverso quel Volto, immagine del Dio invisibile nel quale la Chiesa si riflette come in uno specchio, ci viene manifestato lo splendore profetico del Vaticano II. La proposta ermeneutica di padre Le Guillou mette in luce il carattere cristologico dell’eredità del Concilio: il Vaticano II è un Concilio incentrato sul mistero di Gesù Cristo, offerto agli uomini nell’oggi della storia . A partire da questa chiave sintetica è possibile approcciare in maniera adeguata tutto ciò che il Concilio insegna a proposito della Chiesa: la profonda unità delle immagini di “popolo di Dio” e di “corpo di Cristo” e, soprattutto, la Chiesa come sacramento universale di salvezza, nozione chiave del Vaticano II.

DALLA PREFAZIONE DI S.E. CARD. LÉON-ETIENNE DUVAL: “Due sono le linee di forza dell’opera conciliare: l’universalità dell’appello alla santità e l’universalità dell’apostolato. Ma ciò presuppone una Teologia della Rivelazione e della Chiesa. Il merito di p. Le Guillou è di far penetrare il lettore al cuore stesso dell’insegnamento del Concilio. La Chiesa è il Volto di Cristo. Cristo ci rivela il Volto del Padre. La Chiesa è il Volto del Padre. Non credo di commettere alcun abuso di linguaggio affermando che questo libro ci rivela il volto autentico del secondo concilio del Vaticano. Ciò che l’autore espone è, in una parola, la natura “estatica” della Chiesa. La Chiesa, separata da Cristo, non esiste […] Ma poich&eac! ute; Cristo è il Salvatore di tutti gli uomini, la Chiesa è relazione all’umanità intera. Se viene separata dall’umanità, non esiste poiché è interamente per tutti gli uomini […] Come afferma mirabilmente p. Le Guillou, “la verità della Chiesa è l’amore e nient’altro”.

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Le chiavi di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II
Walter Brandmüller, Agostino Marchetto, Nicola Bux

Tre autorevoli commentatori offrono una parola definitiva sul Concilio Vaticano II lasciandosi guidare dalle chiavi di lettura offerte da Benedetto XVI nel famoso discorso alla Curia romana.
Le parola del Santo Padre sono certamente un faro sul cammino difficoltoso per l’interpretazione del Vaticano II. E non è un caso se nell’anno della fede Benedetto XVI indica proprio questa come chiave principale per interpretare e accogliere il Concilio, rivolgendo ai vescovi, fiduciari del dono del Signore, l’invito ad amministrare con fedeltà quanto gli è stato affidato.
In effetti il contenuto dei documenti del Concilio ha subito una sorte ingrata. Ridotti a slogan, decontestualizzati rispetto alla Tradizione della Chiesa, i documenti che avrebbero dovuto esortare a mettere insieme nova et vetera sono stati spesso usati come espressione di una ideologia dell’aggiornamento che pur di spazzare via tutto quello che appariva come antico finiva per trasformare il cuore stesso della Dottrina. Il Concilio Ecumenico Vaticano II diventa così negli anni immediatamente successivi “il Concilio”, il punto da cui sembra scaturire ogni cosa e che in alcuni discorsi pare voler annullare duemila anni di storia della Chiesa. Secondo alcune interpretazioni, infatti, non i testi ma lo “spirito” del Concilio doveva guidare le riforme, lasciando così spazio a ogni estrosità purché compiuta in nome del vento di cambiamento.
In risposta all’ermeneutica della discontinuità, che crea una frattura evidente tra la Chiesa preconciliare e quella postconciliare, Benedetto XVI propone un’ermeneutica della riforma, o rinnovamento nella continuità, secondo le parole dei suoi predecessori. Bisogna fare un passo indietro e non confondere il Concilio dei documenti ufficiali con quello dei media e del consenso popolare. Giovanni XXIII nel discorso di apertura del Concilio affermava con vigore la necessità di custodire e trasmettere la dottrina pura e integra, mantenendo con essa un rapporto vitale che potesse permettere di presentarla in modi nuovi senza corromperne il senso.
Oggi gli autori di questo libro invitano a una lettura critica e attenta del Vaticano II che sappia tener conto dei molti aspetti in gioco e inserirlo nel contesto che gli è proprio, quello della storia conciliare e della Tradizione.

