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Il Bluff della FED

Il recente aumento dei tassi di interesse della Federal Reserve, annunciato come la fine del denaro facile, è un non evento. La FED cerca disperatamente di infondere fiducia in una ripresa che non esiste.

di Gerardo Coco | 20 Dicembre 2015

Il 16 dicembre la Federal Reserve ha alzato il tasso di interesse ufficiale dello 0.25%. E’ il tasso a breve minimo al quale le banche si prestano denaro e al quale si indebitano con la banca centrale (tasso di sconto). La banda di oscillazione è pertanto variata da 0-0.25% a 0.25-0.50%. Tale incremento è stato salutato dai media con il solito corale entusiasmo beota come «svolta storica» ossia come fine del denaro facile, durata quasi dieci anni. Di veramente storico, semmai, c’è stato il mantenimento per tutto questo periodo, del tasso di interesse ai limiti dello zero adottato da tutte le altre principali banche centrali occidentali con la conseguenza di creare, nel pianeta, la più grande bolla del debito di tutti i tempi. Un fatto senza precedenti in quanto, per millenni, il tasso di interesse reale si è sempre aggirato attorno al 4/5% all’anno e, dalla fondazione della Banca d’Inghilterra nel 1694, si hanno dati statistici giornalieri che confermano tali livelli. Di veramente storico e, soprattutto, di coraggioso, fu semmai  il rialzo dei tassi al 20% attuato, nel giugno 1981, da Paul Volcker uno dei predecessori dell’attuale presidente della Fed, Janet Yellen: una purga che eliminò gli eccessi inflazionistici accumulati in anni precedenti riportando l’economia americana sulla strada di un‘autentica ripresa. Ma erano altri tempi, quelli di un’America tanto produttiva, competitiva e forte da superare simili shock perché non ancora infestata dalle politiche keynesiane. Se Janet Yellen avesse alzato di colpo i tassi anche soltanto di un decimo di quello che fece Volcker, cioè del 2%, avrebbe incenerito l’economia, talmente debilitata e indebitata da poter tollerare, appunto, solo questo patetico quarto di punto. Per giunta, non si tratta neppure un aumento reale.

Breve riflessione: dal 2008, il tasso di interesse effettivo applicato ai prestiti non è mai stato proprio zero ma compreso tra 0-0.25% e ora verrà applicato a un livello intermedio tra 0.25-0.50%. Quindi sempre molto al di sotto del tasso di inflazione del 2%, il che significa che il tasso di interesse reale è negativo!

E questa sarebbe la fine del denaro facile come ha scritto il Washington Post e come ripetuto anche dai giornali italiani di provincia? Ma andiamo…

All’«autorevole» quotidiano americano è poi sfuggito che, con questo ultimo aumento, il tasso di interesse resta al di sotto dell’1%, il tasso applicato nel 2006 da Alan Greenspan che scatenò la famosa bolla dei mutui! Sicché la Yellen, in sostanza, non ha fatto altro che portare i tassi da un livello nominale intorno a zero a un livello…sempre intorno allo zero. La tanto attesa manovra è stata dunque un non evento, un aumento simbolico senza il quale la chairwomen avrebbe perso credibilità e creato danni psicologici. Era dal mese di marzo che sfogliava la margherita (alzo o non gli alzo i tassi?) e non poteva deludere le aspettative dei mercati che avevano già scontato la manovra. Doveva per forza dare un segnale di ripresa economica e promettere aumenti graduali fino a raggiungere il target di 1.50% entro la fine del 2016.

Ma per colmo dì sfortuna, la Yellen ha fatto l’annuncio al momento sbagliato perché rispetto al mese di marzo, quando assicurò di voler aumentare il tasso di interesse, sia la situazione dell’economia americana che quella mondiale si sono deteriorate tanto velocemente da non giustificare alcun aumento.

Se però anche questa volta si fosse tirata indietro, il mercato si sarebbe spaventato convincendosi che neppure la FED ha fiducia nella ripresa. Nella press conference la Yellen ingenuamente ha affermato: «Abbiamo fatto l’aumento per dare fiducia ai mercati». Ma che significa questo? Un mercato realmente in ripresa ha forse bisogno di una Yellen che instilli fiducia? Una reale ripresa non ha bisogno né della propaganda di una banca centrale né di quella del governo o della stampa, è il mercato stesso a creare la fiducia, se la sua ripresa è effettiva. Ma si sa, quando le elezioni presidenziali sono vicine è tempo di balle: la Yellen oltre che presiedere la banca centrale fa anche parte dell’attuale amministrazione democratica.

