
Due importanti interventi di INPS e Bankitalia hanno riproposto la questione salariale smentendo l’esaltazione propagandistica sull’andamento dell’economia che fa la destra meloniana.
Ghiselli dell’ INPS ha messo al centro una verità scomoda ma evidente: negli ultimi anni il lavoro ha perso sistematicamente terreno rispetto al capitale. Non si tratta di una fase congiunturale, ma di una tendenza strutturale che ha accompagnato la crescita dei profitti e la stagnazione dei salari.
Secondo Ghiselli, il modello di relazioni industriali così com’è oggi non funziona più. I salari non recuperano l’inflazione, i rinnovi contrattuali arrivano con ritardi spesso superiori ai due anni e la frammentazione contrattuale – con la diffusione dei contratti pirata – indebolisce il potere contrattuale dei lavoratori e abbassa i livelli retributivi medi.
Un punto chiave del suo intervento è che la questione salariale non può essere affrontata solo con misure fiscali. Tagli contributivi e bonus possono tamponare le emergenze, ma non sostituiscono una contrattazione solida e rappresentativa. Senza un rafforzamento delle regole sulla rappresentanza sindacale, ha spiegato, il sistema continuerà a produrre lavoro povero anche in presenza di crescita occupazionale.
Anche Panetta di Bankitalia ha messo in fila ciò che il governo cerca di nascondere: bonus, tagli del cuneo, interventi fiscali una tantum non sono una politica salariale.
Servono a tamponare l’inflazione ma non a creare crescita strutturale. Non aumentano la produttività. Non rafforzano la domanda interna.
Non cambiano il modello.
Soprattutto ha detto una cosa che pesa come un macigno: la crescita dei profitti non si è tradotta in crescita dei salari e neppure in crescita del Paese.
Questo è il cuore del problema italiano.
Un capitalismo che funziona comprimendo il lavoro.
In questa situazione il salario minimo serve, ma copre 3 milioni di lavoratori, quelli più fragili, spesso schiacciati dai contratti pirata.
È una soglia di dignità, non una politica salariale.
Il vero problema resta la maggioranza dei lavoratori coperti dai contratti nazionali, i cui salari sono fermi da vent’anni e hanno perso di valore rispetto all’inflazione tanto che si parla di 10 milioni di lavoratori che vivono sulla soglia della povertà.
Landini, segretario della CGIL, ha detto che la questione salariale è enorme e strutturale: senza legge sulla rappresentanza che fermi i contratti pirata e i rinnovi contrattuali frequenti, il lavoro continuerà a perdere valore e a produrre lavoro povero.
Bombardieri, segretario della UIL, ha insistito sulla necessità di tornare a una contrattazione regolare e certa, con rinnovi biennali e meccanismi automatici di adeguamento, per evitare che l’inflazione divori i salari durante le attese.
Entrambi convergono su un punto chiave: senza rafforzare la contrattazione collettiva e sottrarre i salari alla logica dei bonus e dei profitti, i record occupazionali restano solo propaganda.
A mio avviso, una legge sulla rappresentanza potrebbe davvero fermare i contratti pirata che oggi proliferano.
In Italia chiunque può firmare un contratto nazionale, anche sigle senza iscritti reali e le imprese possono scegliere il contratto più conveniente (cioè quello che a loro costa meno).
Questo consente dumping salariale perfettamente legale.
Invece legge efficace sulla rappresentanza introdurrebbe tre pilastri: la certa della rappresentatività con iscritti certificati (dati INPS), l’efficacia erga omnes dei contratti per cui valgono solo i contratti firmati da organizzazioni rappresentative e quei contratti diventano vincolanti per tutti nel settore; l’esclusione automatica dei contratti pirata che non possono essere usati in particolare in appalti pubblici o per ottenere incentivi, agevolazioni.
Una legge così alza i salari minimi reali senza fissarli per legge; riduce la concorrenza sleale tra imprese; restituisce potere alla contrattazione collettiva vera.
É per questo che una parte del mondo imprenditoriale e il governo la ostacolano:
toglie flessibilità al ribasso, cioè la leva principale del modello basato sul lavoro povero.
E questa non è una deviazione, ma una scelta consapevole degli ultimi 20–25 anni che chiama in causa responsabilità politiche trasversali.
L’opposizione PD, M5Stelle e AVS insieme alla battaglia per il salario minimo dovrebbero con pari determinazione battersi per una legge sulla rappresentanza e fare di questi due punti un elemento fondamentale del loro programma di governo.
Questo significherebbe superare un’impostazione politica e culturale che nell’ultimo quarto di secolo ha dominato e di cui per tanti aspetti è stata succube la sinistra; quell’interclassismo che nei fatti ha sempre considerato le ragioni del capitale più rappresentative dell’interesse generale rispetto a quelle del lavoro a cui si potevano e si dovevano chiedere “i sacrifici”.
Ora è necessaria una svolta nell’interesse dei lavoratori e della crescita economica del Paese.
Se non riesce a fare autocritica sul passato, la sinistra abbia almeno il coraggio di avanzare proposte nette che rimettano al centro il valore del lavoro.
Enrico Rossi

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