Turiddu Carnevale, il sindacalista del PSI assassinato dalla mafia e ricordato nell’89mo anniversario della nascita.

Turiddu, come era noto tra gli amici, i cavatori ed i compagni di partito, era nato il 23 settembre 1923 a Galati Mamertino, sui Nebrodi. Ad ottantanove anni di distanza, è stato celebrato dai socialisti nebroidei l’ottantanovesimo anniversario della sua nascita, nel Municipio del suo centro d’origine, in provincia di Messina. Sua madre, Francesca Serio, galatese, abbandonata dal marito quando Salvatore era ancora piccolissimo, aveva presto lasciato il paesino natale sui Nebrodi per trasferirsi a Sciara insieme ai fratelli. Donna di carattere e coraggio non comuni, sfidò con fermezza il giudizio della gente: sola, separata dal marito, crebbe l’unico figlio senza risparmiarsi stenti e fatiche, lavorando nei campi.
Salvatore poté frequentare la scuola fino alla terza elementare, iniziando presto a lavorare a giornata in campagna. Conseguita la licenza elementare solo poco prima di partire per la leva, nel 1951 fondò a Sciara la sezione del Partito Socialista e la Camera del Lavoro. Di lì a poco divenne segretario del PSI nel piccolo centro, preoccupando non poco la madre, che riferì a Carlo Levi i suoi ammonimenti al figlio circa i rischi della militanza tra i socialisti locali: «Il voto daglielo, ma non ti ci mettere alla testa, lo vedi che Sciara è disgraziata, è un pugno di delinquenti, vedi che sei ridotto senza padre e dobbiamo lavorare… Io non volevo; ma ormai, madre di socialista ero, che dovevo fare?».
Nonostante i timori, Francesca partecipò con il figlio all’occupazione delle terre incolte. I socialisti di Sciara iniziarono a chiedere l’applicazione della riforma agraria e l’equa divisione dei prodotti della terra: 60% ai contadini, 40% ai padroni. L’impegno di Turiddu e dei suoi compagni diventò presto fonte di preoccupazione per i “gabelloti” ed i “campieri” dei Notarbartolo, famiglia aristocratica sciarese collusa con la mafia.
Tra il 1952 ed il 1954 i contadini di Sciara, grazie all’impegno di Carnevale, riuscirono ad ottenere, con due decreti, lo scorporo delle terre eccedenti i duecento ettari dal feudo di contrada Giardinaccio della principessa Notarbartolo, simbolicamente occupato nell’ottobre del 1951. Gli agrari avevano dapprima invitato Turiddu ad abbandonare le lotte contadine, promettendogli denaro ed altri benefici. Il giovane socialista rifiutò sdegnosamente: nell’agosto del 1952, trovandosi nel mirino della mafia di Cacciamo e di Sciara, fu costretto a fuggire a Montevarchi, in provincia di Arezzo.
Rientrato a Sciara il 14 Agosto 1954, occupò nuovamente le terre dei Notarbartolo per accelerarne l’assegnazione ai contadini: solo 202 ettari su 704 scorporati erano stati infatti assegnati fino a quel momento.
Nel 1955 Carnevale venne assunto dalla ditta Lambertini di Bologna, che per completare i lavori di costruzione del doppio binario ferroviario utilizzava una cava di proprietà dei Notarbartolo, sotto il controllo dei mafiosi locali. Salvatore iniziò a lavorare il 29 aprile: nella cava continuò la sua attività sindacale, organizzando gli operai e rivendicando il diritto all’applicazione della giornata lavorativa di otto ore (i cavatori erano costretti a lavorare per ben undici ore).
Nel mese di maggio le minacce della mafia si fecero più insistenti. Dopo uno sciopero svoltosi il 12, a cui aderirono trenta dei sessantadue operai della cava, il noto mafioso Antonino Mangiafridda, piombato in casa di Turiddu e Francesca insieme al maresciallo dei Carabinieri Dante Pierangeli, si rivolse a Carnevale dicendo: «Picca n’hai di sta malandrineria». In quel mondo alla rovescia, il “malandrino” era il sindacalista, non il mafioso. Una o due sere prima dello sciopero aveva ricevuto da un diverso emissario della mafia altre minacce: «Se insisti, finisci per riempire una fossa». La minaccia non aveva sortito il suo effetto, dato che Carnevale aveva organizzato puntualmente la protesta dei lavoratori: «Se ammazzano me, ammazzano Gesù Cristo!», aveva detto. E ancora: «Io non sono una carne venduta, e non sono un opportunista». Quattro giorni dopo la protesta dei cavatori, Turiddu cadde sotto i colpi dei mafiosi.
Il suo assassinio ebbe una vastissima eco in tutta Italia, anche grazie alla veemente campagna di stampa del quotidiano socialista “Avanti!” . Il primo dirigente politico a correre a Sciara fu il deputato socialista Sandro Pertini. Da allora il futuro Presidente della Repubblica sarebbe sempre rimasto a fianco di mamma Francesca. I funerali, nonostante il prete si fosse rifiutato di benedire la salma di un socialista, furono imponenti e solenni. «Per questa bandiera mio figlio è morto, con questa bandiera deve andarsene via», disse mamma Carnevale, avvolgendo con la bandiera rossa del PSI la bara di Turiddu.
Otto giorni dopo l’assassinio, a Sciara si svolse una grande manifestazione, conclusa da Sandro Pertini.
Morto il figlio, Francesca Serio ne raccolse l’eredità e denunciò subito gli assassini, individuandoli tra i dipendenti della principessa Notarbartolo. Nell’esposto presentato alla Procura, con la collaborazione di Pertini, la madre di Turiddu fece i nomi di Giorgio Panzeca, Luigi Tardibuono, Antonino Mangiafridda e Giovanni Di Bella. I quattro furono condannati all’ergastolo nel processo di primo grado, spostato a Santa Maria Capua Vetere per legittima suspicione. Nel processo d’appello, svoltosi a Napoli, la sentenza fu però ribaltata, e tutti gli imputati risultarono assolti per insufficienza di prove. L’assoluzione fu confermata anche in Cassazione.
Come per Carmelo Battaglia, gli assassini restarono dunque impuniti. La vicenda è stata però resa eterna dalla celebre ballata popolare “Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali” di Ignazio Buttitta, che definì il militante socialista galatese “angelo senza ali”, nonché dal noto libro di Carlo Levi “Le parole sono pietre” (Premio Viareggio nel 1955), il cui titolo riprende un’incisiva frase di mamma Francesca.

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