Le crisi odierne sono piccola cosa rispetto a quelle di un secolo addietro. L’Europa e il mondo intero erano col fucile sempre al piede. Altrettanto valeva per l’Italia, nel maggio 1898 percorsa da moti insurrezionali divampati tra la Toscana e la solitamente quieta Lombardia. A Pavia una manifestazione studentesca fu repressa dai militari. Cadde ucciso anche il figlio di Giuseppe Mussi, alto dignitario del Oriente Italiano, futuro senatore del regno. A Milano andò peggio. Vi venne proclamato lo stato d’assedio. Il generale Fiorenzo Bava Beccaris, fossanese, usò il pugno di ferro e applicò il codice penale militare. Non esitò a chiudere associazioni sospette e ad arrestare deputati dell’opposizione: repubblicani, radicali, il socialista Filippo Turati e don Davide Albertario, capofila della Democrazia cristiana, aspramente antiliberale, con punte di antisemitismo fanatico. Antonio Starrabba, marchese di Rudinì, da quattro settimane alla guida del suo quarto governo in soli due anni, con cambi continui di ministri nelle posizioni chiave, finalmente uscì di scena. Dopo due ministri siciliani, lui e Francesco Crispi, travolto nel marzo 1896 dalla rovinosa sconfitta inflitta al corpo italiano da parte del negus d’Etiopia Menelik presso Adua, al governo tornarono uomini dell’antico regno di Sardegna: il generale savoiardo Luigi Girolamo Pelloux (due ministeri in due anni, 1898-1900) e Giuseppe Saracco, di Bistagno (1900-1901), tuttora in attesa di una biografia scientifica.
Tra i validi componenti dell’ultimo governo Pelloux (Luigi Luzzatti, il matematico Luigi Cremona, antico sodale di Carducci nella loggia “Felsinea” di Bologna, Secondo Frola e il generale Alessandro Asinari di San Marzano) uno solo tornò nell’Esecutivo: l’ammiraglio Felice Napoleone Canevaro. Nato a Lima di Perù nel 1838 da una famiglia originaria di Zoagli, allievo a quattordici anni della Regia scuola di marina di Genova, dopo una parentesi nella marina allestita da Giuseppe Garibaldi in Sicilia (1860), Canevaro si condusse valorosamente nell’assedio di Gaeta e di Messina (1861), roccaforti di Francesco II di Borbone. Sempre in prima linea (anche nella sfortunata battaglia navale di Lissa, nel 1866: ne scrive Nico Perrone nell’imminente saggio su “Il processo all’agente segreto di Cavour: l’ammiraglio Persano e la disfatta di Lissa”, ed. Rubbettino), dopo molti incarichi di prestigio capitanò la prima circumnavigazione del globo della Nuova Italia con l’incrociatore “Colombo” (1877-1879). Ne tornò con la salma di Nino Bixio, morto nell’isola di Sumatra mentre procurava caucciù per il garibaldino Giovanni Battista Pirelli. Di gradino in gradino arrivò a comandare le forze internazionali di interposizione tra Turchi e Greci intervenuti a Creta a sostegno degli insorti, sorretti anche da volontari italiani, contro il secolare orribile dominio ottomano. Canevaro dette tali prove di fermezza militare e di abilità diplomatica da essere proposto alto commissario per l’isola, carica poi conferita al cugino del re di Grecia, Giorgio.
Schiena dritta, da ministro degli Esteri egli condusse in porto il nuovo vantaggioso trattato commerciale con la Francia, siglato il 26 novembre 1898. Le “sorelle latine” avevano alle spalle la proclamazione unilaterale del protettorato francese su Tunisi nel 1881 (un grave sgarbo contro l’Italia, che vi contava anche alcune importanti logge), la guerra doganale del 1886, l’infame massacro di terrazzani italiani ad Aigues Mortes nell’agosto 1893 (ne ha scritto Gérard Noiriel nell’ottimo saggio edito nel 2010 da Tropea con lugubre sottotitolo: “Quando il lavoro lo rubavamo noi”), la “caccia all’italiano in Lione e dintorni nel 1894, l’aiuto francese a Menelik e altro ancora: non solo “parole” ma pugnalate alle spalle. Giovane e gracile,l’Italia non poteva reagire. Canevaro ebbe buon gioco anche perché la Francia stava facendo pessima figura a Fashoda, un villaggio nel Sudan, sull’Alto Nilo. Dopo una marcia di quattordici mesi il maggiore Jean-Baptiste Marchand il 10 luglio vi attestò 150 tiratori francesi per congiungersi con due corpi in arrivo da Gibuti e dall’Etiopia. Ma il 18 settembre a Fashoda per via fluviale arrivò un contingente inglese guidato dal leggendario Horatio Kitchener. I britannici avevano poco prima annientato la rivolta del Mahdi, fondamentalista islamico: difficile il conto dei morti. Centinaia di migliaia, come in India quarant’anni prima.
Parigi intendeva completare l’egemonia dal Senegal, sull’Atlantico, al Corno d’Africa. Ma Londra era decisa a impedirglielo per ribadire la continuità del suo dominio sul Continente Nero, da Alessandria d’Egitto a Città del Capo. Si arrivò sull’orlo della guerra generale, con la mobilitazione delle rispettive flotte. La britannica era decisamente superiore. Perciò la Francia, lacerata dall’affaire Dreyfus (razzismo, clericalismo, odio per gli ugonotti e i massoni), ripiegò le vele e ordinò al maggiore Marchand di tornare sui suoi passi (3 novembre 1898).
