L’eccesso di regole e l’assenza di regole sono i mali di Pd e Pdl, i due lati di una stessa medaglia, quella di due forze politiche nate a freddo, una da un atto di puro cesarismo l’altra da una fusione formale ma non sostanziale.

L’eccesso di regole e l’assenza di regole sono i mali di Pd e Pdl, i due lati di una stessa medaglia, quella di due forze politiche nate a freddo, una da un atto di puro cesarismo l’altra da una fusione formale ma non sostanziale, mai tradotta nei fatti in una reale nuova entità, che si dibattono da anni entro le proprie manchevolezze e debolezze con l’unico pessimo risultato di averle fatte diventare, in un esercizio di rara quanto infausta abilità, sia la forma di governo sia la ragione di una crisi senza fine del nostro ormai esausto paese.
Difficile dire quale dei due aspetti – assenza od eccesso di regole – risulti più dannoso, certo entrambi fotografano impietosamente lo stato dell’arte della politica italiana oggi, qualcosa che somiglia sempre più alla trama logora e consunta di una vecchia coperta che, per quanto la si tiri, non riesce più a coprire nessuno, piuttosto che alla robusta tuta da operai della ricostruzione che avremmo tanto bisogno di indossare per riformare dalle fondamenta uno stato vecchio, malato, appesantito e malgestito che è ormai piegato su stesso e non ha la forza di rialzarsi, a dispetto di tutti gli sciocchi e maldestri paragoni fatti con la Concordia. Chè qui c’è da ripartire dalle basi, mica semplicemente da rimettersi in piedi.
Invece. Il Pd riesce di nuovo nell’impresa di spaccarsi nella ormai infinita querelle delle regole, come se le lezioni durissime, ed amarissime, dell’ultimo anno non avessero insegnato nulla alla propria sclerotica dirigenza, anzi, peggio, come se proprio non ci fossero mai state. Eppure, la gestione sconsiderata delle primarie dell’anno scorso, quando grazie a regole a dir poco deliranti si riuscì in un’impresa davvero rimarchevole per un partito politico, ovvero respingere gli elettori alle urne, e la conseguente sanguinosa sconfitta elettorale, accompagnata da una emorragia di voti e di iscritti che sembra inarrestabile, sono tuttora lì, davanti ai nostri occhi, a parlarci di una partito senz’anima che affida la propria sopravvivenza alla pantomima delle regole, povera imitazione di una democrazia interna ridotta a scontro di cavilli e cavillatori. Un pò poco, per fare di questa dubbia dote la base di una forza di governo in grado di riformare il nostro paese.
Dall’altra parte, un non-partito appeso, anzi, inchiodato alle sorti del proprio padrone per manifesta e colpevole mancanza di alternative, cambia di colpo ragione sociale, torna al vecchio nome, rispolvera loghi e bandiere esponendoli come cimeli in un mausoleo del tempo che fu, non certo una proiezione di ciò che sarà, e prosegue nella sciagurata e scombinata gestione che da sempre lo ha caratterizzato. Nessuna forma di democrazia interna, nessuna consultazione affidata agli iscritti ed agli elettori, nessuna elezione di organi dirigenziali: qui la regola è una sola, decide il capo, perchè lui tiene le chiavi della cassa ed alle sue capacità affabulatorie si è affidato, fin dall’inizio, un gruppo disomogeneo ed inconsistente di sconosciuti graziati di colpo dalla benevolenza del leader. Un pò poco, e lo sappiamo bene dopo le esperienze fallimentari di governo degli ultimi anni, per costruirci sopra una ragionevole possibilità di quel cambiamento radicale nel tessuto istituzionale ed amministrativo di cui avremmo tanto bisogno.
Ed anche il vessillo della “stabilità”, agitato come un drappo rosso dal Presidente del Consiglio di fronte ai pericolosi contestatori del suo operato, somiglia pericolosamente al feticcio logoro delle regole, ne possiede la stessa forza disabilitante, la stessa carica inerme, la stessa oppressiva volontà sclerotizzante – non basta più chiedere, anzi pretendere, di non disturbare il manovratore, se è quello che sbaglia a fare i conti e non sa far di meglio che darne la colpa all’altrui presunta irresponsabilità. Ristabiliamone due di regole, poche ma chiare e sufficienti: la prima, che una analisi critica del presente non è un attentato di lesa maestà ma la condizione minima ed indispensabile per affrontare i nodi da sciogliere; la seconda, che senza una assunzione chiara e netta di responsabilità personale ed individuale, non si va più da nessuna parte.
Perchè il tempo delle deleghe in bianco è finito da un pezzo, e se le ultime elezioni politiche, l’emorragia di voti, il calo devastante degli iscritti, non hanno insegnato nulla, allora è bene cambiare mestiere prima che sia il mestiere – ciò che la politica non dovrebbe mai essere ma invece è diventata – a cacciarti fuori per manifesta incapacità. Quella che al netto di ogni altra considerazione ha dannato Berlusconi, la stessa che ha messo fuori dal tempo e dalla storia la dirigenza del Pd ed i suoi pallidi figli.

Finché l’antifascismo fu nelle mani intollerabili ma salde di una sinistra socialcomunista il suo superamento dialettico e storico nella visione di un’Italia moderna era ancora possibile. Ma quando l’antifascismo con la fine dell’Ultima di Papini e la nascita di Testimonianze, il Concilio e la bestialità berlingueriana della ” resistenza tradita ” decadde a rancida minestrina cattolica divenne pure la retorica di un obbligato sentire antinazionale e falsamente ecumenico, inaugurando l’arrembaggio dei ceti arricchiti alla cosa pubblica. Renzi, piaccia o no, ha sulle spalle questa funesta eredità del cattolicesimo di sinistra appena mediato dalle marce da boy scout col preservativo nello zaino, e pragmatismo e aperture liberiste non gli faranno scrollare di dosso la bestia che ha portato la nazione all’attuale inesistenza, tanto da ringraziare iddio se i lupi alle frontiere sono ancora i disgraziati sui barconi.
La tua conclusione è ineccepibile, fanno schifo, tutti!
L’Italia affonda, peggio della Concordia, e questi qua, a sinistra come a destra, si occupano solo di potere e poltrone, è uno schifo! Va detto.