Si aggroviglia il nodo non risolto al momento del frettoloso varo del Governo, quando il PD si piegò al taglio dei parlamentari contro il quale aveva votato 3 volte, considerandolo addirittura un attentato alla democrazia, in cambio di una legge elettorale proporzionale. Solo che il taglio passò così quasi all’unanimità, e la legge è invece in alto mare. Anche volendo, è ora un po’ tardi per contestare l’accordo violato. Il 20 settembre si vota, anche se non lo sa nessuno.
Se prima di allora esce un testo sarà solo una acrobazia. Un altro pasticcio, come se non bastassero le 5 modifiche della legge, ogni volta peggiori, che abbiamo visto dagli inopinati e sfortunati referendum Segni in poi, con tutto un profluvio di latinorum imbarazzante. Unica denominazione verosimile, quella di “porcellum”, con la benedizione del suo autore, Roberto Calderoli, il più bravo ad azzeccare il rapporto tra il mezzo elettorale e il fine (impedire al vincitore di governare), mentre tutti gli altri hanno preparato a sè stessi clamorosi autogoal, ultimo della serie il rosatellum.
Il problema è molto più serio di quanto non voglia far credere il PD, che chiede la modifica come se fosse una tecnicalità. Il problema è invece politico, di cattiva politica, in verità. E’ molto chiaro che un solo partito potrà intestarsi la vittoria dei SI, recuperando almeno in questo caso le ragioni dell’antipolitica che lo hanno fatto vincere nel 2018. Tutti gli altri canteranno nel coro, tra il rassegnato e il masochistico.
In era populista, questa modifica della Costituzione è stato il trionfo della paura degli elettori, il peggiore dei mali in democrazia, quando la politica non ha il coraggio di contrastare un’emotività e rinuncia a difendere i principi. Anni di propaganda contro la casta, alimentati dalla casta stessa, non possono che lasciare un segno nelle convinzioni popolari. Sono ora tardivi ma anche ipocriti i “pentimenti” e le riflessioni sulla Costituzione in pericolo, che stanno moltiplicandosi con adesioni di nomi significativi. Non c’è un solo costituzionalista disposto a difendere il taglio. Gli stessi parlamentari che hanno votato a favore, hanno subito dopo chiesto il referendum e hanno cominciato ad aderire al comitato del No. Un qui lo dico e qui lo nego degno di un film di Alberto Sordi.
Certo, è vero che non esiste un numero perfetto per formare un Parlamento. Perché 200 senatori sono meglio o peggio di 315? L’unico aggancio può essere razionalmente fatto alla popolazione e allora un deputato ogni 100 mila abitanti o un senatore ogni 200 mila, come avviene ora, sembra una proporzione razionale. Con le modifiche salta tutto, scendiamo in fondo alla classifica europea della rappresentanza, e lasciamo fuori dal Parlamento, o quasi, intere Regioni e minoranze politiche importanti (o ex maggioranze come i 5Stelle…). E la questione delle minoranze è la controprova di una democrazia. Dare un’occhiata a Turchia e Ungheria.
Il numero dei parlamentari, di per sé, non è un dramma, e un osservatore normalmente critico del populismo come Guido Cerasa de Il Foglio è di questo parere. Purchè non si alimenti l’idea che anche 200 senatori sono troppi e che in fondo di un Parlamento si può fare a meno. Il problema è il contesto. E una legge elettorale raffazzonata non può rimediare alla totale disorganicità di un taglio non motivato da serie modifiche istituzionali.
Resterà l’impostazione più riduttiva e risibile, quella dei costi, che Cottarelli ha quantificato nello 0,007 del bilancio statale: un caffè a testa. Solo una dichiarazione improvvida sull’euro costa all’Italia dieci volte di più. L’uscita “dei Benetton” da Atlantia si sta profilando come un costo inaccettabile per la cassaforte dei pensionati postali.
Ridurre i parlamentari si può, non è un tabù. Ma farlo in questo modo e con queste motivazioni produrrà solo conseguenze negative per una democrazia fragile, proprio mentre i segnali di asfissia del populismo aprono nuove speranze, in seguito al bagno di realismo e di necessità della politica prodotti dal Covid e alla capacità dell’Europa di reagire.
Beppe Facchetti

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