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Regine per caso: alle radici della cultura misogina (conversazione con Cesarina Casanova)

Capita a proposito, nel momento in cui si discute della “presa del potere” di numerose donne in molti paesi europei, e non solo, l’intervista di Gabriele Parenti alla storica Cesarina Casanova sui pregiudizi che da sempre hanno accompagnato la vita delle donne di potere che si sono succedute nei secoli (n.c.)

di Gabriele Parenti | 15 Dicembre 2019

 “la donna al potere non può che essere uno scherzo di natura: strega, avvelenatrice, sessualmente sfrenata, incestuosa, eretica”.

“C’est la peste de l’air, l’Erynne envenimee“: Questa definizione di Théodore Agrippa d’Aubigné divenuta emblematica della leggenda nera di Caterina de’Medici, è citata da Cesarina Casanova nel suo saggio Regine per caso Donne al governo in età moderna, (da poco ristampato da Laterza in edizione economica) come uno degli esempi di cultura misogina: “la donna al potere non può che essere uno scherzo di natura: strega, avvelenatrice, sessualmente sfrenata, incestuosa, eretica”.

“Proprio nel XVI secolo – rileva la Prof. Casanova ordinario di Storia moderna nell’ Università di Bologna –  ci fu una recrudescenza della legge salica in Francia con l’intento di stabilizzare la dinastia regnante trasmettendo il cognome insieme con la sovranità”. L’autrice  sottolinea anche l’irrigidimento della rappresentazione patrilineare del lignaggio andò di pari passo, tra Cinque e Settecento, con il processo d’ accentramento degli Stati e della serrata ereditaria delle oligarchie cittadine.

In questa intervista abbiamo cercato di delineare alcuni aspetti delle molte questioni affrontate dall’autrice

 

Perché “regine per caso” ?

Ho scelto questa formula (… per caso), sebbene alquanto abusata, perché volevo rendere evidente il paradosso di norme e di pregiudizi culturali che avrebbero dovuto sbarrare l’accesso al potere alle donne, che erano contraddette dalla presenza ricorrente di sovrane in area europea, a dispetto dell’idea che l’intervento sulla scena pubblica fosse prerogativa esclusivamente maschile.

 

Le donne erano considerate incapaci a regnare eppure erano ritenute idonee come reggenti, talora perfino svincolate dal consiglio di reggenza

Fra le poche qualità femminili che venivano unanimemente riconosciute, l’amore per i figli era considerato un sentimento innato, più forte di ogni calcolo politico o interesse personale. Per questo alle vedove – mogli di re, ma anche di gentiluomini e a chiunque toccasse trasmettere un patrimonio che poteva  far gola a zii o cugini dell’asse paterno – veniva affidata dai mariti stessi per testamento la tutela dei diritti degli orfani fino a raggiungimento della maggiore età. A condizione di non contrarre un nuovo matrimonio, molte donne avevano la procura per amministrare liberamente ricchezze cospicue, comprese quelle delle famiglie reali.

 

Non le sembra che in regine come Vittoria d’Inghilterra, Maria Teresa d’Austria, Caterina II di Russia la sovranità si esprimesse in modo  particolarmente  incisivo ?

Maria Teresa e Caterina II si collocano, in maniera molto diversa, in un secolo di grandi dibattiti sul potere e sui diritti, che sarebbero sfociati nelle rivoluzioni americana e francese. Maria Teresa era l’unica erede di Carlo VI, e la sua posizione, costata una guerra lunga e sanguinosa, fu rafforzata da immagini che la ritraevano nelle vesti di buona moglie e prolifica madre, colta nell’intimità delle stanze private.

Per quanto riguarda Caterina II di Russia, il suo potere non era derivato da un diritto dinastico interpretato al femminile – era tedesca -, ma fu scelta a succedere al marito, lo zar Pietro III, contro il quale si erano sollevati la guardia imperiale e i circoli di corte, che lo avevano deposto e ucciso. La sua immagine ufficiale di donna forte, emancipata e colta, amica e protettrice di esponenti di primo piano dei dibattiti dei philosophes francesi, celava una spietata durezza, che non aveva bisogno di una figura maschile per  imporsi come donna regnante.

 

Perché la leggenda nera colpisce soprattutto le donne specie sui temi della sessualità?

L’esclusione dalla sfera pubblica ha sempre avuto come presupposto la debolezza e l’inferiorità biologica femminile. Ne conseguivano fragilità e mancanza di raziocinio congeniti che nel migliore dei casi erano riscattati dalla funzione riproduttiva: solo le funzioni del corpo definivano i ruoli accessibili alle donne. Se una di esse si trovava nell’imprevista condizione di esercitare una funzione pubblica, i detrattori immancabilmente le attribuivano scarso raziocinio e sfrenatezza sessuale. Per le regine anche il giudizio sulle loro attitudini al governo si basava infatti, nel bene e nel male, sull’uso che si diceva facessero del loro corpo: un uso legittimo – l’ostentazione del pudore verginale (Elisabetta I) e l’inespugnabile castità vedovile – un uso esecrabile –  l’irrefrenabile soggezione sessuale a perfidi manipolatori e usurpatori del potere.

