Letta è il capo di un governo che quasi nessuno nel PD sopporta. E Renzi ha smarrito l’aureola dell’uomo nuovo per necessità.

E se fosse invece il PD, con la sua incerta identità e con i suoi conflitti interni che ne fanno ormai un corpaccione inerte e senza guida?
Lo spettacolo andato in scena con l’ultima assemblea nazionale è terrificante. Una replica, l’ennesima, di un dibattito su codicilli, date, marchingegni, trappolette utili per il controllo del partito. Insomma, una dialettica per il potere: quello interno, perché di fuori nessuno capisce di cosa si stia discutendo. Dispute e divisioni che non riguardano le proposte, la faccia da presentare agli elettori, ma solo chi deve comandare dentro il PD.
Ed il sempre uguale che non tramonta ci annuncia un nuovo dualismo che ha in sé i germi di una nuova paralisi, come quella ancora non del tutto superata che aveva per protagonisti D’Alema e Veltroni.
Ad affrontarsi saranno, ora, Enrico Letta e Matteo Renzi. Le truppe dei due eserciti si stanno organizzando, ma già si sente lo sferragliare delle armi per lo scontro frontale: da una parte si vuole infilzare il presidente del consiglio imputandogli gli scarni risultati dell’attività di governo; dall’altra il fuoco di sbarramento contro Renzi muove dall’intento dichiarato di neutralizzare l’azione di logoramento del sindaco di Firenze che sta sfibrando governo e partito.
Vorrei sbagliare, ma a me pare una partita ormai fuori tempo massimo. Sarebbe stato un bel match quello tra il capo di un governo impegnato a trascinare il Paese fuori dalle secche della crisi e l’uomo nuovo impegnato a sbaragliare le vecchie consorterie ed i riti obsoleti.
Ma Letta è il capo di un governo che quasi nessuno nel PD sopporta. E Renzi ha smarrito l’aureola dell’uomo nuovo per necessità. Le trappole lungo il suo cammino lo hanno costretto ad un linguaggio e ad atteggiamenti da politica politicante, proprio ciò che avrebbe voluto evitare. Né l’uno né l’altro hanno grandi colpe. Provateci voi a cavare le gambe in un partito nel quale sopravvive a se stesso un apparato mastodontico fatto di sindaci, assessori, presidenti di enti, aziende, e di tutto ciò che la vorace macchina pubblica può elargire, banche comprese. E in aggiunta una dirigenza che è lì da due decenni prima che Berlusconi entrasse in politica e che nessuno riesce a schiodare.
Se il PD resta unito, il destino appare scritto e non è di vittoria. Separarsi è altrettanto difficile. Ma, al pari della uscita di scena di Berlusconi, almeno porrebbe fine allo stallo della politica italiana.

Caro Nicola, non credi che esista soprattutto la possibilità che sia l’Unione Europea e con essa, in particolare, la cancelliera Merkel a mettere tutti d’accordo?