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Il Board of Peace di Trump: ben oltre Gaza

A ottobre scorso tutti, o quasi tutti, si erano affrettati a celebrare l’annuncio da parte di Donald Trump di un cessate il fuoco a Gaza. Oggi, però, molti nutrono dubbi sul sistema creato dal Tycoon per portare avanti il suo piano di pace. È prevista per domani, infatti, la prima riunione del Board of Peace, lanciato ufficialmente a gennaio durante il World Economic Forum di Davos, dove 23 paesi hanno firmato il suo statuto fondativo. Ai membri che hanno formalmente accettato l’invito di Trump, unico viatico per accedere al ‘Consiglio di pace’, si uniranno anche rappresentanti di quattro paesi – Italia, Grecia, Romania e Cipro – che partecipano come osservatori. L’Unione Europea, anch’essa nelle vesti di osservatore, sarà rappresentata dalla commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica. Domenica scorsa, in un post su Truth Social, Trump ha dichiarato che i membri del Board hanno già promesso più di 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza e per gli aiuti umanitari, precisando che nel summit di Washington saranno forniti ulteriori dettagli.

di Istituto Ispi | 19 Febbraio 2026

di Francesco Petronella*

A ottobre scorso tutti, o quasi tutti, si erano affrettati a celebrare l’annuncio da parte di Donald Trump di un cessate il fuoco a Gaza. Oggi, però, molti nutrono dubbi sul sistema creato dal Tycoon per portare avanti il suo piano di pace. È prevista per domani, infatti, la prima riunione del Board of Peace, lanciato ufficialmente a gennaio durante il World Economic Forum di Davos, dove 23 paesi hanno firmato il suo statuto fondativo. Ai membri che hanno formalmente accettato l’invito di Trump, unico viatico per accedere al ‘Consiglio di pace’, si uniranno anche rappresentanti di quattro paesi – Italia, Grecia, Romania e Cipro – che partecipano come osservatori. L’Unione Europea, anch’essa nelle vesti di osservatore, sarà rappresentata dalla commissaria per il Mediterraneo Dubravka Šuica. Domenica scorsa, in un post su Truth Social, Trump ha dichiarato che i membri del Board hanno già promesso più di 5 miliardi di dollari per la ricostruzione di Gaza e per gli aiuti umanitari, precisando che nel summit di Washington saranno forniti ulteriori dettagli. Un primo sguardo d’insieme su chi prende attivamente parte al Board, chi è stato invitato ma ha declinato e chi, infine, non è stato invitato affatto, permette già di tracciare un bilancio sulle aspettative che i vari attori nutrono verso il Board e su quali scenari potrebbero aprirsi domani a Washington. I dubbi principali sul nuovo organismo, analizzati ampiamente sulla stampa internazionale nelle ultime settimane, riguardano il ruolo di Trump – di fatto presidente a vita, anche oltre il termine del suo mandato alla Casa Bianca – e l’idea che si venga a creare una struttura in diretta competizione col tradizionale sistema multilaterale. Una sorta di ‘anti-ONU’, concepita nella forma di un club privato.

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Europa divisa?

Bulgaria e Ungheria sono gli unici due paesi dell’Unione Europea ad aver aderito all’iniziativa. Francia, Spagna e Germania hanno invece declinato, così come il Regno Unito (ormai ex paese del blocco). Il premier britannico Keir Starmer, che fino a poco tempo fa era estremamente restio a criticare direttamente Trump, si è mostrato decisamente freddo nei confronti dell’iniziativa. A far storcere il naso a molti nel Vecchio Continente – sottolinea Politico – è stata la decisione americana di invitare il presidente russo, Vladimir Putin. La cosa ha innervosito in particolare gli alleati degli Stati Uniti nel continente tra cui, ovviamente, l’Ucraina (che ha rifiutato l’invito). Lo stesso ha fatto la Polonia, il cui primo ministro Donald Tusk ha scritto a chiare lettere su X: “Non permetteremo a nessuno di prenderci in giro“. Inoltre, ai paesi che vogliono ottenere un seggio permanente nel ‘Consiglio di pace’ è stato chiesto di contribuire con almeno un miliardo di dollari, creando un ulteriore ostacolo. Secondo la visione annunciata a Davos, e sancita nello statuto, il ‘Consiglio di pace’ avrebbe il mandato di affrontare i conflitti ovunque e non solo a Gaza, come previsto invece dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ha approvato il piano di pace in 20 punti della Casa Bianca.

Cina e Russia scettiche?

