Oggi non vorrei annoiarvi con un editoriale di fine d’anno, tra consuntivi e prospettive, ma raccontarvi del bello della periferia, del fascino di stare ai confini, con la storia di Gianni, personaggio più o meno di fantasia.
La sua vita di casa era passata tutta in periferia. Alla periferia di qualcosa. Di un paese, di una idea, di una città, di una scelta.
Non prendeva le cose di petto, ci girava intorno, passando dalla periferia delle cose, e dei problemi e poi trovava uno spiraglio per entrare da un lato, da una fessura, da un minuscolo anfratto e senza suonare la grancassa. Nel lavoro, nell’amore, nelle gite e anche nelle abitazioni.
Gli era capitato di abitare in una decina di città, anche metropoli, ma non gli era mai capitato di abitare in centro, in un centro storico, o lì vicino. E un po’ ne andava fiero. Gli piaceva cercare case e uffici da cui si vedeva il centro. Giovanni, detto Gianni, era così. E diceva: in centro è bello andare, se ci stai non ci puoi andare mai. Anche le cose e le scelte, i dolori e i piaceri, come i paesi e le città, hanno le periferie. Si trovava bene sul loro confine.
Il destino gli aveva riservato la nascita nella periferia dei luoghi e del tempo: un casolare di campagna, a cui si accedeva con una strada sterrata tutta ghiaia e fango. Era nato in uno dei giorni più freddi che un inverno potesse proporre, almeno in quell’anno, tra Natale e Capodanno. Non in un ospedale, non in una lussuosa camera da letto di una gentilizia residenza di città, foss’anche di provincia. No, no, proprio in campagna tra galline e mucche, contadini e meccanici, al rumore di belati e coccodè. Era nato, e andava fiero anche di questo, nella camera dei salami. Una camera super decorosa dove c’era un letto con la testata, detta anche testiera, in ferro, un comò di noce che era un monumento e una specchiera con le chiazze gialline del tempo, dove se ti specchiavi diventavi tre o quattro persone, tutte uguali, ma divise. Pezzi di memoria.
I nonni, e forse dopo anche i giovani genitori, gli avevano detto che era nato in un tardo pomeriggio di fine dicembre quando in quel casolare di campagna era appena stato ucciso il maiale, il rifornimento alimentare di un anno per tutta la larga famiglia, e avevano appena fatto i salami, le coppe, i cotechini, le pancette e il sanguinaccio. La primissima stagionatura di salami, coppe, cotechini e pancetta avveniva sui pali un po’ storti, attaccati al soffitto di una camera da letto: quella in cui Gianni era nato.
Si racconta che una goccia di unto da salame, o cotechino, avesse colpito il naso e la bocca del piccolo Giovanni detto Gianni. Unto dal salame, o meglio unto dal maiale. Le sue preferenze alimentari furono segnate da quell’evento. Nei tempi in cui si raccontava ai bambini che si nasceva sotto il cavolo al piccolo Giovanni, detto Gianni, risultava strano e un po’ imbarazzante essere nato sotto un salame, sotto un palo di salami cotechini e coppe. Gocciolanti.
Vivere in periferia sarebbe stata la degna conseguenza di una nascita così periferica per geografia e per storia. Il casolare si perdeva nella campagna innevata: l’edificio più vicino era il cimitero, l’altra casa dei confinanti viventi era più lontana. In mezzo c’erano la stalla, i prati, il portico per il fieno, le vigne, e una selva di attrezzi agricoli in funzione o già funzionanti. Protetti dal mondo bello della campagna. Una periferia della periferia. Ma col cuore al centro. Buon anno.
Fabrizio Binacchi

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