Si legge nella storia dei sistemi istituzionali – in ogni forma – che l’acquisizione – e la prosecuzione – del potere si attua con le armi e la gestione del diritto: la paura e la resa, il divieto e la condanna.
Se le risultanze del recente voto (voto confluito sui partiti e coefficiente di astensione) si inserissero come coordinate algoritmiche di un “gioco di guerra” questo si potrebbero svolgere come conflitto tra due armate: una con i vessilli della “stasi”, l’altra con quelli della “crisi”.
La prima strutturata secondo rigide e verificate linee di comando, oltre capacità di sussistenza e la seconda organizzata (disorganizzata) per gruppuscoli, con codici di comunicazione crittografati alla improvvisata necessità; priva, finanche, delle mappature delle zone di battaglia.
L’esito inserito negli algoritmi, per le condizioni di probabilità, non potrebbe essere che la vittoria della armata della “stasi”. Con una benevola considerazione verso l’armata della “crisi” derivata, soltanto, da incapacità del giocatore nell’uso dei comandi idonei ad animare il virtuale.
Ipotesi imprevedibile, quella di non sapere applicarsi al gioco, che non vanificherebbe, però, le previsioni conclusive del modello matematico.
Ma potrebbe verificarsi, causa una dissennata creatività fantasiosa non tollerata dalla logica matematica del sistema, un impazzimento dello stesso. Fine del gioco e battaglia vinta dall’armata della “crisi”.
La metafora – per alcuni versi già trattata filmicamente – cala sulle impressioni che possono desumersi, analiticamente, sugli strumenti utili al mantenimento dello stato di soggezione e di influenza; anche in un ambito di democrazia politica.
Si legge nella storia dei sistemi istituzionali – in ogni forma – che l’acquisizione – e la prosecuzione – del potere si attua con le armi e la gestione del diritto: la paura e la resa, il divieto e la condanna.
A tal fine, la catena di comando e le strutture utili al contenimento di aggressioni si pongono in essere e si attuano attraverso un ginepraio di sovrastrutture di gestione e controllo, efficaci a perseguire un duplice scopo.
Con uno, si sedano esigenze di ambizioni allo status sociale, fidelizzandole (quindi attuando uno scudo di compiacenze); con l’altro, una palude di normative, anche concessive, in cui paralizzare ogni perforazione delle protezioni costituite: clientela e burocrazia che trovano legittimazione nel diritto che esse stesse contribuiscono ad esigere e postulare.
Uno schema che non prevede e non tollera, non consente e non subisce, modificazioni territoriali, rappresentative, istituzionali, sollecitate e promosse da teoremi politici interni se non fondati sulla coercizione armata (rivoluzione) o sollecitati e sostenuti da pressioni economiche esterne (complottismo internazionale).
Ma sfugge, al determinismo dello schema, la pulsione all’evento esplodente insita nella emotività di massa laddove la socialità subisca la compressione verso una sub-dignità della presenza esistenziale/economica: la sommossa; con la sommossa, l’impazzimento dello schema.
Ma la sommossa, nella sua deflagrazione, non è predisposta a formulare temi politici e teoremi istituzionali. Esaurisce il suo impeto nella sola distruzione dell’esistente, del rifiutato, della ringhiosa colpevolezza della propria subiettività sociale. Ovvero, si incancrenisce in una “stasi” rivendicativa, appropriatrice, violenta, negatoria della giustizia a cui si era promessa.
L’astensione dal voto può esserne un segnale premonitore; in specie se venisse ad inasprirsi una politica di divaricazione economico/sociale – non tra le classi ma tra i ceti – con incremento esponenziale della percezione di essere oggetto di angherie.
La “stasi” ha un solo rimedio: interrompere il “gioco di guerra”.
