Sul referendum del 20 settembre prossimo non è lecito mischiare carte. E le toppe tardive di coloro che si sono convertiti al taglio dei parlamentari dopo averlo osteggiato (PD) sono espedienti che trasudano imbarazzo per una conversione finta e strumentale.
La storia di questa “riforma” del piffero è semplice e lineare. E i 5Stelle che l’hanno voluta per esigenze di squallida demagogia non sono i i soli responsabili. E nemmeno i maggiori.
I 5 Stelle la vollero per esibire un trofeo anti “casta” nel momento in cui essi stessi si erano trasformati in casta a pieno titolo. Ma la Lega di Salvini dette pure i suoi voti per tenere in vita il governo di cui faceva parte. In seconda lettura, necessaria trattandosi di legge costituzionale, fu il PD a dare voto favorevole allo scopo di mantenere in vita il governo nel quale, nel frattempo aveva sostituito la Lega. Detto questo, occorre aggiungere che anche gli altri maggiori partiti, FdI di Giorgia Meloni e Forza Italia di Silvio Berlusconi, pur con dissensi interni, hanno contribuito alla “riforma”.
Il testo della legge, quattro striminziti articoli, di per sé rivela tutto il suo intento demagogico. Che i 5Stelle non hanno mai nascosto: un colpo di mitraglia contro la “casta”, di cui, ancora per poco, sono la maggiore espressione, per un risparmio presunto di uno o due caffè all’anno per ogni cittadino. Presunto, perché gli emolumenti dei parlamentari sono solo una piccola parte delle spese per il Parlamento. Dunque, nessuna garanzia, perché, direbbe Totò, “è la somma che fa il totale”.
Un taglio così, abborracciato e senza misure di riequilibrio tese, quantomeno, a garantire una equa rappresentanza ai territori, svela il suo vero obbiettivo: non i trecento e passa parlamentari in meno, ma il ruolo e, soprattutto, il prestigio del Parlamento. Che è già molto avanti su questa via. E, infatti, in occasione delle due maggiori emergenze degli ultimi anni, Covid e misure straordinarie in economia, ha dimostrato e dimostra di contare meno del due a briscola.
Ovviamente, ci sono sempre i sottovalutatori, quelli che fanno spallucce. Avevano fatto così, pur di non assumersi fastidiose responsabilità, con Tangentopoli ed il diritto fatto a pezzi. E si sono ripetuti voltandosi dall’altra parte con le continue modifiche delle leggi elettorali tutte tese a spogliare gli italiani del loro diritto a scegliere deputati e senatori. Insomma, tutte le tappe che hanno condotto a rendere quasi inutile il Parlamento, a governare per decreto e a confondere la via per risalire a come e da chi vengono prese le decisioni.
Ma ci sono anche i sostenitori del taglio “non populisti”. Hanno ceduto ma, raccontano, hanno ottenuto tanti bei cambiamenti: allineamento degli elettorati tra Camera e Senato, superamento della base regionale e riduzione dei delegati regionali per l’elezione del Capo dello Stato. Insomma, affermano a gran voce che ci saranno aggiustamenti. Peccato che per accortezza politica e esperienze di altri Paesi tutto dovrebbe farsi assieme. Se si riconosce che una riforma del delicato assetto politico istituzionale provoca effetti collaterali, questi effetti devono essere prevenuti. Fossero in buona fede, visto che si sono fatti rifilare un paio di uova domani in cambio di una gallina oggi, meriterebbero, per il loro candore, l’interdizione perpetua da ogni carica politica. Imitando quanto disse il grande Petrolini rivolto al vicino di uno spettatore del loggione che disturbava lo spettacolo, verrebbe da dire: “non ce l’ho con i 5Stelle e la loro squallida riforma. Ce l’ho con voi che non li buttate di sotto”.
Tuttocchiali

Il prossimo 20 settembre andrò a votare, come ho fatto in TUTTE le precedenti elezioni.
Per l’elezione del Consiglio Regionale della Toscana voterò Giani presidente: non certo per fermare i “fascioleghisti” come dice con formula stupida l’uscente Enrico Rossi, ma perchè stimo Giani come politico.
Al referendum sul “taglio” dei Parlamentari voterò NO, per esprimere il dissenso da una iniziativa demagogica, presentata con superficialità e incompletezza.
E per restare fuori dal gregge.