Due comunicati stampa, seguiti alla seduta del Consiglio comunale dedicata alla discussione sull’opportunità che Firenze ricordi Oriana Fallaci con qualche incisiva iniziativa, richiedono un commento, sebbene a prima vista si potrebbe affermare che si commentano da soli. La professoressa De Zordo ha dichiarato che “Oriana Fallaci ha detto quello che pensava, ed era suo diritto farlo, ma il problema, ciò che inquieta – sempre per dirla con Terzani – è che grazie alla notorietà la sua brillante lezione di intolleranza arriva nelle scuole, influenza tanti giovani. Per questo la Fallaci non corrisponde alla cultura di questa città, che si autodefinisce “operatrice di pace”; per questo non riteniamo opportuno che Firenze dedichi a lei un luogo che ne onori pubblicamente e collettivamente la memoria”. Ora, ci sembra quasi un goal a porta vuota ricordare alla professoressa che, qualche mese orsono, gli studenti di questa città operatrice di pace hanno impedito di parlare all’ambasciatore israeliano, che era stato legittimamente invitato ad intervenire ad un convegno universitario. Non ricordiamo alcuna protesta da parte della De Zordo, in quella occasione, dunque sospettiamo che il germe dell’intolleranza, che va di pari passo con quello dell’ignoranza, alberghi nelle nostre scuole di ogni ordine e grado senza che la Fallaci vi abbia colpa alcuna. E illustri docenti e cattedratici – categoria della quale la professoressa De Zordo fa meritatamente parte – potrebbero forse spiegarci il perché di tanto decadimento, invece di farsi scudo di chi non vi ha mai contribuito. Se c’è una brillante lezione che la Fallaci potrebbe insegnare ai giovani con i suoi scritti – li si approvi o meno – è proprio quella della libertà di pensiero e dell’indipendenza intellettuale, beni che, di solito, si acquistano con la conoscenza, e non con l’ignoranza.
Di diverso tenore, la dichiarazione del gruppo consiliare di Rifondazione Comunista: “La nostra contrarietà (…) deriva dalla valutazione dell’inopportunità di celebrare una donna che negli ultimi anni della propria vita attraverso il suo mestiere di giornalista ha alimentato il cosiddetto scontro di civiltà. Esperienze pacifiche che si sono svolte in città come la tenda della comunità somala in piazza San Giovanni o l’organizzazione del Social Forum nel 2002 furono presentate ai suoi lettori come fatti devastanti e lesivi dell’immagine di Firenze nel mondo. Al contrario la città dimostrò di sapere leggere la realtà e di saper resistere alle sollecitazioni all’intolleranza provenienti dalle invettive della scrittrice fiorentina e non si fece intimorire dal peso della sua fama internazionale.
La nostra quindi non è una presa di posizione ideologica ma riteniamo che la celebrazione del nome della Fallaci non risponda al sentire diffuso dei cittadini”. Ora, già ci sarebbe da obiettare sul fatto che Rifondazione Comunista possa ritenersi interprete del diffuso sentire della città, ma un piccolo delirio di onnipotenza si perdona a tutti, specie a coloro che ora coltivano il sogno di essere il prossimo Presidente della Camera, dopo Trendy Berty. Quella che invece si perdona malvolentieri, forse per un nostro malinteso senso di onestà intellettuale, è la volontà precisa di travisare tutto. Il Social Forum ha provocato scontri e danni gravissimi ovunque abbia portato la propria “pacifica” presenza, e centinaia di riprese televisive sono lì a dimostrarlo; dunque, ritenere che questo tsunami fosse da evitare in una città come Firenze, che è un museo a cielo aperto, non era una preoccupazione eccessiva. La tenda dei somali, che stazionò per mesi in piazza del Duomo, poneva un altro spinoso problema, che agli amici rifondaroli non piace mai di affrontare, ovvero quello della reciprocità. Perché, si chiedeva la Fallaci, se vado io a piantare una tenda davanti alla Mecca, come minimo vengo linciata? E perché il bivacco di fronte al Duomo non viene considerato una mancanza di rispetto? In effetti, aggiungiamo noi, la stessa tenda poteva essere piantata all’Osmannoro, perché una battaglia di principio la si può fare anche nella piana; se invece deve essere mediatica, allora è un altro discorso.
Dunque, questa è l’aria democratica che tira a Firenze, città operatrice di pace. Aveva ragione Cicerone: mala tempora currunt.
Chiara Boriosi

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