DAL CAPITOLO “IL CONCILIO ECUMENICO VATICANO II NELL’ANNO DELLA FEDE” DI WALTER BRANDMÜLLER: […] chi segue con attenzione, da vicino, l’attuale evolversi dell’ermeneutica conciliare non può non avere la sensazione di una certa dispersione in mille rigagnoli, quasi di una dissezione, vivisezione! e scorticatura dell’avvenimento fondamentale ecclesiale del secolo XX. […] La risoluzione di convocare un Concilio nacque nell’animo di Giovanni XXIII dalla costatazione della grave crisi che il decadimento dei valori spirituali e morali aveva causato nella società contemporanea.[…] Il Papa pensò certo a un Concilio pastorale, di aggiornamento – ecco la parola chiave ed intraducibile in molte lingue straniere –, ma ciò non deve intendersi come qualcosa di pratico, dinamico, quasi separato dalla dottrina. […] Il Papa distingueva la sostanza, l’intera, precisa ed immutabile dottrina, e la sua presentazione (formulazione). In linea con questo indirizzo pastorale Giovanni precisava il modo di opporsi agli errori. Alla severità egli preferiva «la medicina della misericordia». Conveniva perciò, con un insegnamento positivo, mostrare agli uomini la verità sacra, sì che essi,! illuminati dalla luce di Cristo, potessero «ben comprendere quello che veramente sono, la loro eccelsa dignità, il loro fine».L’aggiornamento, dunque, era inteso, da chi lo volle conciliare, non come rottura con il passato o contrapposizione di momenti storici, ma come crescita, perfezionamento del bene sempre in atto nella Chiesa. Il suo rinnovamento è di fatto continuo.

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Iuxta Modum: il Vaticano II riletto alla luce della tradizione della Chiesa
Serafino M. Lanzetta

La prima domanda che si pone agli studiosi del Concilio Vaticano II è se questo sia da leggere come un momento di cambiamento radicale, di rottura dalla tradizione della Chiesa o se invece abbia rappresentato un momento di rinnovamento nella continuità. Le interpretazioni non sono univoche e la questione da sempre suscita grandi discussioni e fiumi di inchiostro. Per molti ha significato una svolta, un momento di grande apertura, per altri un episodio difficile nella storia della Chiesa che ha lasciato dietro di sé confusione dottrinale e rimpianti.
Nel 50° anniversario della sua apertura ci si torna a interrogare su che cosa il Vaticano II abbia rappresentato per tutta la Chiesa. Padre Serafino Lanzetta, che dell’ermeneutica del Conclio Vaticano II ha fatto il cuore di tutti i suoi studi, invita prima di tutto ad accostarsi a questo argomento con amore e desiderio di comprensione, al di là dei possibili pregiudizi e degli schieramenti di parte, perché “amando si capisce meglio”. L’errore più comune dell’approccio post-moderno al tema sta nel ridurre ogni analisi a un problema di adattamento più o meno riuscito alla modernità, rinunciando a osservare il Concilio all’interno del contesto che gli è proprio, una storia millenaria che ha le sue fondamenta in Cristo. Limitare l’analisi critica del Concilio a una visione politica “di destra o di sinistra ecclesiale” significa ignorare i nodi essenziali della questione, e cioè il problema teologico della pastoralità legato a quello dell’aggiornamento e del metodo del dialogo, il rapporto tra dottrina e pastorale, il livello magisteriale del Vaticano II. Se è indubbio che un cattolico non può non riconoscere la sua autorità magisteriale è ancora più vero che non si può fare del Concilio una bandiera che neghi tutto quello che lo precede. Il lavoro di padre Lanzetta cerca di guidare le interpretazioni del Vaticano II all’interno della tradizione ecclesiastica. Perché prima è la Chiesa e poi i suoi concili.

DAL PROEMIO: Un bel giorno m’incontrai con un collega nell’atrio di una biblioteca, mentre ero assorto nei miei pensieri sul Vaticano II. Parlando di questo e di quello saltò fuori proprio l’argomento della mia ricerca, il Concilio Ecumenico Vaticano II, quando, interessato al mio fare, mi chiese cosa stessi studiando. Gli risposi che stavo preparando un lavoro sull’ultimo concilio. E lui immediato, quasi di sbotto: «Nella continuità, vero?». Perché tutta quella preoccupazione? Avrei potuto fare del Concilio anche una lettura diversa? A parer mio? Secondo le istanze più cogenti del momento? Sì, in fondo quell’atteggiamento rivelava una preoccupazione di tanti, del Santo Padre in primis, di tanti altri presuli e di numerosi cattolici, che oggi si vedono divisi proprio su una questione capitale: come capire il Concilio, o forse, con più precisione, che cosa ha rappresentato l’ultima grande assise ecumenica per tutta la Chiesa. […] Sembra strano ma è sempre più difficile trovare una via di dialogo e di confronto sereno e caritatevole all’interno del cattolicesimo, mentre è sempre più facile intavolare dialoghi ad extra con la cultura, con l’arte, con lo spettacolo, con i fratelli separati. Ambiti importanti, ma la Chiesa nel suo intimo langue per un’opposizione di fratelli contro fratelli. Bisogna ritrovare l’unità della fede nella Chiesa cattolica. La fede non può essere monopolio di un’idea, di un gruppo. Nessu! no può diventarne padrone; ne siamo solo servi perché tutti credano.

