Tre film completamente diversi per tematica e sensazioni suscitate nello spettatore, solo in sala accanto ad altre 300 persone.
E’ bello vedere i film ai festival per tanti motivi: un secondo prima che si spengano le luci in sala non entra più nessuno (neanche i critici più importanti…il film ha almeno tre passaggi e quindi si può rivedere), nessuno parla con il compagno accanto (ribadisco ognuno è solo con il film che è tutto ed esclusivamente suo); si ride se c’è da ridere durante la proiezione, a volte si bofonchia, si esce prima se il film è veramente insopportabile ma la maggior parte del pubblico resta in silenzio fino alla fine; vedendo scorrere i titoli di coda si resta ancora un attimo seduti per far decantare le emozioni più forti, poi si esce nel sole e ci avvia alla prossima coda appuntando freneticamente le impressioni più urgenti…poi una nuova immersione nel buio della sala, un nuovo incontro a tu per tu con il film scelto.
Tre film dicevo Bad 25 per chi ama la musica, per chi ama Michael Jackson, la sua musica, le sue canzoni, le sue performance, la sua ricerca di perfezione.
Pietà il leone d’oro a Kim Ki-duk parla di vendetta estrema, di degrado, di povertà, ma anche di sentimenti di compassione.
Paradise un film brutto e incompleto sul fondamentalismo cattolico. Se il film dovesse uscire farà discutere molto ma c’è modo e modo di fare critica alla religione senza per questo dover cercare la provocazione o lo scandalo. Il regista, che per altro ha ottenuto il premio speciale della giuria ( e mi piacerebbe conoscerne le motivazioni) secondo me si è limitato ad elencare una serie di problemi derivati dal fondamentalismo ottuso (ma c’è forse un altro tipo di fondamentalismo?) tacendo su tanti altri e cercando solo le scene provocatorie .
Pietà

La trama di PIETA’ vede un taglieggiatore di piccoli titolari di officine meccaniche indebitatisi fino all’insostenibile. I debiti contratti lievitano in un lampo, l’uomo passa a riscuotere quello che i titolari non potranno mai pagare. Violenza, miseria, squallore sono gli altri protagonisti del film .
“L’avidità, il desiderio del denaro minano i rapporti interpersonali trasformandoli in odio e sopraffazione, e in questa società lavorano per distruggere l’umanità” ha affermato il regista commentando la sua vittoria a Venezia.
Può uno spietato “esattore” provare sentimenti, conoscere l’affetto disinteressato di una madre e non restare toccato, sconvolto da questo amore che chiede solo perdono? Il protagonista, cresciuto senza una famiglia vive in piena solitudine: non ha una donna, un affetto qualsiasi: il suo massimo impegno è storpiare i malcapitati debitori allo scopo di incassare l’assicurazione per invalidità. Improvvisamente, un giorno, si presenta alla porta della sua casa una donna che gli confessa di essere sua madre, quella madre che lo ha abbandonato alla nascita. Sebbene respinta con disprezzo e violenza, la donna fa le faccende di casa, la spesa e tutto quello che compete ad una madre devota, con lo scopo di farsi perdonare per l’abbandono di un tempo, si umilia in ogni modo, accetta qualunque sopraffazione. E lentamente Gang-Do comincia a cambiare, fino al colpo di scena finale.
Lentamente il protagonista passa dall’atteggiamento ostile nei confronti della donna ad un coinvolgimento emotivo sempre più evidente: proprio su tale coinvolgimento si basa l’essenza del lavoro di Kim Ki-duk.
La violenza è di scena dalla prima all’ultima inquadratura e l’immagine iniziale del film con il giovane in carrozzina che, menomato dall’azione crudele del protagonista, sceglie di darsi la morte, è strettamente legata alla scena finale girata in buio quasi totale, come sono profondi l’odio e il desiderio di vendetta della madre (Min-soo Jo)
Bad 25
Una lunga lettera d’amore, inframezzata da interviste, quella che Spike Lee ha dedicato Michael Jackson, presentata fuori concorso al Festival di Venezia e accolta con emozione e applausi dal pubblico e dalla critica; 123 minuti di musica, passione, rimpianto per ricordare il re del pop.
