L’antimafia è un universo complesso in cui occorre muoversi con molta cautela evitando ogni tentativo di retorica. Le persone serie si possono riconoscere da quello che fanno e i “quaquaraquà” da quello che dicono di fare. Le accuse contro Pino Maniaci, direttore di Telejato, diventato in ambito giornalistico uno dei simboli dell’impegno contro la mafia, ha dimostrato quanto sia difficile e delicato distinguere il grano dal loglio e come la tutela della legalità possa trasformarsi in un mero esercizio di stile che non serve a nulla se non a dare lustro a chi non lo merita.
Maniaci si ritrova infatti indagato per estorsione nell’inchiesta che ha portato recentemente all’arresto di dieci mafiosi della provincia di Palermo. Avrebbe preteso denaro e favori dai sindaci di due piccoli comuni in cambio di una linea editoriale acquiescente dinanzi a discutibili attività delle amministrazioni comunali. In pratica, a fronte del pagamento di alcune centinaia di euro, sarebbero state taroccate le inchieste scomode di una emittente che era divenuta negli ultimi anni un simbolo.
La vicenda è un’ ottima cartina di tornasole per comprendere quanti rischi di strumentalizzazione possa correre l‘impegno contro la criminalità e quanto sia difficile portare avanti con coerenza e senza cedimenti la ricerca della verità e della giustizia.
L’idea che le battaglie antimafia siano servite a fini di arricchimento e vantaggio personale è davvero nauseante e rischia di delegittimare chi, ogni giorno e senza esibizioni mediatiche, continua a contrastare mafiosi e corrotti.
Il fatto è che In Italia, ormai, tutto è diventato spettacolo. Anche quella cosa terribilmente seria che è la lotta alla mafia. Prendiamo le recenti vicende di Platì, centro della Locride ad alta densità mafiosa, ritenuto – da chi queste cose le conosce bene perché le combatte quotidianamente – il cuore pulsante della ‘ndrangheta e del narcotraffico mondiale.
Alla Leopolda, a dicembre dello scorso anno, Renzi si era premurato di presentare la candidata a sindaco di Platì: Anna Rita Leonardi. Come da copione, in uno show che ha il solo fine di ammaliare gli elettori ma che poco si preoccupa del contesto reale, l’aspirante sindaco appariva giovane, carina e dalla faccia pulita. Insomma, un eccellente antidoto alle chiacchiere che già circolavano su Banca Etruria.
In tutti questi mesi la campagna di Platì è stata fatta sui social e in tv. Foto, tweet, post, talk-show, interviste alla candidata sui giornali. Un fiume in piena di promesse, proclami, rassicurazioni.
Poi, pochi giorni fa, l’Ansa diffonde la notizia che la Leonardi ha deciso di ritirarsi dalla competizione elettorale. In un post, sul suo profilo facebook, l’interessata comunica che: “A poche ore dalla presentazione delle liste, con i documenti ritirati e tutto pronto per la consegna sono profondamente rammaricata di dover comunicare che non concorrerò alle elezioni a sindaco di Platí. La decisione di ritirarmi – scrive ancora Anna Rita Leonardi nel suo post – nasce anche a seguito di alcune vicende che da un anno continuano a perdurare sul territorio di Platì. Vicende che rendono queste elezioni, ancora oggi, non un alto momento politico, ma una farsa degna del peggiore sceneggiatore.”
Ma queste cose il presidente del Consiglio non le sapeva? E comunque non le poteva facilmente immaginare? Sicuramente ci troviamo di fronte ad uno smacco politico per Renzi che, come spesso fa, propone e dispone senza avvedutezza alcuna. Dall’altra non possiamo però non ravvisare in tutta questa vicenda segnali inquietanti, perché svela che su 3.800 abitanti, quanti ne conta Plati, non se ne trova una dozzina (tanti ne sarebbero bastati) disposti a tentare di dare a quel Comune un volto nuovo. Costruire la democrazia nelle zone dove la mafia è presente ovunque è un’impresa facile da prospettare sui social ma difficilissima da attuare nella realtà giacché si tratta di riconquistare consensi allo Stato in posti dove lo Stato non c’è da troppo tempo e la vita quotidiana si sorregge su un sentimento diffuso di accettazione dell’illegalità.
La lotta alla mafia si fa meglio con qualche post o in un talk show o in una delle tante fiction di cui la nostra televisione è stracolma.
E non è un caso che a furor di popolo sia trionfalmente tornata sul piccolo schermo “Gomorra” che, per bissare l’enorme successo di pubblico ottenuto nella prima stagione, propone una ancora più marcata esaltazione della violenza. In tutto il corso del racconto si avverte una ferocia e una brutalità che intenderebbero dimostrare, a chi ancora eventualmente ne dubitasse, quanto profonda possa essere la discesa agli inferi una volta che si imbocca irrevocabilmente la via del male. Un’altra storia maledetta che francamente non occorreva ad un Paese come il nostro, dove le organizzazioni criminali permeano di sé interi strati della popolazione e del territorio e dove di morti ammazzati e di degrado vero e documentato ce n’è già troppo.

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