
di Massimo Nicolazzi*
L’Iran fu bombardato, e fu subito Stretto. O meglio gli Stretti di Hormuz. Sono 39 chilometri con una larghezza massima di 50 km e una minima di 33; e però nel tratto più stretto, per ragioni di fondale, è navigabile solo per un corridoio largo meno di 4 km.
Negli ultimi giorni i transiti dagli Stretti di Hormuz si sono pressoché azzerati. Nel 2025 vi era un traffico medio di 13 milioni di barili/giorno. Storicamente si era arrivati anche a 20. E ci passava anche il gas naturale liquefatto (GNL) qatarino, 110 miliardi di mc/anno, più del 25% del mercato globale e quasi due volte i consumi italiani di gas.
Sono tutti volumi sottratti al mercato, praticamente non rimpiazzabili per la mancanza o quasi di soluzioni logistiche alternative (Arabia Saudita e UAE hanno pipeline che consentirebbero di bypassare gli Stretti, ma per volumi limitati). L’attacco all’Iran ha sbarrato la via al petrolio iraniano, ma di quello potevamo fare tranquillamente a meno. Il petrolio ci abbonda, al punto che l’OPEC e la Russia anche tagliando la produzione (fino al picco a 4,5 milioni di barili/giorno) non erano riusciti a sostenere significativamente i prezzi. L’Iran di milioni di barili/giorno ne esportava 1,6 e dunque nulla che non si potesse rimpiazzare. Il problema è che quello iraniano era giusto grosso modo il 10% del greggio che transitava da Hormuz; e il resto è il petrolio degli altri Stati del Golfo, con i soli Sauditi che vi transitano 5,5 milioni di barili giorno.
Il petrolio abbonda, ma se non è in condizione di viaggiare se ne sta in giacimento, e diventa petrolio immediatamente non disponibile. Per i volumi coinvolti, è come se ci fossimo svegliati e avessimo scoperto che gli Stati Uniti avevano azzerato la loro produzione. Oggi la situazione a Hormuz è talmente critica che pochi, o nessuno, si azzarda ancora a passarci: in parte per i costi assicurativi di quel transito ma soprattutto per ragioni puramente di sicurezza. Gli Stati Uniti hanno di recente annunciato sostegno al contenimento dei costi assicurativi; ma per por fine alla crisi ci dovrà essere il ripristino di condizioni di totale sicurezza. Il che, considerando il fatto che gli iraniani hanno cominciato a colpire navi e petroliere americane e vista la conformazione degli stretti e la conseguente relativa facilità del sabotaggio, potrebbe necessitare il dispiegamento di forze armate dedicate alla scorta e alla prevenzione.
Gli scenari e gli impatti globali della chiusura di Hormuz
Quanto dura? È sicuramente la domanda più rilevante. Il fattore tempo è al centro di qualunque ragionamento sul futuro. Il prezzo del petrolio (Brent) è salito al momento da 70 a 84 dollari/barile. Con segni tra alcuni commentatori quasi di sollievo perché non ci siamo (ancora) avvicinati alla soglia magica dei 100 dollari. Rilevo che all’inizio dell’anno eravamo attorno ai 60 dollari e che forse a febbraio eravamo a 70, anche perché il mercato già fiutava e scontava una qualche situazione di rischio. La crisi è iniziata da poco. L’effetto sui prezzi è marcato ma non insostenibile e non si è ancora pienamente scaricato sul consumatore finale (segnalo per inciso che la quotazione del diesel in pochi giorni è aumentata del 30%). Nel Golfo c’è qualche raffineria che esporta derivati petroliferi, e con il blocco degli Stretti sono scomparsi anche quelli.
Ma se dura? Qualche giacimento, in Iraq ma anche in Kurdistan (seppur questi ultimi per motivi di sicurezza non legati a Hormuz) ha già fermato la produzione. Non sarà comunque difficile riavviarli. Però la loro fermata contribuisce alla pressione sul prezzo. Le stime correnti suggerirebbero che un aumento del prezzo del petrolio potrebbe, per ogni rialzo di 10 dollari, avrebbe un effetto di -0,1 % sul PIL e dello 0,5% sull’inflazione. Aggiungiamoci peggiorativamente che ciò avverrebbe in una situazione in cui i volumi sottratti al mercato creerebbero una condizione di strutturale eccesso di domanda, e i valori stimati potrebbero aumentare. Se Hormuz non si stabilizza ci avviamo su un sentiero di inflazione e potenzialmente a seguire anche di recessione. Con il passare del tempo il sentiero potrebbe farsi sempre più ripido.
A chi giova? O, meglio, chi ne può essere maggiormente penalizzato? Grosso modo il 90% di quel che transitava da Hormuz andava in Asia e il 37,7% in Cina. I più penalizzati, dice la vulgata corrente, dovrebbero essere loro, con la Cina che tra l’altro in seguito all’operazione militare statunitense si è pure persa il tradizionale fornitore venezuelano.
