Viviamo nel tempo dei monologhi. Ma il dialogo, la circolazione delle idee e delle informazioni sono alla base di qualsiasi sistema politico che voglia essere libero e aperto. Sono la discussione e il contraddittorio, perciò, a connotare e a definire la politica democratica e liberale. Mentre il bavaglio, l’indifferenza, l’omertà, la censura, il silenzio, i soliloqui, i monologhi e la mancanza di interlocuzioni sono tratti tipici del potere fine a se stesso, delle dittature, dei sistemi illiberali, dei regimi totalitari, della partitocrazia e, quindi, dell’anti-politica.
Il libero dibattito e la discussione dentro i partiti, nel parlamento, tra i cittadini, attraverso le radio, a casa, in ufficio, sui giornali, nei programmi televisivi, tra le forze politiche, con gli alleati e gli avversari rappresentano il presupposto per il formarsi delle idee e per la difesa della libertà, della democrazia, della legalità. Soltanto la discussione permette di salvaguardare la democrazia da degenerazioni populiste, illiberali, telecratiche, integraliste e sessuofobiche. Il monologo del leader è la forma di espressione preferita dall’anti-politica. Lo vediamo tutti i giorni. E’ sotto i nostri stessi occhi: il premier Silvio Berlusconi telefona in tv o invia un video-messaggio e fa il suo monologo, Beppe Grillo sale sul palco e si lascia andare ad un monologo, Nichi Vendola lo stesso.
Il Partito democratico, troppo spesso, preferisce sottrarsi al dialogo evitando così l’incontro o lo scambio di idee, soprattutto se diverse. Ma la politica vive di dialogo. Non c’è libertà se non vi è innanzitutto circolazione delle idee, possibilità di conoscenza, apertura verso le idee e le proposte dell’altro. Luigi Einaudi, da liberale, adottava questo metodo ed era solito ricordare che “l’unica garanzia di salvezza contro l’errore, contro il disastro, è la discussione”.
I dirigenti del Pd, purtroppo, sembrano chiusi dentro un’oligarchia sorda a qualsiasi eventuale proposta venga avanzata al di fuori della cerchia ristretta dei vertici. I maggiori esponenti del Pd si sottraggono alle domande altrui, non interagiscono, neppure tra loro, non dialogano, non offrono sponde, non cercano il contraddittorio, non rispondono alle domande o ai moniti che vengono da più parti. Anche attraverso un articolo sul giornale. Dentro l’attuale Pd, insomma, vi è un sistema indisponibile ad aprire discussioni capaci di coinvolgere attivamente gli iscritti, i militanti, i sostenitori. Si convocano i cittadini soltanto quando c’è da partecipare a una grande manifestazione di massa o quando si devono ratificare, con le false primarie, scelte già compiute altrove. E sono quasi sempre decisioni imposte dall’alto. Salvo poi celarle dietro meccanismi definiti “democratici”. Ma le primarie sono un’altra cosa. Infatti, quando si svolgono in maniera democratica, regalano spesso delle sorprese.
E così, la principale forma di espressione democratica, adottata dai dirigenti della partitocrazia italiana, è quella del monologo. E il Pd segue lo stesso schema. Valter Veltroni va al Lingotto e fa un lungo monologo, Pierluigi Bersani sale sul palco e fa il suo monologo, Dario Franceschini interviene alla Camera e sviluppa il solito monologo. Non se ne può più. Vi fosse almeno un dirigente del Pd che avesse il coraggio di essere liberale. Qualcuno che interagisca, che apra un dibattito, che permetta l’avviarsi di una discussione seria, profonda, vera. Fuori e dentro il Pd.
E’ sempre Einaudi che ci viene in soccorso scrivendo: “Nella vita politica la libertà non è garantita dai sistemi elettorali, dal voto universale o ristretto, dalla proporzionale o dal prevalere della maggioranza nel collegio uninominale. Essa esiste perché esiste la possibilità di discussione, della critica. Trial and error: possibilità di tentare e di sbagliare; libertà di critica e di opposizione; ecco le caratteristiche dei regimi liberi”. C’è qualcuno dentro il Pd che voglia tentare di aprire questa strada indicata da Einaudi? Il rapporto tra il Pd e i Radicali dipende anzitutto da questo. L’idea su cui mi vorrei confrontare è, infatti, quella che vado ripetendo da mesi, cioè quella di una costituente liberale e democratica di cui ho già scritto e parlato ampiamente in molte occasioni. Anche grazie all’ospitalità di Pensa libero.it. La mia proposta, insomma, è quella di verificare, con chi ha intelligenza e lungimiranza, la possibilità della nascita di un progetto politico lib-dem che, a cominciare dai Radicali di Marco Pannella e di Emma Bonino, è stato già messo in cantiere. Vorrei capire se il Pd abbia o no la forza di aprire una discussione su un tale progetto. Se non c’è discussione, non c’è democrazia. Se il Pd non ha questa forza, non è democratico.
Pier Paolo Segneri

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