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Il caso Telecom e lo “schema” Ferruzzi

Pubblichiamo un articolo di Piero Ostellino sulla vicenda Telecom, oscura da molti punti di vista: non ultimo il fatto di un’inchiesta, quella sulle intercettazioni, rimasta nei cassetti per oltre due anni, che esplode al momento giusto. L’articolo di Ostellino è stato pubblicato dal “Corriere del Ticino”. Non a caso: infatti in Italia sono pochi – e tra questi Pensalibero – che se la sentono di pubblicare verità “scomode”.

di Pensalibero | 26 Settembre 2006

Perché l’indagine sulle intercettazioni telefoniche illegali di Telecom è uscita solo ora, dopo due anni e mezzo, proprio nel bel mezzo della bufera industriale, finanziaria e politica col rischio che sia essa, e non siano invece come sarebbe logico le carenze aziendali, a decidere del destino della più grande industria italiana ?

Pubblichiamo un articolo di Piero Ostellino sulla vicenda Telecom, oscura da molti punti di vista: non ultimo il fatto di un’inchiesta, quella sulle intercettazioni, rimasta nei cassetti per oltre due anni, che esplode al momento giusto. L’articolo di Ostellino è stato pubblicato dal “Corriere del Ticino”. Non a caso: infatti in Italia sono pochi – e tra questi Pensalibero – che se la sentono di pubblicare verità “scomode”.

Il ministro della Giustizia italiano dice di aver mandato gli ispettori del ministero nella sede di Telecom per «fare pulizia morale». Il buon Clemente Mastella – che è certamente un buon democratico e non ha commesso alcun illecito – non sa, però, di aver fatto un’affermazione da «Stato etico» che persegue il Bene con ogni mezzo, se necessario anche con la violenza. Compito dello Stato di diritto non è di perseguire il Bene, né di porsi questioni di natura morale – che attengono alla religione, alla sfera individuale, alle ideologie, ma non hanno rilevanza giuridica – bensì solo di applicare la legge. Io, ad esempio, avrei mandato gli ispettori alla Procura di Milano per chiedere perché l’inchiesta sulle intercettazioni telefoniche di Telecom sia saltata fuori solo adesso, dopo due anni e mezzo e, perciò, come sia possibile che la Giustizia italiana – che è condannata a affidarsi ai servizi del monopolista Telecom nella telefonia fissa, nonché gestore di una parte di quella mobile – non si sia posta il problema dell’affidabilità del fornitore di un servizio tanto delicato.

Pare, infatti, che alla Giustizia italiana si addica il detto «unire l’utile al dilettevole». Dove l’«utile» (per il Paese) è la giusta persecuzione dei reati e il «dilettevole» (per l’ordine giudiziario) è l’improprio utilizzo dell’azione penale per influenzare gli equilibri politici, economici e sociali. Preciso. Poiché la madre degli imbecilli è sempre incinta, questa non è una difesa della dirigenza Telecom che risponderà a un Tribunale degli eventuali reati che le fossero addebitati. Inoltre, poiché, nelle scienze sociali (sociologia e scienza politica) la ripetitività dei comportamenti di un soggetto crea un «modello», questa è solo l’interpretazione di un comportamento ripetitivo della Giustizia del mio Paese. Ora, in qualsiasi altro Paese al mondo le questioni penali che riguardano le singole persone che ne siano coinvolte sono tenute distinte e separate dalle vicende che riguardino la vita delle aziende sotto il profilo industriale e finanziario. In Italia, grazie alla discrezionalità con la quale l’ordine giudiziario interpreta l’obbligatorietà dell’azione penale, diventano tutt’uno, influenzandosi a vicenda. Bisogna, infatti, essere ciechi e sordi per non accorgersi che il «caso Telecom» ripropone il «modello» degli ultimi vent’anni – lo smantellamento e il passaggio di mano di imperi industriali per via giudiziaria – e che, per comodità esemplificativa, chiamerò «schema Ferruzzi» (dalla sorte toccata all’azienda presieduta da Raul Gardini).