Chi lo dice trascura, però, che il mercato è globale e comunque liquido anche in condizioni di eccesso di domanda. È un mercato in prevalenza spot, dove ognuno può approvvigionarsi dove gli pare, senza vincoli di origine e/o di destinazione. La nave carica e va dove la porta il prezzo. E il prezzo è a sua volta “globale” e dunque così è per tutti. Se viene meno il Venezuela o l’Iran si va a comprare altrove. E si compete tutti per accaparrarsi quel che resta dell’offerta che si è fatta corta e tutti insieme appassionatamente si spinge in alto il prezzo. La Cina, tra l’altro, è accreditata dell’aver messo in stoccaggio nel 2025 una media superiore al milione di barili giorno, con picchi sensibilmente più alti nei mesi immediatamente precedenti la crisi. La stima più ricorrente, considerando anche le scorte accumulate prima del 2025, è che abbia grosso modo tre mesi di totale autonomia. Non brucerà le scorte, ma certo in costanza di crisi cesserà di accumularle e importerà perciò volumi inferiori al pregresso.
Nelle crisi non è bello essere importatori. Ma gli Stati Uniti, che sono autosufficienti, hanno un privilegio di sicurezza dell’approvvigionamento più che di prezzo. Tra gli insicuri la Cina sembrerebbe essere quella che si è preparata meglio. E poi la Russia. Con petroliere più o meno vetuste, utilizzate come depositi alla fonda per la difficoltà di vendere dopo le promesse americane di sanzioni agli acquirenti. Il rialzo dei prezzi fa bene alla sua finanza bellica e le aumenta gli incassi unitari. Poi c’è il rischio (o se volete per la Russia l’opportunità) che qualora la “stretta degli stretti” si prolungasse, India e Cina si rimetteranno a comprare da Mosca ai livelli precedenti. Sarebbe una delicatissima scelta politica, ma il tema in prospettiva potrebbe porsi.
Gas e prezzi: duplice test per l’Europa
Una nota sul gas. Gli impianti di GNL di RasLaffan e Mesaieed sono stati oggetto di attacchi, e QatarEnergy ha sospeso sine die la produzione di GNL. Ne esportavano via Stretti, come scritto, 110 miliardi di metri cubi anno.
Negli Stati Uniti è stata calma piatta sui prezzi all’Henry Hub. In Europa, il prezzo è quasi raddoppiato oltre i 60 euro/MWh, salvo poi tornare sotto i cinquanta. Domani si vedrà. In Asia qualche principio di panico, e in questi giorni, perciò, almeno una gasiera in rotta per l’Europa ha girato la prua con destinazione Asia, che lì pagavano meglio. Coi prezzi di oggi, il grande trader che compra negli Stati Uniti e vende in Europa (o Asia) si porterebbe a casa un margine di contribuzione superiore al 100%. La gasiera in versione piscina di Paperone.
Il prezzo del gas in Ue è schizzato almeno per ora più di quanto abbia fatto il prezzo del petrolio. Qui però ci abbiamo messo un po’ del nostro.
In Ue abbiamo gli stoccaggi ai minimi con un riempimento al 30% (addirittura 10 in Olanda e 27 in Germania, con l’Italia più che virtuosa col suo 50%), e tra un po’ dovremo cominciare ad approvvigionarci di gas da stoccare per l’inverno. Ci siamo un po’ cullati con l’idea che il gas via GNL avesse acquisito liquidità petrolifera, che la capacità di liquefazione fosse prevista in grande aumento e l’idea che si venisse, di conseguenza, a creare un’ampia disponibilità di magazzini mobili e occasionali (le gasiere) e perciò meno necessità di ricorso allo stoccaggio tradizionale.
La tesi ha avuto autorevoli sostenitori ma non ha retto a due test. Il primo è il test meteo. Grande gelata americana a gennaio e meno gas disponibile per la liquefazione sia per l’aumento della domanda che per il gelo che aveva investito le infrastrutture. Abbiamo così scoperto che siamo sì dipendenti dal meteo europeo per i nostri consumi, ma anche da quello americano per i nostri approvvigionamenti. Poi abbiamo scoperto che la tesi non regge (ma questo era ovvio) neanche al test della guerra: la nuova capacità di liquefazione non è in grado di sostituire ciò che è bloccato dall’evento bellico. Laddove non ci resta che sperare che il sereno torni presto sulle rotte del Golfo: altrimenti per scaldarci per l’inverno prossimo rischiamo come nel 2022 di passare l’agosto a comprare gas a qualsiasi prezzo (e allora arrivammo addirittura a quasi 350 Euro MWh).
Potrebbe essere dura, ma anche non così drammatico. Dalla crisi del 1973 a oggi è di molto diminuita la nostra intensità energetica (l’energia che consumiamo per produrre un’unità di PIL) e ancor di più quella carbonica (quella di origine fossile). E all’inizio dello scorso decennio abbiamo convissuto per due, tre anni con un prezzo del petrolio sopra i 100 dollari (150 ai valori di oggi) senza perciò estinguerci. Se la guardiamo puramente dal limitatissimo punto di vista del commercio internazionale, potremmo finire per scoprire che fanno più danno le tariffe della guerra. Il barile oltre i cento dollari non è gradevole; ma neanche di per sé catastrofe.
Massimo Nicolazzi
*Istituto Ispi

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