La competizione tra potenze spiega, almeno in parte, il disinteresse mostrato dai principali competitors degli Stati Uniti, ossia Cina e Russia. Entrambe, infatti, diffidano delle iniziative guidate dagli Stati Uniti, temendo che possano rafforzare l’influenza americana, più che favorire un vero equilibrio multilaterale. Mosca considera tali piattaforme potenzialmente ostili ai propri interessi, soprattutto in relazione alla guerra in Ucraina e alle sanzioni occidentali. Pechino, invece, preferisce sistemi multilaterali dove può vantare un maggiore peso decisionale ed evita organismi percepiti come strumento di politica statunitense. In altre parole, i due paesi – entrambi detentori di un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU (con diritto di veto) – non hanno interesse a collaborare all’operazione di Trump, almeno per due motivi: mancanza di fiducia (verso gli Stati Uniti, ma anche reciproca) e divergenze profonde sull’ordine internazionale.

Medio Oriente, Gaza e nient’altro?

Nella lista dei paesi che per primi hanno aderito al Board figurano diversi attori mediorientali, che hanno giocoforza un interesse diretto nell’implementazione della ‘fase 2’ a Gaza. Diversi i paesi arabi coinvolti – come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Egitto, Giordania – a cui si uniscono Turchia e Israele (diretto interessato). Ma ci sono anche potenziali contributori di truppe asiatici come Pakistan e Indonesia, che ha annunciato il possibile invio di un contingente di circa 8.000 militari. Tuttavia, vale la pena chiedersi se e quanto questi attori abbiano interesse a seguire il mandato del Board nella sua forma allargata, volta cioè a occuparsi di conflitti ovunque e non solo in Palestina. Otto paesi musulmani, firmatari del ‘Consiglio di pace’, hanno già chiarito che la loro priorità è e resta Gaza. In una dichiarazione del 1° febbraio, infatti, hanno criticato Israele per le violazioni del cessate il fuoco degli ultimi mesi e ribadito il diritto palestinese all’autodeterminazione. In altri termini, questi attori vedono nel Board uno strumento per far avanzare la ‘fase due’ a Gaza, contando sulla leva di Trump su Benjamin Netanyahu, ma probabilmente non ne approvano in toto la visione globale e aspettano di vedere cosa concretamente riuscirà a fare, innanzitutto, nella martoriata enclave palestinese.  

Il commento

Di Valeria Talbot, Head ISPI MENA Centre

“Alla vigilia della prima riunione del Board of Peace emergono molti interrogativi non solo sulla natura sui generis di questo organismo, sul quadro normativo in cui dovrebbe operare e sui fondi di cui dovrebbe disporre, ma anche sull’effettiva implementazione di un piano di pace che finora stenta a decollare. Tuttavia, nonostante criticità e limiti, il piano Trump per Gaza è oggi l’unico sul tavolo. E avere un posto al tavolo è cruciale per i leader dei paesi mediorientali che domani saranno a Washington, consapevoli che le vie della pace, e della guerra, nella loro regione passano inevitabilmente per la capitale americana”.

Francesco Petronella

*ISPI Digital Journalist and Content Creator

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Istituto Ispi

Istituto per gli studi di politica internazionale. L’attività dell’Ispi venne avviata ufficialmente il 27 marzo 1934 da un gruppo di giovani studiosi dell’Università di Milano e di Pavia che, anche in considerazione della forte presenza internazionale che caratterizzava il nostro paese in quegli anni, si proponevano di dotare l’Italia fascista di un centro di studio focalizzato sulla politica estera, ispirandosi al modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York.
ll rilancio dell’Istituto nel terzo millenio è stato completato dall’Ambasciatore Boris Biancheri (Presidente dal 1997 al 2011) dall’Ambasciatore Giancarlo Aragona (dal 2012 al giugno 2016) ed ha visto una ripresa e ampliamento di tutte le attività dell’Istituto, dalla convegnistica – con le conferenze internazionale quali ad esempio MED Dialogues, i fori di dialogo bilaterali con alcuni paesi di importanza strategica quali ad esempio Francia e Germania – alle iniziative per le imprese – con la conferenza scenari che si tiene all’inizio di ogni anno, i lunch talk e brief ad hoc – alle pubblicazioni diffuse sempre di più in modalità digitale alle attività della ISPI School che, oltre al tradizionale Master in preparazione al concorso per la carriera diplomatica, ha ampliato la propria offerta proponendo il Master in International Cooperation e corsi più brevi (Winter e Summer School) per avvicinarsi al mondo delle relazioni internazionali e della geopolitica.

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