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IAD alias patologia del web. Ovvero de la retepatia. (Se la Crusca consente).

Il mezzo è utilissimo finchè rimane al servizio dell’uomo. Ma quando il servo diventa padrone son dolori.

di Carla Ceretelli | 15 Dicembre 2019

IAD, sindrome da  internet dipendenza, Internet addiction disorder, è un disturbo da dipendenza legato ad utilizzo intensivo e ossessivo di internet in tutte le sue forme. Il termine,   coniato dal medico Ivan Goldberg nel 1995, è stato  diffuso  in rete tramite un  questionario diagnostico a scopo inizialmente goliardico e provocatorio. Nonostante l’intenzione puramente ironica,  l’azione, apparentemente bislacca  ha subito riscontrato forte interesse tra gli utenti e acceso discussioni tra i clinici, che si sono confrontati nell’avvalorare o nel contestare la teoria dell’esistenza della nuova psicopatologia del millennio.  Che, si suppone , potrà espandersi nei prossimi.

La sindrome è , al momento, uno studio puramente descrittivo di diagnosi  che ha ancora necessità di ulteriori approfondimenti  sperimentali e di controlli della validità e della correttezza di dati scientifici. Che  non può dunque  essere utilizzata a fini legali o assicurativi.  Ma numerosi  studiosi  affermano  che la dipendenza  non può essere classificata come uno specifico disturbo psichiatrico, ma deve piuttosto essere considerata come un sintomo psicologico che può manifestarsi nell’ambito di differenti quadri psicopatologici.

E chi ne risente di più ed è colpito più invasivamente sono naturalmente i giovani e giovanissimi. Gli adulti infatti ne sono meno danneggiati dato che il cervello e la mente adulta, formati  fisiologicamente e psicologicamente, sono già stati  arricchiti di nozioni elaborate attraverso  letture   e cultura attivamente appresa e metabolizzata. Ma la volgarizzazione,  la banalizzazione e la superficialità della rete agiscono a scapito della concentrazione e della memorizzazione che rimangono sempre in bilico nei cervelli in età evolutiva. La fatica mentale che  le generazioni passate hanno conosciuto nell’apprendimento, poesie a memoria comprese, non esiste per le nuove generazioni che  trovano tutto a portata di mano o di voce. Basta una parola sillabata o un click e  lo scibile umano  ti si spalanca davanti.

La sindrome colpisce anche chi fa, o,  semplicemente, è appassionato di politica.  Una  volta  i partiti  facevano crescere ed evolvere i propri adepti attraverso corsi, stage,  scuole formative. Magari eccessivamente dogmatici,  gli insegnamenti, ma  ben radicati e ricchi di idee e ideologie, ancorchè talvolta estreme. Oggi, e la piattaforma rousseau è stata l’apripista, chiunque, semplicemente on line, pensa di avere,  senza fatica, formazione politica. Estranea  a  qualsiasi  elaborazione personale. E  se ne vedono i risultati, ormai sotto gli occhi di tutti.

Per non dire della strampalata eccentrica idea  di un ministro dell’istruzione che  ne aveva addirittura ipotizzato l’uso in classe. Mentre è opportuno, anzi necessario, almeno nelle 5 ore passate nelle aule scolastiche, disintossicare gli allievi che per il resto della giornata stanno con lo smart appiccicato alle orecchie o alle dita.

E non si può intervenire in alcun modo per evitare lo scempio. Battaglia persa.

 Il mezzo è utilissimo finchè rimane al servizio dell’uomo. Ma quando il servo diventa padrone son dolori.

 

Carla Ceretelli

 

Pubblicato in : EditorialeTag: battaglia, fini, giovani, nuove generazioni

Info Carla Ceretelli

Nata a Sesto fiorentino, risiede da sempre a Firenze, attualmente nella Piazza di Santa Croce. Laureata in in Pedagogia qualche decennio fa, non ha mai amato l’insegnamento e ha scelto di affiancare il marito farmacista nella conduzione della Farmacia Logge del grano, nella Via de’ Neri, per oltre 25 anni. Impegnata in politica attiva sul territorio è stata Consigliere del Quartiere Uno Centro Storico dal 99 al 2009. Da qualche anno si è affrancata dal lavoro e si dedica a varie occupazioni nel sociale, nel volontariato e canta nel coro “Accademia del Diletto” di Giorgiana Corsini. Ha sempre amato scrivere e avrebbe voluto fare la giornalista ma da giovane non ne ha avuto l’opportunità e forse neppure il coraggio. Ma ha sempre scribacchiato in modo non professionale. E, per la serie non è mai troppo tardi, collabora ora molto volentieri con Pensalibero.

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