
Negli ultimi giorni i media italiani hanno rilanciato, spesso senza alcun filtro, una notizia clamorosa: una presunta “ammissione” del governo israeliano su circa 70 mila morti a Gaza. Una cifra enorme, spinta in prima pagina come fatto acquisito, definitivo, quasi certificato. Peccato che, a guardarla da vicino, questa notizia poggi su basi fragilissime. E non è un dettaglio: è la sostanza.
Partiamo da un punto secco: non esiste alcuna dichiarazione ufficiale del governo israeliano che parli di 70 mila morti. Nessuna conferenza stampa, nessun documento governativo, nessun comunicato delle Forze di Difesa israeliane, nessuna presa di posizione formale. Nulla. L’intera costruzione nasce da un articolo apparso su Haaretz, un quotidiano israeliano noto per una linea editoriale fortemente critica verso il governo di Tel Aviv. Legittimo, per carità. Ma non è una fonte istituzionale e non può diventarlo per magia solo perché qualcuno ha bisogno di un titolo d’effetto.
Qui sta il primo inganno, quello più grossolano. Un’analisi giornalistica, per quanto discutibile o condivisibile, viene trasformata nel racconto mediatico europeo in una “ammissione del governo israeliano”. È un salto logico che non regge nemmeno cinque secondi. Haaretz non è il governo, non parla a nome dello Stato, non “ammette” nulla per conto di nessuno. Spacciare un pezzo di giornale per una confessione ufficiale è un trucco narrativo. E chi lo ripete senza controllare non sta informando: sta facendo da megafono.
Il secondo problema riguarda i numeri. Le cifre sui morti a Gaza, dall’inizio del conflitto, provengono quasi esclusivamente dal ministero della Sanità di Gaza, che è sotto il controllo diretto di Hamas. Questo non significa automaticamente che ogni numero sia falso, ma significa una cosa banale che molti fingono di ignorare: ogni numero va verificato. Va incrociato, va contestualizzato, va trattato per quello che è, cioè un dato prodotto dentro una guerra dentro una macchina politica. I conteggi non distinguono in modo sistematico tra civili e combattenti, non chiariscono le cause, non spiegano metodi e criteri in un contesto di guerra urbana totale. Eppure, da noi, vengono impacchettati come se fossero bilanci certificati di una società quotata. Ridicolo.
Nel pezzo di Haaretz quei numeri non vengono presentati come un dato ufficiale israeliano, ma richiamati e usati dentro un ragionamento critico, ipotetico, politico. Non è una confessione di colpa, non è un atto formale, non è un documento governativo. Ma nel passaggio dai social ai titoli italiani succede la solita magia sporca: la prudenza evapora, i distinguo spariscono, resta solo lo slogan. “Israele ammette 70 mila morti”. Una frase buttata lì, emotiva, perfetta per far esplodere commenti e condivisioni. Peccato che non sia vera.
Questo episodio è lo specchio dello stato pietoso dell’informazione occidentale. Invece di verificare, si rincorre. Invece di leggere, si copia. Invece di controllare cosa dice davvero una fonte, si prendono due righe, si gonfiano e si spara il titolo. Un articolo diventa “verità globale” nel giro di poche ore perché fa comodo, perché rende, perché genera traffico. Il mestiere del giornalista non è fare da ripetitore automatico. Se lo fai, hai smesso di lavorare: stai solo distribuendo narrazioni.
Il risultato è un cortocircuito pericoloso. Si alimenta l’idea che esistano “ammissioni segrete” smascherate da un giornale, si costruisce una narrazione accusatoria che prescinde dai fatti verificabili, si spinge l’opinione pubblica a reagire di pancia. E quando si parla di guerra, di morti, di responsabilità storiche, la pancia è il modo più sicuro per diventare utili idioti di qualcuno.
Questo non è un discorso a difesa di Israele né un attacco automatico ai palestinesi. È una difesa di un principio elementare: la distinzione tra informazione e propaganda. Criticare le operazioni militari è legittimo. Analizzare i costi umani è doveroso. Ma attribuire a un governo parole e numeri che non ha mai pronunciato è scorretto. E quando lo fai con leggerezza, non stai sensibilizzando l’ opinione pubblica: la stai manipolando.
La verità è che i numeri certi oggi non esistono. Esistono stime, proiezioni, dati parziali, interessi politici enormi e una guerra che rende ogni conteggio opaco. Raccontare questa complessità sarebbe il compito dell’informazione. Trasformarla in un titolo urlato, invece, è solo un modo per fare rumore e vendere indignazione.
E c’è una cosa ancora più indecente: quando si gioca così con i numeri dei morti, non si “difendono le vittime”. Si usano. Si prende il dolore umano e lo si riduce a munizione per la propria tribù. È una forma di cinismo travestita da morale.
Se vogliamo parlare seriamente di Gaza, parliamone seriamente. Con fonti chiare, con definizioni precise, con distinguo veri. Il resto è tifo. E il tifo, quando ci sono di mezzo dei morti, fa leggermente schifo.
Piero Terracina

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