Un’alleanza difensiva, non dobbiamo aver paura di questo termine; perché si tratta di salvaguardare, per il futuro, la Repubblica delineata nella Costituzione.

C’è chi ritiene che tutti i nostri mali vengano dal fatto che la rivoluzione nata da Tangentopoli sia stata tradita nei suoi principi ispiratori. E che, quindi, la soluzione consista nel completare l’opera di pulizia avviata allora; ridimensionando radicalmente, in nome della “gente”, partiti, istituzioni pubbliche, parlamentari, mediazioni politiche, vincoli e regole di ogni tipo. E, allora, rottamare e cioè sfasciare, per potere poi ricostruire. Si aggiunga che la ideologia, o più esattamente la mentalità sfascista è assolutamente trasversale e che, essendo promossa scientemente da pezzi importanti della stessa “casta”, non è affatto motivata da indignazioni sincere quanto da precisi interessi personali o di gruppo. Questi interessi (esempio, Berlusconi e Grillo) non sono, perciò, sommabili. Ma tutto ciò non toglie nulla alla loro forza distruttiva; perché, per distruggere, basta “colpire uniti”.
Di qui la centralità strategica dell’“alleanza antisfascista”. Quella che si sta delineando in questi giorni intorno all’asse Casini/Bersani, moderati/progressisti. Un’alleanza difensiva, non dobbiamo aver paura di questo termine; perché si tratta di salvaguardare, per il futuro, la Repubblica delineata nella Costituzione: uno stato sociale; un sistema politico che vede i partiti come canali di partecipazione democratica; l’unità nazionale con il riscatto del Mezzogiorno; il Parlamento come base del sistema istituzionale; la laicità come imparzialità. Con l’avvertenza che difendere, nel caso specifico, significa riformare nel profondo; spezzando, così, quel circuito perverso e rovinoso, in cui il generale degrado delle istituzioni pubbliche finisce con il rappresentare un pretesto per la loro irresponsabile delegittimazione.
E, allora, per parafrasare il nostro Nenni, “l’alleanza antisfascista o sarà progettuale o non sarà”. Ed è essenziale sottolineare questo punto; perché è qui che si misurerà, in definitiva, il ruolo politico dei socialisti.
Si dirà, e con ragione, che la costruzione di un intesa strategica tra Casini e Bersani (estensibile, a sinistra, a “chi ci sta”) corrisponde esattamente al progetto sostenuto, da tempo, dal nostro segretario. Ma ciò non rappresenta un lasciapassare particolare per noi; anche perché in politica non esiste il riconoscimento di paternità, con i diritti che ne derivano.
Sappiamo, ancora, che il nome che portiamo, almeno sinora, non è bastato ad acquisire, di per sé solo, rispetto e consensi.
Conterà, allora, il nostro contributo di idee e di proposte. E, per essere ancora più chiari, la qualità della nostra narrazione politica; su quello che è successo nel passato; e sulla natura della posta in gioco, oggi.
E qui qualche carta in più, almeno potenzialmente, ce l’abbiamo. Per quello che abbiamo subito durante la seconda repubblica; e per la nostra scelta politico-culturale di oggi.
Abbiamo resistito, contro tutto e tutti, nel corso di questi vent’anni. Ma senza riuscire a risollevarci; e senza interrogarci veramente sulle ragioni della nostra mancata ripresa. Siamo però, proprio oggi, in grado di abbozzare una risposta; perché cominciamo a capire di essere stati vittime non solo e non tanto di un discredito particolare e contingente, ma di una contestazione più radicale e permanente. Abbiamo pagato, insomma, non l’essere stati craxiani, ma il volere rimanere socialisti; quando in Italia, e solo in Italia, i fini e gli strumenti del socialismo democratico- l’eguaglianza, la piena occupazione, il “welfare generalizzato”e il ruolo dello stato nel promuoverlo- erano stati addirittura cancellati dall’orizzonte e dal linguaggio politico.
Questa è l’eredità di Tangentopoli; una eredità che, vivaddio, è oggi apertamente in discussione. E che apre la strada al nostro ritorno; come portatori di una certa visione del mondo e, quindi, come forza politica.
Sappiamo, per concludere, che l’alleanza di cui faremo parte non potrà presentarsi né come pura intesa elettorale; ma nemmeno con il corredo di programmi di trecento pagine. Pensiamo a una dichiarazione d’intenti; a un manifesto. E pensiamo, conseguentemente, che questo manifesto non dovrà contenere un paragrafetto in omaggio alle nostre richieste particolari ma un’apertura generale alla nostra cultura di riferimento. Quella del socialismo liberale.
E qui occorre essere chiari. Non “socialisti e liberali”; una sommatoria di sigle diverse, per “contare di più”. E nemmeno “socialisti ma anche liberali”; quasi che il secondo aggettivo debba essere un correttivo (oppure un edulcoramento) del primo. Ma piuttosto socialisti e perciò liberali; a decisiva confutazione di una immagine di socialismo calata dall’alto, affidata a minoranze illuminate e sostanziata da questo o quella legge.
E in una prospettiva di ritorno alla grande socialdemocrazia dell’inizio del secolo scorso; quando il progresso dell’Idea coincideva con la crescita del potere e della coscienza di persone di gruppi sino ad allora “senza voce”.

Come condivido il commento di Luigi! Costruire un’alternativa liberalsocialista a questo PD è la sola strada: dura difficile complessa sassosa, piena di ostacoli. Breve o lunga? Breve se saremo in tanti a pensarla così. Molto lunga se avremo bisogno di altri vent’anni per capire che i nostri veri “nemici” stavano con Baffino e Baffone. Cioè stavano a sinistra e anche nel PSE che hanno accolto a braccia aperte i nostri carnefici. La nostra è la strada liberale, anche in Europa. Altrimenti che ci azzecca Pensa Libero o Spirito Libero?
Tutto giusto, pienamente condivisibile.
Ma cosa c’azzeccano nell’alleanza antisfacista gli sfasciatori? Quelli che hanno lesionato la casa nel 21 e demolita nel 92? Cosa c’entrano i PDS e la Bindi ossia coloro che non hanno mai abbandonato l’idea di Occhetto, Violante, Baffino e soci di vederci definitivamente morti e sepolti? Cosa c’entrano i responsabili, assieme a fascisti e leghisti, del disastro di questi 20 anni?
Occhio compagni a non fare le verginelle incaute. PDS e Bindi al socialismo proprio non ci pensano, caso mai vedono “quello europeo” (guai parlare di socialismo italiano) come un cavallo di Troia, l’obiettivo è sempre quello del 92, l’obiettivo loro e di quelli al riparo della loro ombra.