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Il Bipolarismo al femminile della strana coppia Giorgia-Elly si scontra con i tanti problemi di Meloni e le mille contraddizioni di Schlein

Non a caso Giorgia & Elly stanno polarizzando il dibattito, si prendono la scena, cercano di dettare l’agenda per non lasciare spazio ai rispettivi alleati, Salvini e Berlusconi da un lato e Conte dall’altro. E da quando l’una si è complimentata con l’altra per la conquista della segreteria del Pd, le due hanno aperto un canale di comunicazione diretto. Curandosi di dare, attraverso la rappresentazione mediatica della loro contrapposizione nel dibattito alla Camera della settimana scorsa, una plastica raffigurazione di come la politica italiana si stia riarticolando sulle loro leadership.

di Enrico Cisnetto | 25 Marzo 2023
Una recente pagina di La Repubblica sul dualismo delle leader Meloni e Schlein

Parafrasando uno dei temi più caldi del dibattito politico, si potrebbe dire che Giorgia Meloni e Elly Schlein sono ormai diventate una coppia di fatto. Politicamente parlando, s’intende. La prima donna alla guida di un governo e la prima donna segretaria del più grande partito della sinistra hanno infatti capito di avere un interesse comune, e cioè quello di aprire, ognuna nel proprio campo, un ciclo politico – possibilmente duraturo, vista la velocità con cui ultimamente si consumano le leadership – che le veda protagoniste. Dando così vita ad un inedito sistema politico, che potremmo definire “bipolarismo al femminile”, uno dei tanti un po’ bislacchi che l’Italia ha sperimentato dalla fine della Prima Repubblica in poi. Giorgia ed Elly finirebbero così per ritrovarsi alleate involontarie, visto che dal reciproco riconoscimento potrebbero ricavare reciproca legittimazione. Guardando entrambe al traguardo delle elezioni europee dell’anno prossimo, attraverso le quali Meloni conta di cambiare gli equilibri continentali promuovendo un accordo tra Conservatori e Popolari che rompa quello tra questi ultimi e i Socialisti, mentre Schlein ambisce ad un risultato che faccia del Pd la prima forza della sinistra a Strasburgo.

Non a caso Giorgia & Elly stanno polarizzando il dibattito, si prendono la scena, cercano di dettare l’agenda per non lasciare spazio ai rispettivi alleati, Salvini e Berlusconi da un lato e Conte dall’altro. E da quando l’una si è complimentata con l’altra per la conquista della segreteria del Pd, le due hanno aperto un canale di comunicazione diretto. Curandosi di dare, attraverso la rappresentazione mediatica della loro contrapposizione nel dibattito alla Camera della settimana scorsa, una plastica raffigurazione di come la politica italiana si stia riarticolando sulle loro leadership. Forti anche dei sondaggi, che segnalano come l’operazione stia avendo effetto (si veda la puntata di War Room di martedì 21 marzo con Mattia Feltri, Alessandra Ghisleri e Giovanni Orsina, qui il link).

Tuttavia, sulla strada delle neo Thelma & Louise della politica nostrana si parano problemi che le due dovranno dimostrare di essere capaci di fronteggiare. Per la presidente del Consiglio c’è un problema di tenuta della maggioranza di governo e una serie di questioni, interne e internazionali, di non poco conto. Per la segretaria del Pd, c’è il tema di fondo delle alleanze (il mitico “campo largo”) e alcune tematiche sulle quali rischia di inciampare. Vediamo tutto nel dettaglio.

Meloni vive il paradosso di essere forte ed isolata: più cresce la sua forza tanto maggiore è la sua solitudine. Dando per scontato che in un governo di coalizione il conflitto tra alleati è fisiologico, qui però si rischia di entrare in una dimensione patologica. E le nomine che il governo si accinge a fare nelle società a partecipazione pubblica – che peraltro sono le più grandi e strategiche del nostro capitalismo – rischiano di rappresentare il detonatore del conflitto. Salvini e Berlusconi, infatti, pretendono un tavolo non di sola consultazione, mentre Meloni intende riservarsi tutte le decisioni in solitaria dopo aver raccolto i loro desiderata. A questo punto, se replicherà il “Draghi style”, le probabilità di scontro, specie con il segretario della Lega, saranno altissime. Ma se cederà e si siederà al tavolo spartitorio, oltre a perdere un po’ di credibilità presso la fascia alta dell’opinione pubblica – che nella gran parte dei casi non l’ha votata, ma la osserva con attenzione e un certo compiacimento – finirà comunque per dar fiato agli alleati-nemici, che saranno indotti da quella debolezza ad alzare la posta su molti altri fronti. A cominciare da uno davvero dirimente, quello della guerra russo-ucraina.

Finora la postura della presidente del Consiglio è stata perfetta, tanto da rendere insignificante nel contesto euro-atlantico le intollerabili posizioni, di fatto pro Putin, di Salvini e Berlusconi. Ma il proseguire del conflitto, a cui corrisponde un crescere negli italiani del fastidio sia per il nostro coinvolgimento nelle forniture militari sia per le conseguenze economiche della guerra indurrà i due simpatizzanti di Mosca ad accentuare i loro distinguo. In questo senso suonano istruttive le parole dell’oligarca russo Konstantin Malofeev in un’intervista alla Stampa, secondo cui presto Salvini premerà per un cambio di posizione del governo sull’Ucraina. E i ripetuti riferimenti al pacifismo del leader leghista e di qualcuno dei suoi inducono a credere che quelle del fondatore del canale d’informazione ultraconservatore Tsargrad non siano (solo) parole spese per mettere zizzania in campo nemico.