“Bad compie i suoi primi 25 anni e Spike Lee presenta nella stessa data il suo documentario basato tutto sul genio musicale di Jacko. Vedere e sentire Michael che compone, produce, canta, balla, dopo aver curato le coreografie, è adrenalina pura che scorre nelle vene di chi lo scopre oggi e di chi l’ha conosciuto alla metà degli anni ’70.
“Se tendi la mano puoi toccare le stelle” -diceva- Michael, l’uomo che creò se stesso, e la sua leggenda, le sue manie, le sue paure, i suoi successi. E lui sapeva toccare le stelle e ti trasmetteva , e lo fa ancora, il fremito che lui prima di te aveva provato.
La storia di Bad e del tour che attraversando 15 paesi con 123 concerti mandò in delirio più di 4 milioni di spettatori.
Spike Lee aveva già curato la regia di due video di Michael nel 1966 e confessa “ avrei voluto essere lui…avevo i capelli afro come i suoi ma io non sapevo né cantare né ballare…ho voluto mettere in evidenza il sudore, la passione, la ricerca del perfezionismo…Michael non era mai soddisfatto, provava e riprovava, voleva continuamente crescere e migliorare… credo che i suoi figli, vedendo questo mio lavoro, scopriranno tate cose sul loro papà”.
Genio sì, ma anche tanto lavoro dietro ogni disco del re del pop. Basta ascoltarlo e vedere quelli che lui chiamava cortometraggi e noi comuni mortali definiamo video . Ma ancora una volta aveva ragione lui se uno dei video che accompagnano la canzone “Bad” porta la firma di Martin Scorzese.
“Michael Jackson voleva dimostrare di essere un vero nero e cercai il tono drammatico. Scelsi la location della metropolitana di Brooklyn…c’erano macchi di urina per terra. Era perfetta, ” afferma Scorzese rivedendo il video da lui girato.
Paradise
Il classico film che cerca disperatamente di essere gratuitamente provocatorio e finisce per essere più brutto che scandaloso, incompleto nelle tesi che vorrebbe dimostrare e anche noioso. Più che “una donna alla ricerca di amore” come la definisce il regista, la protagonista del film sembra un’invasata, oserei definirla un’assatanata, quando si masturba con il crocifisso e quando tutto l’amore per Gesù, manifestato con la fustigazione giornaliera per ottenere il perdono (per gli altri e mai per se stessa), si trasforma in odio e si conclude con uno sputo (certo il regista non ci fa mancare niente). Il film ha perfino avuto il premio speciale della giuria…certo per arrivare al paradiso lo spettatore deve passare dall’inferno, partendo anche da quello che è in ognuno di noi.
Strano modo di concepire l’amore e la protagonista, per meglio entrare nella parte, per “interiorizzare il personaggio sono andata in pellegrinaggio e ho fatto una settimana di clausura…”, ma il risultato finale è stato solo quello di arrivare al lungo monologo in sala stampa di Nabil Saleh, nel film marito musulmano della protagonista Anna Maria, che fra l’altro ha affermato “…le donne oggi lavorano fuori casa, vogliono comandare…io come orientale non permetterò mai che in casa mia avvenga questo”.
Se questo era il risultato cui voleva arrivare il regista ha raggiunto in pieno lo scopo, se era un altro è lontano dallo sguardo curioso ma rispettoso di un mondo contraddittorio e in crisi del film che la sua connazionale Jessica Hausner due anni fa aveva presentato proprio a Venezia “Lourdes” o dalle serie considerazioni di chi si era prima avventurato nella via della provocazione.
E a questo punto non possiamo non citare Liliana Cavani che presentando il suo “Clarisse” ha veramente dato una zampata da maestra alla provocazione, non certo gratuita, disegnando con le sue suore di clausura la presenza delle donne nella storia della Chiesa, criticando il potere maschile del Vaticano e ripensando al ruolo della preghiera. Questa è vera e intelligente provocazione caro il mio Ulrich Seidl, ma la stoffa dell’auore o si ha (Cavani) o non si ha e con questo ho dedicato anche troppo spazio ad un film che ripeto brutto e del cui premio speciale non riesco a rendermi conto.

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