Se il PD resta coerente con la sua storia passata, si ferma al 25%. Renzi l’ha capito. Per questo cerca di cambiare la natura del partito aprendo le porte ai tanti delusi da Berlusconi.
La minoranza dem è in un fermento continuo. Non passa praticamente giorno senza che vi sia una presa di distanza dal governo Renzi e dai suoi provvedimenti. Non importa l’argomento. Senato elettivo, legge elettorale o limite troppo basso per i pagamenti in contanti, tutto va bene, pur di marcare la differenza. Praticamente Bersani e soci sono l’unica opposizione, non demagogica, che è presente in Parlamento e nel Paese. “Sono contro a prescindere” ha detto recentemente Matteo Renzi. In realtà la minoranza dem non è “contro” a prescindere, è solo portatrice di una visione e prospettiva politica completamente diversa, figlia naturale del PD pre-Renzi.
Piaccia o non piaccia, si voglia ammettere o no, ma la segreteria Renzi ha attuato una mutazione genetica del PD nato nell’ottobre del 2007. Quel partito era figlio della lista “Uniti nell’Ulivo” che si presentò alle Europee del 2004 e della lista “L’Unione” che, con Prodi leader, vinse sia pure di un soffio le Politiche del 2006. Il PD originario durò solo due anni. Dopo la caduta di Prodi e la batosta elettorale del 2008 iniziò la mutazione genetica. Dei 45 membri del Comitato promotore non a caso, piano piano, più di un terzo è emigrato verso altri lidi. Renzi poi ha portato il processo “quasi” a compimento. Tutta la vecchia guardia è stata messa da parte, salvo casi molto sporadici, e la generazione dei quarantenni ha preso il potere. Oggi il PD è un altro partito come un altro partito era il Labour di Tony Blair. Non ha torto Bersani quando lamenta questa mutazione genetica e solleva problemi di “coerenza” per quelli che hanno la sua storia e hanno fatto il suo percorso. Solo che Bersani dimentica o non tiene conto di una cosa. Se il PD resta “coerente” con il passato del PCI, PDS, DS, Uniti nell’Ulivo e Unione, il suo bacino elettorale si ferma al 25% e resta un’utopia la realizzazione di un partito di sinistra “a vocazione maggioritaria”. Per arrivare al 40% o più dei voti è indispensabile la mutazione genetica renziana. Renzi poi deve riuscire, e questa è la scommessa dei prossimi mesi, a scongelare la gran parte dei voti di centro che, delusi da Berlusconi, si sono rifugiati nell’astensione. Se ci riesce, e in questo è favorito dall’illusione del Cavaliere di sopravvivere a se stesso, il gioco è fatto. Se poi la minoranza dem, in nome della “coerenza” uscisse dal partito, l’ex sindaco di Firenze sarebbe anche riuscito ad evitare colpi di coda alla Corbyn.

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