Come fiorentino, una domanda che mi sta a cuore..Perché, in passato molti storici,  specialmente francesi, si espressero negativamente su Caterina de’Medici  ?

Caterina, che aveva sposato Enrico II, morto in un torneo nel 1552, non riuscì mai del tutto ad integrarsi nell’entourage che gravitava attorno ai Valois, malgrado fosse apprezzata dal suocero Francesco I. Lo stesso Enrico mantenne per tutta la vita una relazione con una nobildonna di vent’anni maggiore di lui che lo aveva iniziato ai piaceri della carne e alla raffinatezza della vita di corte. Era stato proprio Francesco I a negoziare nel 1533 con il papa Clemente VII (Giulio de’ Medici) l’accordo matrimoniale fra il proprio figlio e la nipote del papa per rafforzarsi contro la minacciosa concentrazione di potere nelle mani dell’imperatore Carlo V d’Asburgo. Pur dotata riccamente e proveniente dalla più prestigiosa famiglia italiana, la giovane fiorentina appariva come una parvenu alle pretenziose dame francesi. Di fatto, alla morte di Enrico, i figli (anche quando ebbero raggiunto la maggiore età) le lasciarono la guida del regno. E’ questo che spiega l’accanimento contro di lei (avvelenatrice è l’epiteto riservato alle donne che vengono ritenute manipolatrici senza scrupoli), che non ne aveva alcun titolo ma che regnò di fatto per quasi quarant’anni.

 

C’era anche chi avrebbe potuto governare in proprio, come Eleonora, signora d’Aquitania   ma  preferì  essere regina.

Questa è una storia ancora più complessa, riferita a rapporti di forze diversi in tempi nei quali le donne erano più libere di giocare il proprio ruolo e di valutarne autonomamente le conseguenze. Eleonora cronologicamente ma anche politicamente precede Isabella, e tutte quelle donne per le quali raccogliere la successione dinastica era considerata l’unica possibile o almeno l’unica auspicabile, in mancanza di eredi maschi in linea diretta. Un’altra differenza: le regine, le grandi feudatarie, le contesse e le duchesse medievali indossavano la corazza e combattevano sul campo.La forza militare non era una prerogativa maschile. Anche in Italia si possono ricordare le notissime e combattive Caterina Sforza, signora di Forlì e madre di Giovanni de’ Medici detto dalle Bande Nere, e molto prima Matilde, la grande contessa di Canossa.

 

Regine per caso  ma non sempre.. Ci furono padri che si batterono  per  consentire  alla figlia di regnare come l’imperatore Carlo VI.

Certo, Carlo VI fece di tutto per predisporre il rispetto dei diritti della figlia da parte delle grandi potenze ma questo non impedì che alla sua morte l’aggressività dei maggiori stati europei costasse a Maria Teresa la più lunga guerra per la successione mai combattuta in anni recenti, dal 1740 al 1748. Ormai il principio dinastico, che aveva consentito in certi casi a giovani donne di affermarsi come discendenti dirette di casati imperiali e reali, stava per essere sovrastato in Europa da quello, più spietato, della forza e dello sfruttamento economico di interi continenti.

 

Perché le biografie sono considerate un genere inferiore di storiografia?

Questa idea, tipicamente italiana, si può far risalire ad un giudizio sprezzante di Benedetto Croce sulla divulgazione storica. Nel nostro paese più che altrove si è ritenuto che la sola storia degna di questo nome fosse quella accademica, riservata a una piccola comunità di studiosi, e che ogni altra forma di trasmissione, in primo luogo la biografia, fosse un genere minore e scientificamente screditato.

 

Eppure sono  un importante  strumento di analisi …come si possono rivalutare?

E’ qualche anno che ci sto lavorando. Ormai da tempo libera dall’ansia di dimostrare la serietà dei miei lavori fondati sulle fonti, mi sono accorta che è dovere di un accademico (o ex academico) anche farsi leggere da un pubblico affamato di storia ma senza un’offerta adeguata, in grado di coniugare esperienza, professionalità, rigore nell’analisi dei documenti con una piacevolezza di scrittura che in altri paesi è più coltivata. Non so se ci sto riuscendo. Sono comunque grata a chi mi dà l’occasione di mettermi alla prova.

 

Gabriele Parenti

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, benedetto croce, bologna, dinastia, discendenti, europa, figlio, fiorentina, francia, giovani, governo, intervista, italia, medici, natura, parvenu, processo, tutela dei diritti, tutta la vita

Info Gabriele Parenti

Giornalista professionista e scrittore, ha svolto per numerosi anni, all’interno della RAI, attività di progettazione e conduzione di programmi radiotelevisivi per le reti nazionali e per la Sede Rai Toscana.

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