
L’Iran degli ajatollah oggi somiglia a un palazzo enorme che da fuori sembra ancora imponente, ma dentro ha le fondamenta che stanno implodendo. La propaganda può continuare a fare la voce grossa, può mostrare missili e promettere vendette, ma la sostanza è un’altra: il regime sta consumando il suo credito interno, economico e politico. E quando un potere comincia a perdere la presa sulla propria società, l’ultima cosa che può permettersi è una guerra convenzionale, quella vera, fatta di logistica, consenso, industria, aviazione, continuità nel tempo.
Il punto centrale è interno, ed è il più pericoloso. Quando una società smette di avere paura e comincia a provare disprezzo, il potere resta in piedi solo con la repressione. Ma la repressione non è gratis: costa soldi, uomini, fedeltà. E soprattutto non crea futuro, crea solo silenzio forzato. Negli ultimi anni l’Iran è stato attraversato da ondate di rabbia che non sono più soltanto “di una parte”, “di una città”, “di una generazione”. È una frattura che si allarga, diventa sociale, trasversale, e questo rende il regime più nervoso, più rigido, più dipendente dagli apparati.
Poi c’è l’economia, che è la realtà che ti viene a bussare alla porta anche se provi a coprirla con la geopolitica. Sanzioni, corruzione, gestione predatoria, moneta che si indebolisce, inflazione che morde. Quando il cittadino medio non riesce più a respirare, il racconto dell’assedio eterno smette di essere un’epica e diventa una scusa. E un regime che vive di scuse, alla lunga, vive poco.
Questa fragilità interna spiega perché Teheran non possa permettersi una guerra frontale. Una guerra vera non si fa con i discorsi e le parate. La fai con una macchina militare moderna, con un’aeronautica credibile, con una difesa aerea che regge, con capacità di proiezione, con rifornimenti continui e una base industriale che sostiene lo sforzo. L’Iran, per storia e vincoli, ha puntato da decenni su un modello diverso: deterrenza asimmetrica, droni, missili, cyber, sabotaggi, e soprattutto guerra indiretta.
Ed è qui che si capisce la sua “specialità”: non tanto combattere una guerra propria, quanto alimentare conflitti altrui. Armare sottobanco milizie, finanziare reti, creare pressione attraverso proxy. È una strategia che per anni gli ha dato più peso della sua forza reale, perché gli permetteva di colpire senza esporsi, di negare, di restare sempre a metà strada tra la minaccia e la responsabilità. Il problema è che anche questo modello oggi è sotto stress. Le reti non sono telecomandi perfetti: hanno interessi propri, margini di autonomia, e diventano costose da tenere in piedi quando la pressione internazionale aumenta e quando il regime, in casa, ha già bisogno di risorse e disciplina.
In questo quadro, il 7 ottobre 2023 è stato un acceleratore. Non è l’inizio della crisi, perché la crisi di legittimità e la frattura con una parte enorme della società iraniana arrivano da prima, ma da quel giorno in poi il contesto regionale cambia passo. Si alza il livello di attenzione, si alza il livello di rischio, e soprattutto vengono messi alla prova i limiti della strategia iraniana. Se prima poteva muoversi più nell’ombra, dopo quella data ha dovuto giocare sotto i riflettori. E sotto i riflettori le debolezze si vedono meglio.
Ecco perché l’Iran degli ajatollah non è davvero in condizione di fare la guerra contro qualcuno in senso classico. Perché una guerra convenzionale richiede stabilità interna, risorse, tecnologia e capacità di sostenere lo sforzo nel tempo. E perché oggi il regime è più preoccupato di non perdere il controllo dentro i propri confini che di conquistare qualcosa fuori.
E mentre il regime si irrigidisce, il mondo guarda soprattutto a chi in Iran sta spingendo davvero: i giovani. Le spallate arrivano da lì, dalla generazione che non vuole più vivere in ginocchio, che non accetta più di essere educata alla paura e alla rinuncia. E fuori dall’Iran cresce la sensazione che quella pressione non sia solo un episodio, ma una corrente lunga: una di quelle che, prima o poi, spostano davvero le cose.
Da qui nasce anche l’idea di un dopo. L’Occidente, e più in generale chi osserva questa agonia, tende a immaginare una transizione che recuperi un simbolo nazionale alternativo al clero politico. E nella testa di molti torna il nome dei Pahlavi, come se fossero un ponte possibile tra un Iran moderno e una memoria storica che il regime ha provato a cancellare. Non è detto che sia quella la strada, e non è detto che sia semplice, ma l’aria che gira è questa: preparare un ritorno, o almeno un ritorno di riferimento, mentre il presente si sfalda.
Il finale, in questa prospettiva, è quasi scritto: il fondamentalismo religioso e sanguinario degli ajatollah finisce dove finiscono le ideologie che vivono solo di repressione e menzogna, nell’indifferenziata della storia. Non perché qualcuno lo decreta con un comunicato, ma perché a un certo punto la realtà diventa più forte della paura. E quando succede, i regimi scoprono la cosa più umiliante di tutte: non sono eterni, erano solo rumorosi.
Piero Terracina

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