E il gioco si interrompe dando incremento e facoltà ad aggregazioni movimentiste o partitiche di alimentare (ma circoscrivere e definire) il disagio e la protesta in ipotesi censorie; laddove vaniloquio ed obiettivi insensibili si esaltano nel paventato sfacelo della solidarietà etico/politica, sfuggendo la consapevolezza (o furbescamente adeguandola) dell’assumere il ruolo di retroguardia difensiva della “stasi”.
La strategia che va in atto è, quindi, quella di fare assorbire (sedando) le spinte della esasperata sofferenza sociale a “partiti antisommossa”; partiti – del e nel “sistema” – utili alla “stasi” per il mantenimento delle clientele e della burocrazia; dello schermo protettivo inestricabile al cui riparo far prosperare tutte le forme di influenza, di soggezione, di obblighi.
Potremo annoverare tra i “partiti antisommossa” i non più partiti dell’antipolitica “Lega” , “M5S” e, forse, l’ipotesi aggregativa di Landini?
In attesa di una sincera e forte teoria politica per il XXI secolo, avanti che trascorra.
il leader

Gentilissima, lei dice di incanalamento dei conflitti, della rabbia in strutture politiche – partiti- di cui lamenta peraltro la impossibilità ad operare essendo stata “consegnata” al capitale la gestione democratica e partecipativa.
Mi sembra di poter asserire che, quindi, ella esprima una visione della funzione aggregativa in senso positivo.
In verità il mio pensiero, forse espresso maldestramente, non andava a contemplare tale positività; al contrario intendeva porre l’accento sulla funzione – a volte inconsapevole a volte determinata da interessi vaghi e ignoti di lobbies – che partiti o movimenti potessero assumere (assumono) come servile e concordato argine di difesa al dissenso verso il potere governante.
Non nego che tale valutazione possa essere tacciata di pessimistico catastrofismo democratico; ma, non scorgo previsioni di pensieri, atti e comportamenti di quella “rivoluzione in cammino” che auspico come capacità di continuamente rinnovare e rinnovarsi, senza illudenti e artate retoriche, in ogni ambito.
In realtà volevo far comprendere che la politica può essere un’altra cosa è sta a noi fare questa altra cosa. Ora è quasi tardi per la mancanza di denaro di segnali di idee. Eppure io quando mi riunisco con i compagni e cerchiamo con testatdaggine di sfondare i muri cercando idee e visioni sono contenta sono soddisfatta.
Quando porto a casa un accordo che salva la vita lavorativa di parecchia gente oppure che la rende migliore provo una voglia di fare di più.
E lo so a me piace la vita.
In verità vi sono dei luoghi dove l’antisommossa è stata più evidente di un partito. Penso al g8 di Genova cui non ho partecipato o il 12 ottobre del 2012, cui ho assistito dove l’antisommossa si è data un bel da fare a distruggere un bel movimento. Ricordo anche una manifestazione di studenti. Picchiare selvaggiamente ragazzi è grande vigliaccheria, secondo me. Gli tarpi da subito la voglia di cambiare.
Comunque comprendo ciò che intende, tutti i partiti, i movimenti, persino le spesso percepite inutili manifestazioni servono per incanalare la rabbia in un percorso costruttivo. Il problema è quando il governo non è conseguente, come in questo preciso momento storico, che dura ormai da un pò.
In questo caso la frustrazione e quindi la rabbia rimane tutta.
Per quanto riguarda i partiti, credo che sia stata fatta volontariamente una campagna denigratoria nei confronti dei partiti. Così ci ritroviamo senza il finanziamento pubblico e conseguentemente solo chi ha soldi può portare avanti politica con il chiaro spostamento a dx della nostra nazione e soprattutto con la vittoria della classe egemone rispetto a quella subalterna.
Anche la coalizione sociale serve per incanalare il conflitto, è indubbio. Si spera soltanto che porti i risultati sperati. Al momento è una situazione molto fluida, speriamo che diventi un’onda, di acqua limpida, di cui si conosce la durata.