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Montefumo
Jacopo da Nonantola

Nel piccolo villaggio di Montefumo, il vento post-conciliare soffia con fin troppo entusiasmo e tra le antiche mura del convento settecentesco sembra non ci sia più posto per la fede sincera e viva di una volta. Il famoso giornalista e scrittore che si cela dietro l’evocativo pseudonimo di Jacopo da Nonantola, dipinge in questo ironico romanzo una società in crisi attraverso una carrellata di personaggi irresistibili: c’è il silenzioso bibliotecario che dagli anni settanta registra nei suoi grossi volumi tutti i cambiamenti in corso, nello stile dei suoi amati classici greci e latini; il vecchio don Antonio, formato ben prima che il Secondo Concilio chiedesse ai sacerdoti di “adeguare la Chiesa al mondo” che non si rassegna alla decadenza che lo circonda e cerca di portare la parola di Dio di casa in casa, aiutando chi ha bisogno e raccomandando a tutti la preghiera; il nuovo amministratore del convento, don Alcide (“c hiamatemi solo Alcide, per favore”), che libri dei conti alla mano, e immancabile camicia hawaiana indosso, ha aperto le porte a parroci dei paesi vicini, giovani e comitive di ogni genere, e si adopera in tutti i modi per far quadrare il bilancio, dimenticando persino di dir Messa; e poi don Gualtiero, che ha trasformato il refettorio in uno spazio aperto per comizi politici che hanno per tema centrale l’impegno del “nuovo” cristianesimo nel preparare la rivolta degli sfruttati contro gli sfruttatori. In questa baraonda l’ascetico don Leo cerca in vano di ricordare ai confratelli il senso del sacerdozio, ricevendo da loro accuse e prese in giro di ogni genere, e i poveri fedeli che gravitano intorno al convento, sempre più confusi e spiritualmente distanti, si lasciano andare a una vita arida in cui il culto del denaro e il relativismo sono gli unici “valori” comunemente accettati.
Tra amare constatazioni sull’impoverimento spirituale dell’uomo moderno ed esilaranti trovate che dipingono un clero spesso confuso sui principi della dottrina, l’autore di questo romanzo ci suggerisce le ragioni del fallimento di certe interpretazioni post-conciliari e la necessità di un ritorno alle vere radici della fede cristiana.

DALL’INTRODUZIONE: Nel grande ex convento settecentesco, composto da due lunghe ali che ospitavano le celle monastiche e da una chiesa barocca che le univa, non erano rimasti che due superstiti: il vecchio canonico don Antonio e il bibliotecario. Don Antonio passava il tempo a sigillare crepe nelle pareti, a rabberciare tetti, a tenere pulito il parco con l’aiuto di pochi volontari, ma la penuria di mezzi metteva ormai a rischio i suoi sforzi. Isaia, invece, se ne stava chiuso sotto le volte della grande biblioteca.
I rischi di dissesto avevano finalmente indotto la Curia a spedire a Montefumo un prete esperto di amministrazione, don Alcide, con il compito di studiare le soluzioni possibili perché l’ex convento potesse garantirsi da solo la sopravvivenza. Il reverendo amministratore arrivò sul finire degli anni Sessanta, in piena estate, quando già imbruniva. Cercò il pulsante del campanello senza trovarlo, poi si accorse del cordone che pendeva a lato e scampanellò. Attraverso i vetri del portale, vide accendersi le luci nel lunghissimo corridoio che raggiungeva una vetrata sul lato opposto dell’edificio e vide uscire dalla porta dell’ultima cella don Antonio, alto, magrissimo, con la veste talare, il collarino bianco ed in capo la berretta tricorno. Camminava rapido benché zoppicasse.
Quando don Antonio aprì la porta, si trovò di fronte un uomo di mezza età che indossava una camiciola hawaiana, jeans e scarpe da tennis.
«Posso esserle utile?», domandò gentilmente.
«Sono don Alcide, il nuovo amministratore. Ti avevano avvertito?».

Pubblicato in : Invito alla lettura

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