Nel «caso Telecom», lo schema-modello sembra funzionare grosso modo così. Atto primo: la Procura di Milano apre un’inchiesta sulle intercettazioni illegali di Telecom, ma si tiene i risultati nel cassetto per oltre due anni e non si sa neppure se e quando li tirerà fuori. Atto secondo: si apre una vicenda industriale e finanziaria dell’azienda e scoppia un «caso» politico con lo scontro fra il suo presidente e quello del Consiglio. Atto terzo: nel bel mezzo del gran polverone industriale, finanziario e politico, la Procura tira fuori dal cassetto lo «scandalo» delle intercettazioni e dei conti cifrati all’estero dei principali dirigenti, e sui media c’è persino chi sollecita moralisticamente (il solito vizio!) il presidente di Telecom a seguire l’esempio di Gardini, suicidarsi. Atto terzo (per ora, in un futuro ipotizzabile): sotto l’enorme pressione giudiziaria, l’azienda i cui dirigenti sotto inchiesta sono già usciti di scena o sono stati messi in condizione di doverne uscire – è trasformata in uno «spezzatino» dagli esperti di turno (sempre più o meno gli stessi) e i singoli pezzi passano di mano, disegnando nuovi equilibri di potere nazionali nel mondo industriale, economico, finanziario e, perché no, anche politico.

A questo punto ciascuno ha avuto il suo tornaconto. Che per una parte del mondo economico consiste nell’aver proficuamente partecipato al «banchetto di Telecom»; per quello politico, nell’aver consentito al presidente del Consiglio di andare a rispondere in Parlamento di non aver mentito sullo scontro con Tronchetti sulla questione del progetto per la rinazionalizzazione della parte ricca di Telecom, la rete («vedete con che razza di gente avevo a che fare?»; come se ci fosse un nesso causale fra ciò che si sono detti, o non detti, e l’inchiesta su intercettazioni e conti in Svizzera); allo Stato (leggi i partiti e gli uomini in lotta per il controllo del potere economico) di allungare le mani sull’intero sistema di distribuzione di servizi indispensabili alla società civile, dalle telecomunicazioni all’elettricità dal gas alle autostrade e creare le premesse di un Grande Fratello che farà pagare agli italiani quello che vuole per riscaldarsi e per usare l’automobile e detterà legge anche sul sistema televisivo (leggi guai in vista per Berlusconi); infine, per le banche d’affari e per alcuni professionisti del campo, nel fare un sacco di soldi.

Se lo schema-modello funzionerà fino in fondo in questo modo, avrà avuto il suo tornaconto anche l’ordine giudiziario, che si riconfermerà un potere autoreferenziale che interagisce con gli altri poteri, politici, economici, finanziari, influenzandone e determinandone le sorti non solo secondo le logiche della giustizia, ma anche di potere. Ecco, dunque, perché io avrei mandato gli ispettori del ministro alla Procura di Milano, invece che alla Telecom, che rimane pur sempre (ancora) un’azienda privata. Intendiamoci, non per mettere sotto accusa qualcuno – ci mancherebbe – ma solo per porre una sola domanda. Perché l’indagine sulle intercettazioni telefoniche illegali di Telecom è uscita solo ora, dopo due anni e mezzo, proprio nel bel mezzo della bufera industriale, finanziaria e politica col rischio che sia essa, e non siano invece come sarebbe logico le carenze aziendali, a decidere del destino della più grande industria italiana ?

Temo, però, che a raccontare come siano andate le cose – e a chiedere perché mai gli italiani debbano vivere in un Paese in cui pare che a decidere le scalate alle banche e il futuro delle aziende non sia il mercato, ma siano le Procure – saranno un paio di giornalisti. Condannati a scrivere su giornali di nicchia, quelli letti solo dalla nomenklatura, che, peraltro, queste stesse cose le sa benissimo, anzi ci sguazza dentro con i suoi giornali, e non fa niente affinché non succedano. E tutti, da quel momento, vivranno felici e contenti. Fino alla prossima puntata. Quando qualcosa cambierà nuovamente – sempre con lo stesso schema-modello – affinché non cambi nulla.

Piero Ostellino

Pubblicato in : Primo piano

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