L’Italia non stava a guardare. Proprio il celebre esploratore Stanley dopo Adua aveva scritto un articolo a sostegno della politica coloniale italiana, preziosa per Londra. La sconfitta andava messa nel conto del “fardello dell’uomo bianco”: l’espansione planetaria non solo in termini politico-militari o commerciali ma anche di diffusione di un umanesimo comunque superiore rispetto agli stili di vita (o “civiltà”) di subcontinenti nei quali i diritti dell’uomo e del cittadino erano (e in tanta parte ancora sono) un sogno remoto.
Canevaro si incuneò nel varco della rivalità tra Francia e Gran Bretagna e rivendicò la prelazione dell’Italia su Tripolitania e Cirenaica, col sostegno di Vienna e Berlino.
Nel 1898 lavorò a un altro progetto di portata internazionale. Da un decennio in tutta Europa e nelle Americhe imperversavano attentati anarchici, messi a segno quasi sempre contro capi di stato e di governo liberal-progressisti in nome del “tanto peggio, tanto meglio”. I riformatori smussavano le asperità, attenuavano i contrasti: erano i veri conservatori, lungimiranti. Perciò andavamo eliminati, come avvenne in Spagna con l’assassinio di Cànovas del Castillo. Dopo lo spregevole assassinio dell’imperatrice Elisabetta d’Asburgo (Sisi, non Sissi, come solitamente si dice) per mano del delirante anarchico italiano Luccheni, Canevaro promosse una conferenza internazionale contro il terrorismo, anticipatrice dell’“Interpol”. Ma papa Leone XIII si mise di traverso. Trent’anni dopo Porta Pia, la Santa Sede ancora non riconosceva Roma capitale d’Italia e deplorò che venisse convocato un convegno nella “sua” Città Eterna, quasi in coincidenza con l’imminente Giubileo. Come a suo tempo documentato da Silvio Furlani, storico insigne e quindi dimenticato, il progetto fallì. Due anni dopo l’anarchico Gaetano Bresci assassinò a Monza il re d’Italia, Umberto I. Il ministro dell’Interno e poi presidente del Consiglio Giolitti sospettò che alle spalle vi fosse un complotto internazionale incardinato su Maria Sofia di Wittelsbach, vedova di Francesco II di Borbone, ultimo re delle Due Sicilie, per vendetta contro l’Italia massonica.
Poiché faceva politica estera di ampio respiro, col sostegno iniziale degli inglesi il governo Pelloux-Canevaro puntò ad allestire una base navale italiana nella baia di San-Mun nello Che-Kiang, in Cina, ma incappò nell’avversione di Russia e Cina. Erano anni di tensioni estreme, come quella tra impero russo e Gran Bretagna per il passo di Kabul, in Afghanistan. Investito da acri polemiche, Pelloux si dimise e formò un secondo governo. Agli Esteri tornò il decano della diplomazia italiana ed europea, il marchese Emilio Visconti-Venosta, con sottosegretario il giolittiano Guido Fusinato. La Cina, tuttavia, rimase nelle corde del governo italiano, che compartecipò alla spedizione delle Sette Potenze per liberare Nanchino assediata dalla rivolta dei boxer. Ottenne la concessione di Tien-Tsin. Benché poco più che meramente rappresentativa, questa costituì un segnale. Il Paese non era “Italietta”. Non alzava la voce, ma faceva: un trattato dopo l’altro, secondo la regola di Visconti-Venosta “indipendenti sempre, isolati mai”. Così, senza rompere la Triplice Alleanza con Vienna e Berlino, Giulio Prinetti, ministro degli Esteri nel governo Zanardelli-Giolitti (1901-1903), concluse l’accordo franco-italiano su Marocco e Tripolitania. L’ambasciatore di Francia a Roma, Camille Barrère, assicurò che la Francia sarebbe rimasta neutrale in caso di aggressione diretta o indiretta dell’Italia da parte di una o più potenze (poteva essere solo l’Austria-Ungheria, data la solida amicizia italo-germanica) e riconobbe la prelazione italiana sulla Tripolitania, già garantita da Berlino e da Vienna nel quarto rinnovo della Triplice Alleanza (1902). L’ambasciatore di Francesco Giuseppe d’Asburgo vi dichiarò che l’Impero non aveva interessi speciali da salvaguardare in Tripolitania e Cirenaica e non avrebbe ostacolato il governo italiano se fosse ricorso a misure dettate dai suoi interessi: la futura guerra contro i turchi e la piena sovranità dell’Italia sulla Libia (1911-1912).
“Navigare necesse…”. L’“Adriatico amaro” stava stretto all’Italia, che perciò mise in programma anche l’Albania, ma sempre con l’occhio teso a mari lontani, dall’Eritrea alla costa della Somalia, elevata a Colonia nel 1907. In quegli spazi e nella realizzazione della sua missione civile (a suo tempo invocata anche da Giuseppe Mazzini) il governo di Roma ebbe il sostegno dei Padri della Consolata: una linea che affondava radici nell’opera del celebre cardinal Massaja. Era la “conciliazione silenziosa”, nel rispetto dei principii e dei ruoli, distinti e a volte distanti. Quella di Felice Napoleone Canevaro era un’Italia dalla quale ancora oggi vi è molto da imparare, mentre l’“Europa” rimane un’espressione geografica: prudenza, pacatezza, fermezza. Non chiacchiere ma fatti, nella consapevolezza che il ricorso alle armi diviene fatale quando fallisce la diplomazia. Perciò occorreva (come occorre) un ministro degli Esteri all’altezza dei tempi. Vienna aveva per motto: “Gerant alii bella, tu, felix Austria, nube”. Lo dimenticò nel 1914, per la rovina d’Europa e di se stessa.
Aldo A. Mola

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