Detto questo, per Meloni i banchi di prova decisivi saranno due, la gestione dei migranti e il Pnrr. Il primo problema, già grave per le morti che ci sono state e per la moltiplicazione degli sbarchi rispetto al passato, rischia di diventare esplosivo se la situazione in Tunisia si facesse incontrollabile. La presidente del Consiglio ha cercato un’alleanza con i tedeschi, ha ricucito i rapporti con Macron (peraltro debolissimo per le vicende interne alla Francia), ma fin qui ha tessuto poca tela in Europa. E per trovare un po’ di solidarietà potrebbe trovarsi costretta a cedere su altri fronti comunitari, a cominciare dal Mes (che avrebbe dovuto già da tempo accettare) e dal rinnovo del patto di stabilità Ue. Quanto al Pnrr, il ritardo che già si era accumulato con il governo Draghi non è stato ancora colmato, tanto che nei prossimi giorni rischiamo di non ottemperare ad una scadenza che ci farebbe perdere 19 miliardi. E se dovessero andare a pallino anche solo una parte degli investimenti previsti, rischieremmo la recessione nel breve periodo e il ritorno alla “crescita zero virgola” nel prossimo biennio-triennio. E in una fase di tassi al rialzo resi necessari dal persistere dell’inflazione (che non è più solo da offerta, cioè dipendente dai prezzi energetici, ma comincia ad essere anche da domanda, come negli Stati Uniti: su questo si veda la War Room di giovedì 23 marzo con Mario Baldassarri, Veronica De Romanis e Stefano Micossi, qui il link) aumenta il costo del nostro debito pubblico e quindi si fa più complicata la sua gestione. Insomma, sul Pnrr ci giochiamo tutto, ma nel governo i soli consapevoli mi sembrano Meloni e il ministro Fitto. Il resto della compagnia parla d’altro.

Tutto a vantaggio dell’opposizione e in particolare di Schlein? Dubito. Intanto non esiste l’opposizione al singolare, ma al plurale, e con diversità, almeno rispetto al Terzo Polo, del tutto insormontabili (per fortuna, aggiungo io). In secondo luogo, l’effetto Elly che i sondaggi rilevano favorisce il Pd a scapito dei 5stelle in un gioco a somma zero: il perimetro del “campo largo” resta invariato. Si dirà: meglio, però, se è il Pd ad essere più forte. Sì, ma se per esserlo Schlein cannibalizza Conte rubandogli temi e parole d’ordine, che ce ne facciamo di un Pd grillinizzato? Se, per esempio, la nuova segreteria dem si spingerà sul terreno del pacifismo senza se e senza ma fino al punto da non votare più in Parlamento le forniture militari – posizione favorevole che Enrico Letta, pur con tutti i suoi limiti, ha tenuto saldamente ferma – proprio per rincorrere la spregiudicata posizione anti-Zelensky di Conte, il rafforzamento elettorale del Pd non ne farebbe comunque un’alternativa credibile di governo. E lo stesso sarà se l’ambiguità fin qui tenuta dalla neo-segretaria su questioni come i rigassificatori e il termovalorizzatore di Roma, rimarrà tale o peggio diventerà esplicita contrarietà.

Insomma, di un Pd movimentista che si trasfiguri fino a diventare a immagine e somiglianza dei pentastellati per inseguire il mantra del “torniamo ad ascoltare la gente”, l’Italia non ne ha bisogno. Così come non ha bisogno di una Meloni che non si mostri all’altezza della partita che ha voluto giocare. Ben vengano leadership femminili. Tuttavia quello che serve è portare al governo del Paese competenze, sensibilità, visione, innovazione che finora sono mancate. Altrimenti ci saremo inventati l’ennesima variante dello strabico bipolarismo all’italiana, che è destinata a non servire a nulla. E a durare poco.

Enrico Cisnetto

Pubblicato in : AperturaTag: berlusconi, bipolarismo, capitalismo, consultazione, debito pubblico, diversità, draghi, elezioni, enrico letta, euro, europa, francia, governo, la repubblica, leadership, lega, meloni, parlamento, pd, politica italiana, presidente del consiglio, prima repubblica, putin, recessione, repubblica

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Dr Anvilon

    27 Marzo 2023 alle 11:57

    “””Ben vengano leadership femminili. Tuttavia quello che serve è portare al governo del Paese competenze, sensibilità, visione, innovazione che finora sono mancate.”””
    ***
    Al momento sono entrambe espressioni di “pensiero debole” con un po’ di fard per renderlo forte e contrapporlo ai troppi (pensieri) “forti” e “paraculi”, dominanti e dominatori sin da prima della mal riuscita unità d’italia diversamente eterodiretta … come prima la disunità. Il pensiero dei “forti” è molto semplice: lasciamole sfogare!

    Rispondi

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