Non c’è nulla, in proiezione, che faccia pensare ad una ripresa bensì a un peggioramento della situazione. Tra ottobre e novembre la produzione industriale è diminuita dello 0.6%, un calo che non si registrava dal marzo 2012. Il prezzo del gas naturale è in caduta libera e quello del petrolio è sceso ancora. Se questo avvantaggia il consumo non avvantaggia certo i produttori dello shale oil, letteralmente al collasso. Idem per il mercato delle obbligazioni societarie. Le maggiori multinazionali stanno tagliando posti di lavoro alla grande. Ma tutto questo è niente rispetto al vero, grande problema dell’economia americana di cui tutti sembrano essere dimenticati: un debito totale “ufficiale” (pubblico e privato) che è uno spaventoso 269% del Pil. Un macigno che rende impossibile qualsiasi ripresa.

Durante questo ultimo decennio il governo americano e la Federal Reserve hanno creato più debito che in qualsiasi altro periodo della loro storia. Gli americani si sono indebitati per trilioni di dollari per acquistare azioni, case, auto, immobili commerciali spingendo in questi settori i prezzi alle stelle. I prezzi azionari dal 2009 sono addirittura triplicati. Gli USA hanno continuato a spendere sempre di più ma non per aver generato ricchezza ma per aver generato sempre più debito che è servito a farli sentire, temporaneamente, più ricchi ma ignari del prezzo che saranno costretti a pagare quando la festa finirà. L’ultima manovra della Fed ha il solo scopo di far permettere agli americani di pagare il servizio del debito a tassi irrisori ancora per qualche tempo. Ma quando sarà palese che alla maggior pare sarà impossibile ripagare il capitale, sarà il crollo generale. Cosa farà allora la Yellen? Marcia indietro. Invece di attuare il programma di un graduale aumento dei tassi, li riporterà allo zero nominale e con ogni probabilità inaugurerà il quantitative easing n° 4 che potrebbe essere superiore ai tre precedenti. E non è escluso che applichi anche i tassi negativi come ha fatto Draghi in Europa. In tal caso benvenuti nell’iperdeflazione americana.

Pubblicato in : EditorialeTag: amministrazione, anni, banca centrale, banche, banche centrali, danni, draghi, elezioni, europa, federal reserve, giornali, governo, immobili commerciali, lavoro, manovra, mercati, mercato, obbligazioni, posti di lavoro, produzione industriale, usa

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Alberto Lopez

    22 Dicembre 2015 alle 17:43

    “Ma erano altri tempi, quelli di un’America (..)non ancora infestata dalle politiche keynesiane.” come se non si sapesse che l’attuale situazione in realtà è maturata negli ultimi anni soprattutto a causa della deregolamentazione che ha rimosso la separazione delle attività delle banche commerciali e di investimento.

    Rispondi
  2. michele d.

    22 Dicembre 2015 alle 00:52

    obbiettivamente lo 0,25% è poco anzi pochissimo se veramente si fosse creduto ad una ripresa in atto od in arrivo che avrebbe potuto creare una bolla del debito. Ricordiamo che in realtà, ad oggi, non c’è nessuna ” bolla del debito” in quanto la stagnazione dell’economia( europea e cinese soprattutto) ha di fatto bloccato l’accesso al credito per cui il debito privato americano è a livelli bassissimi ( credo che non si vedesse un livello così basso di indebitamento da 40 o 50 anni) ed anche il debito pubblico europeo (Italia a parte) è molto basso. Il debito è soprattutto fra banche ma non è particolarmente preoccupante a parte alcuni casi veramente al limite. Tuttavia la Yellen, a mio parere, voleva dare un segnale e questo segnale non era rivolto ai cittadini ma alle banche e che questo segnale sia un bel :” Smettete di indebitarvi tra voi” scritto a lettere cubitali!!!

    Rispondi
    • Orazio Covolo

      22 Dicembre 2015 alle 23:54

      Michele, mi perdoni, ma un debito pubblico americano al 290% + tutti i derivati che lo farebbero schizzare oltre il sistema solare, dove lo mette?

      Rispondi
  3. Orazio Covolo

    21 Dicembre 2015 alle 23:55

    Direi che Coco, ha sicuramente ragione.
    A parte il fatto che un amento di tale livello di interessi, è una presa per il fondello e non credo che nessuno se ne sia accorto.
    Tali azioni sono solamente dei pagliativi, tesi ad ingannare il mercato, ma fino a quando?
    Quello che mi interesserebbe sapere, ha a che vedere sul tasso di interesse che le banche piccole pagano per accedere ai finanziamenti… “tralascio il discorso riserva frazionaria”,
    visto che ufficialmente si trovano un “””” po a corto di soldi”””””””””””” e di questi, non se ne vogliono minimamente distaccarsi.
    Grazie.

    Rispondi

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